Carlo vive. I morti siete voi. Fino alla fine del vostro mondo. Fino alla nascita del nostro

Carlo vive. I morti siete voi

Fino alla fine del vostro mondo. Fino alla nascita del nostro

 Una vita spezzata. Un ragazzo che rimarrà sempre tale. Un omicidio che porta scritto a chiare lettere movente, mandante ed esecutore. Una morte che racchiude dietro di sé un alto valore simbolico per ciò che politicamente rappresenta.

Un’esistenza stroncata dalla ferocia di uomini imbarbariti ed esaltati dal ruolo sociale dipinto loro addosso da una divisa che non ha mai rappresentato sistema di garanzia e tutela sociali, ma mezzo per il controllo e la conservazione del potere di altri uomini. Non una tragica fatalità, né un errore umano ma il prodotto di uno Stato che, lungi dall’aver mai rappresentato mezzo di conciliazione sociale, è in realtà l’organo del dominio e dell’ oppressione di una classe su un’altra. Una classe che sacrifica sull’altare del profitto le stesse vite umane. Perché in questa società la svalorizzazione del mondo dell’uomo è inversamente proporzionale alla valorizzazione del mondo delle cose e del denaro e chi sta al comando non ha più neanche l’esigenza di tentare di nasconderlo.

Caduta l’opzione socialdemocratica, che dagli anni subito successivi al secondo conflitto mondiale è stato  strumento di cooptazione di ampi settori della classe e di alcune delle sue organizzazioni riformiste, mezzo per contenere le aspirazioni rivoluzionarie di intere masse proletarie nel nostro paese; venuta meno la terra dei soviet, che ha rappresentato un freno all’espansionismo capitalista nonché mezzo di emancipazione per interi popoli dal giogo coloniale occidentale e strumento di riscatto per le classi operaie in lotta contro padroni e governi dei propri paesi, la classe borghese ha avuto la strada sgombra per lavorare al suo disegno di mondializzazione capitalista elevandosi, o cercando di elevarsi a classe universale ed erigendo il sistema che questa rappresenta come ultimo approdo storico.

Lo smantellamento del welfare state e dei sistemi di garanzia sociale, la demolizione degli apparati produttivi strategici per la vita di qualsiasi Paese e la loro svendita ai privati, l’attacco brutale condotto contro i settori più deboli delle classi popolari, la precarietà elevata a norma di sistema nei rapporti lavorativi, la cessione di pezzi di sovranità nazionale alla costruzione di un apparato politico-economico-militare continentale che rappresenti gli interessi della nuova frazione di borghesia imperialista, cosa evidenzia se non il passaggio da un paradigma centrato sul “benessere della popolazione” o comunque di ampie quote di questa, ad una nuova riproposizione in chiave contemporanea del modello coloniale?

“Oggi si inverte quel modello di “governamentalità” che a tale epoca aveva fatto da sfondo, ossia il far vivere e il lasciar morire. Cosa significava il far vivere e il lasciar morire se non un’attenzione continua e costante al “benessere della popolazione”? Non era forse sulla popolazione, sulla sua salute, efficacia, efficienza e attitudine alla disciplina che si forgiavano i destini degli Stati/Nazione? E perché ciò fosse possibile non era forse necessario che il potere statuale si adoperasse per far vivere il maggior numero di individui mentre a essere lasciato morire doveva essere solo quella quota di popolazione “insana” che, in virtù di ciò, rappresentava un pericolo di infezione per il corpo sano della Nazione? In tale ottica lo Stato non poteva far altro che essere continuamente presente dentro e tra la popolazione al fine di attivare il più possibile i meccanismi dell’inclusione sociale. Di tutto ciò oggi si è perso completamente traccia e tale asserzione va esattamente rovesciata poiché il potere agisce esattamente al contrario: lasciar morire e far vivere.(cit. E. Quadrelli)

La situazione italiana è l’evidenza del cambio di paradigma. Negli ultimi anni l’alternanza al governo, di schieramenti di centro destra e centro sinistra che aveva segnato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, che ancora riconosceva una certa centralità nel momento elettorale e quindi nella rappresentanza dei propri settori sociali di riferimento, cede il passo ad un modello nel quale i destini dei governi dei singoli paesi vengono decisi direttamente nelle stanze dei tecnocrati di Bruxelles. Il governo tecnico di Monti prima e il governo Renzi ora ne sono la naturale dimostrazione Ma ancora più emblematico è il caso greco dove nonostante una forte legittimazione popolare, una vittoria schiacciante al referendum, il governo Tsipras fu costretto a capitolare  nei confronti della troika e dei suoi memorandum.

Per tornare alle giornate genovesi e al brutale omicidio di Carlo, non paghi della sua morte avrebbero voluto annichilirne finanche il ricordo. E ci hanno provato. Perché nella quotidiana lotta che le classi al potere conducono sul fronte interno, (oltre alle guerre guerreggiate sul fronte esterno), quello culturale diventa campo di scontro di primaria importanza, condotto da un apparato costruito ad arte per demolire ogni tentativo che vada oltre il recinto valoriale borghese. Hanno tentato di rappresentare Carlo, ma anche tutti gli altri caduti per mano dello stato, Stefano Cucchi, Aldo Aldrovandi, Dax, come emarginati, deviati, naturalmente votati alla violenza, soggetti da medicalizzare, da rinchiudere e contenere o peggio da eliminare. Cosa rappresenterebbero altrimenti i moderni kampi di concentramento per migranti, dove vengono rinchiusi i nuovi dannati della terra, o le patrie galere dove viene segregata la marginalità ed il disagio sociale ed annichilito lo spirito ribelle?

