DALLA PARTE DI CHI NON HA PARTE

“Ma insomma si può sapere da che parte state?”, spesso ce lo chiedono in questi giorni. Noi pensavamo fosse chiaro: stiamo dalla parte della giustizia, della libertà, dell’eguaglianza e della dignità umana. Che nella società in cui viviamo sono garantite a pochi, pochissimi se consideriamo quanti ne sono esclusi. Per noi la giustizia che dovrebbe contare è sociale, non quella penale. Sarebbe illusorio pensare di poter cambiare le cose a colpi di manette. Il carcere è un mostro che divora le persone. E quando non le ammazza, può solo peggiorarle. La libertà che vorremmo, è quella di pensare, agire, muoversi e scegliere che vita fare. Non ci interessa la libertà di investire, consumare, vendere e comprare. L’eguaglianza è ancora un valore centrale. Ci sembra miope o in malafede chi propugna la meritocrazia, ma non vede o finge di non vedere che in questo Paese i figli di qualcuno viaggiano su comode autostrade a 1000 corsie e sorpassano quando vogliono, mentre i figli di nessuno camminano a piedi ai margini della carreggiata e subiscono pure gli sgambetti della vita.

Leggiamo e sentiamo spesso messaggi di rancore e diffidenza verso di noi che siamo gli autonomi, gli antagonisti. Proviamo compassione verso i nostri detrattori. Chi ci denigra, ha perso la gioia di sognare. E non ha mai visto e vissuto esperienze di liberazione dal capitale e di autogoverno dei territori, che per fortuna in questo mondo non mancano. Quelli che invece di scagliarsi contro i poteri forti, sprecano il loro tempo a polemizzare con chi vorrebbe capovolgere il presente stato di cose, sono buoni solo a fare il tifo per questo o quel politico, e si aspettano un cambiamento da chi ha tutto l’interesse a mantenere le cose così come stanno.

È difficile spiegare il gioco del calcio a un extraterrestre senza gambe. Esistono donne e uomini che si organizzano per ottenere il riconoscimento di diritti elementari come quello ad avere un tetto. Lo fanno senza elemosinare, esercitando anche la forza. Sono azioni che spesso comportano un costo, gravi conseguenze per chi le compie. Come è accaduto ieri a un nostro anziano compagno spintonato dalla polizia nella prefettura di Cosenza, mentre cercavamo solo di ottenere ascolto dalle istituzioni e ponevamo la domanda: che fine hanno fatto i soldi pubblici stanziati in Calabria per affrontare l’emergenza casa? È impossibile spiegare a chi è abituato a prendere la parola solo per perseguire interessi privati, che cosa ci spinga a lottare per i diritti sociali, contro la devastazione dell’ambiente e al fianco di disoccupati, precari e migranti. Quando non ci accusano di essere “violenti” o “malavitosi”,  addirittura insinuano che saremmo troppo “dialoganti” con la controparte istituzionale. Ma che senso ha condurre delle lotte sociali, se poi non si vince mai? Noi vogliamo raggiungere dei risultati concreti. Non ci interessa testimoniare o autorappresentarci. Vogliamo riappropriarci di quel che ci è negato. Dialogano con la controparte, da sempre, persino i movimenti guerriglieri rivoluzionari. Non capiamo perché non dovremmo farlo noi! Vogliamo trasformare il presente, qui, subito, senza delegare o rinviare tutto a un domani improbabile. E pensiamo si possa fare, liberando gli spazi, riempendoli di vita sociale, occupando edifici pubblici abbandonati per consentire a decine di famiglie senza-casa di abitarli. Quando le istituzioni ci trattano con ostilità o indifferenza chiudendoci la porta in faccia, non invochiamo l’intervento di Pinuzzo, Tonino, Nicola ed Enniuzzo. Siamo abituati a sfondare quella porta. Lo facciamo in nome della dignità delle persone, che viene prima di tutto. Non gli “italliani”, ma le persone di qualsiasi provenienza, sesso, cultura o etnia! Questa è la parte dalla quale stiamo. E voi da che parte state?

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