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Eleonora Forenza: Disatteso l’art.27 della nostra Costituzione per l’istituzione carceraria

Al termine delle iniziative per le giornate di mobilitazione contro il G7 dei ministri dell’Economia e delle Finanze a Bari, ho ritenuto di dover visitare il carcere della mia città.
Ho iniziato da qualche mese un percorso di approfondimento sulla condizione carceraria in Italia in collaborazione con l’associazione Yairaiha Onlus, che mi ha portato e mi porterà a visitare istituti di detenzione in giro per l’Italia. Il mio interesse parte da un’iniziativa contro il principio dell’ergastolo ostativo, ovvero la carcerazione a vita senza possibilità di ottenimento di alcun beneficio, che mi portò nell’autunno scorso a presentare un’interrogazione alla Commissione Europea e che continuerà nella direzione dell’affermazione della natura riabilitativa e rieducativa della carcerazione sancita dalla Costituzione.
La netta sensazione è che in Italia si sia affermato da tempo un clima di giustizialismo sempre più spinto nell’opinione pubblica, che ha portato a discutere moltissimo dei meccanismi giudiziari che riguardano le indagini ed i procedimenti penali. Pochissimo invece si conosce dei meccanismi di esecuzione della pena, dei diritti dei detenuti e delle detenute e delle loro condizioni, spesso in aperto contrasto con le normative vigenti. Ho deciso quindi di impiegare una parte delle mie energie durante il mio mandato parlamentare per guardare da vicino e portare luce su questo tema.
Dico subito che a Bari non ho trovato una situazione positiva.
Il carcere dispone di 2 sezioni di Alta Sicurezza e di un centro clinico per detenuti affetti da patologie che sono riuscita a visitare, oltre a due sezioni di Media Sicurezza.
Abbiamo incontrato diverse problematiche. Innanzitutto la presenza di barriere architettoniche per i detenuti del centro clinico, una parte dei quali è impossibilitata a camminare e si muove in carrozzina. In una generale condizione di carenza di spazi in una struttura che ospita oltre 300 detenuti e si presenta molto vecchia (costruita negli anni ’20) ed inadatta ad ospitare tante persone.
Insieme a ciò una forte carenza sia di personale medico sia di personale di vigilanza, carenza tale da determinare grandi ritardi per le visite mediche e un numero insufficiente di terapie e fisioterapie cui i detenuti avrebbero diritto. Abbiamo riscontrato la presenza nella sezione clinica di detenuti affetti da patologie e disabilità molto gravi come tumori, leucemie e addirittura corea di Huntington, in condizioni che sembra difficile considerare compatibili con la detenzione in carcere. Il 70% è costretto sulla sedia a rotelle e la prevalenza di questi è in attesa di giudizio da mesi se non addirittura da anni. E su questo ultimo aspetto mi sorta una domanda: può il giustizialismo dilagante annullare le garanzie costituzionali di fronte a persone già sofferenti per le condizioni fisiche e di salute? La presunzione di innocenza non dovrebbe essere garantita a tutti? La carenza di piantoni, inoltre, rende spesso complicate o impossibili per questi detenuti anche le basilari operazioni quotidiane in cella, oltre a limitare fortemente la possibilità di spostarsi e recarsi al passeggio.

Ci siamo quindi spostati nelle sezioni di Alta Sicurezza, dove è venuto alla luce il nodo fondamentale che stiamo cercando di mettere in evidenza. Abbiamo infatti riscontrato la pressoché totale assenza di qualsiasi percorso di rieducazione e reinserimento nella società per i detenuti. In Alta Sicurezza ci sono persone accusate di reati gravi, quasi tutti di associazione mafiosa, ma una gran parte di loro si trova in carcere in attesa di giudizio e quindi senza neanche un piano di attività personalizzato. Il tema dell’utilizzo della custodia cautelare in carcere merita di essere approfondito.
Le “camere di pernottamento” dell’alta sicurezza, contrariamente ai regolamenti vigenti, sono chiuse, per addotti motivi di sicurezza e carenza di personale vigilante. Si tratta di celle a tutti gli effetti. Tolte le ore di passeggio, i detenuti trascorrono in cella anche 20 ore al giorno. Non c’è incredibilmente una biblioteca né opportunità di studio, non essendo possibile neanche utilizzare un computer per quanto non connesso alla rete internet.
Il regime di ostatività in cui molti detenuti si trovano a scontare la pena rende il quadro piuttosto pesante.
Non è difficile immaginare che vivendo giornate del tutto prive di attività, le situazioni di tensione siano favorite e vadano a giustificare, poi, in un circolo vizioso, le misure di sicurezza. E’ del giorno successivo alla nostra visita la notizia di una presunta aggressione ad una guardia carceraria.
Abbiamo incontrato 3 detenuti ultraottantenni, anch’essi con gravi patologie e peraltro molto lontani dalle proprie famiglie e a cui vengono negate sia le alternative sia l’avvicinamento. In generale, i detenuti lamentano poi i ritardi e i continui dinieghi di ogni tipo di istanza da parte della magistratura di sorveglianza. Il tema dell’uniformità di giudizio e del rispetto dei diritti dei detenuti da parte della magistratura di sorveglianza è emerso continuamente anche in altri istituti. Particolarità di Bari è che non risulta al momento assegnato alcun magistrato di ruolo per il carcere cittadino, situazione che prolunga ulteriormente i ritardi.

In ultimo, abbiamo incontrato i tre detenuti ergastolani presenti nella struttura. Situazione in sé singolare, trattandosi di una casa circondariale che non dovrebbe ospitare detenuti con pene così lunghe. Uno di essi si trova da anni in cella solitaria, seppur non in condizione di isolamento, ma attaccato ad una bombola di ossigeno per diverse patologie ai polmoni. Anche per lui, il regime di ostatività preclude ogni istanza per la detenzione domiciliare o il trasferimento in un centro clinico specializzato.

Quello che ho visto non è quanto prescrive l’art.27 della nostra Costituzione per l’istituzione carceraria e ritengo che non si possa tacere quando sono le istituzioni a passare dalla parte del torto.
Il nostro impegno politico ed istituzionale sul tema proseguirà.

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