Ed è qua che si inserisce il nocciolo del nostro ragionamento, autocelebrandosi come classe universale ed eterna, la borghesia non solo dipinge se stessa ed il suo mondo, quello capitalistico, come ultimo approdo dell’umanità, ma al contempo espunge qualsiasi possibilità di opposizione alla sua idea-forza di società     disciplinata, delegittimando sul nascere ogni possibile forma di conflitto, politico e sociale, marchiando come devianti e patologici tutti quei soggetti resistenti a piegarsi ed omologarsi alle idee-forza borghesi dell’individualismo e dell’obbedienza e nei casi più importanti affibbiando l’etichetta di terrorismo con tutto il corollario politico-giudiziario che ciò si porta appresso. Viene espunto dal panorama politico il riconoscimento della categoria di hostis, di nemico, viene disconosciuta la possibilità di contrapposizione all’ordine costituito, viene annichilita quella tensione che aveva contraddistinto i decenni passati caratterizzati dalla lotta tra classi (operaia e padronale) che in relazione alla capacità conflittuale ciclicamente espressa determinava vantaggi per l’uno piuttosto che per l’altro contendente. Pensiamo veramente, così come la vulgata mainstream vorrebbe far passare , che tutti quei sistemi di ammortizzatori sociali, quelle forme di tutela riconosciute nel welfare state (sanità, trasporti, istruzione pubblici, statuto dei lavoratori, diritto alla casa ecc) siano state il frutto della gentile e benevola concessione dei governi illuminati in periodo di vacche grasse, oggi non più garantibili alla luce degli sprechi  e dei debiti pubblici degli Stati? O piuttosto conquiste scippate dal quotidiano esercizio di contropotere praticato dall’orda proletaria italiana nel  ventennio 60-70 del secolo scorso?

Sembrerebbe che il processo di mondializzazione capitalista sia oggi portato a compimento, che il mondo sia ormai stato uniformato sotto le effigi borghesi, che ogni opzione rivoluzionaria sia destinata ad essere espunta dalle pagine di storia e le manifestazioni di insorgenza proletaria ascritte al rango di meri fenomeni sotto-culturali, celebrazioni folkloristiche tollerate fintanto che non compromettono il disegno dei governanti. Che saremo costretti a mangiare le briciole come i cani alle tavole dei loro padroni, che dovremo ritenerci fortunati dell’elemosina elargitaci dopo 10 ore di lavoro senza garanzie e senza tutele.

Sembrerebbe appunto, se non fosse che oggi come 150 anni fa la borghesia rassomiglia all’apprendista stregone incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate. La polarizzazione tra nord e sud del mondo; la precarietà e l’indeterminatezza nei rapporti di produzione; la proletarizzazione diffusa in misura sempre maggiore anche tra i settori storicamente garantiti;  la crescita di nuovi salariati sfruttati alla catena fordista delocalizzata nelle colonie dei paesi occidentali; il saccheggio e lo sciacallaggio delle risorse e delle materie prime nei nuovi mercati conquistati a suon di bombardamenti intelligenti; le guerre condotte sotto la bandiera della democrazia occidentale; le sterminate masse di senza volto costrette a fuggire dalla fame e dalla miseria, sono tutte evidenze di un sistema che non solo non è in grado di garantire la sopravvivenza della classe sulla quale estrae ricchezza e profitto, che deve fare ciclicamente ricorso alla guerra per distruggere il capitale in eccesso per ri-instaurare nuovi margini di profittabilità, ma che non è neanche in grado di preservare la propria integrità e conservazione avendo portato ad un alto livello di estremizzazione sia le contraddizioni tra capitale e lavoro salariato sia tra capitale ed ambiente.

Tutto ciò non deve comunque far sperare in una transizione naturale ed indolore ad un più alto approdo storico. Le visioni deterministe si sono dimostrate facilmente confutabili, almeno finora, almeno in questo campo. Se vero che la storia procede per rotture e altrettanto vero che a volte la storia ha bisogno di una spinta. Ed è qui che si inserisce il nostro compito, quello di una soggettività all’altezza della scommessa in campo che sappia scavare nelle contraddizioni proprie a questo sistema e farle esplodere. Una soggettività che non sia staccata dalle masse ma strettamente radicata nella classe e nel conflitto. Che riesca ad analizzare a anticipare i cambiamenti di fase, che sappia portare a sintesi il vecchio che muore ed il nuovo che tenta di nascere, elemento di coniugazione tra vecchie e nuove forze produttive, vecchie e nuove composizioni di classe.

Nella crisi le tendenze riformiste con tutto il corollario opportunistico che queste si portavano appresso sembrano essere state spazzate via nella pattumiera della storia. Non partiamo dall’anno zero. Il popolo notav, i comitati ambientali in difesa dei territori, le lotte per la casa diffuse capillarmente sul tutto il territorio, le vertenze dei facchini, il sindacalismo di base, i collettivi studenteschi, le battaglie dei migranti, quella cioè che è stata la composizione delle mobilitazione del 18 e 19 ottobre di qualche anno fa, rappresenta  la base da cui ripartire per costruire nuova soggettiva politica, per tornare a scrivere una nuova pagina di cambiamento. È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta.

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