di Alessandro GAUDIO*

Trenta per cento di disoccupazione giovanile, precariato e inattività di milioni di persone, salari bassissimi e stages gratuiti, oltre a totale assenza di tutele per tantissime categorie di lavoratori: sono alcuni degli aspetti, ai quali si aggiungano i numeri del cosiddetto lavoro grigio e dell’economia sommersa e illegale, già adesso dolorosi, in un quadro che sarà presto aggravato dall’emergenza sanitaria, economica e sociale nella quale ci ha catapultati il Covid-19.

Detto questo, nessuna metafisica e nessun “romanzo”, ossia nessuna illusione, nessun progetto inattuabile, sogno vano o prodotto dall’abbandono sentimentale, dall’immaginazione o da false speranze, andrebbero costruiti sulla sostanza, sulla storia e sulla vita di precari e disoccupati, figure che devono la loro matrice attuale alle esigenze di struttura e di sviluppo di un capitalismo avanzato il quale geneticamente tende a estendere le forme e i tempi della sua organizzazione a tutti i settori della vita civile.

Trovandosi fuori dal processo democratico, già solo la loro posizione è potenzialmente rivoluzionaria, anche se non sempre si può dire che lo sia la loro coscienza. La cultura borghese, infatti, non è ancora riuscita a renderli del tutto organici a essa: dunque, è proprio tra loro che sarebbe possibile trovare quel lievito della coesione sociale che fino a trenta o quarant’anni fa era possibile recuperare tra gli operai, nelle fabbriche, o nei campi, tra i contadini. Sottomessi e integrati, nonché negati dai concreti processi di sviluppo dell’organizzazione capitalistica della società, precari e disoccupati, invocati a destra e a manca e poi spolpati in chiave quasi esclusivamente elettorale, possono diventare un elemento positivo della lotta di classe.

Perché ciò avvenga, dovremmo superare la fase astratta, contemplativa, tutta soggettiva, che stiamo vivendo oggi: quella in cui si piange sulla propria sorte, ci si lecca le ferite e non si riesce a guardare al di là dell’ombelico/caput mundi. Vige, insomma, un certo lirismo nell’immagine del precario e del disoccupato (ne abbiamo parlato diverse volte nelle ultime settimane, ma specialmente qui: http://www.malanova.info/2020/05/03/lavoro-non-ce-ne-ma-analisi-neppure/) che impedisce di cogliere la rete di nervature che legano reciprocamente quei soggetti reali complessivi e questo mondo capovolto. Vederla consentirebbe di distinguere i falsi bisogni dai bisogni di emancipazione e, più oltre, arrivare a discernere questi ultimi dai valori, in un percorso che dall’antropologia porterebbe all’etica. Tale “romanzo”, coprendo interamente il soggetto, finirebbe per svalutarlo del tutto: ne farebbe svanire l’identità.

Per evitare questo rischio è necessaria una risposta critica, in una società che invece ha paralizzato la critica, che combatta quello spiritualismo esistenzial-ontologico che circonfonde la figura di precari e disoccupati persino in certe forme pseudo-politiche di protesta e danneggia il loro rapporto con la realtà, la spontaneità, la capacità d’esperienza, assecondando quel meccanismo antiumano proprio della ratio capitalistica e del suo mondo capovolto.

È fondamentale, dunque, una teoria dei bisogni (che si ponga l’obiettivo del pieno impiego e non quello del sussidio generalizzato), magari un piano oggettivo ma non empirico, uno spazio potenziale che consenta l’autocostituirsi di una soggettività che sia in grado di sviluppare una coscienza dialettica tra identità e opposizione. Vale a dire una superficie, i cui limiti non sono quelli cristallizzati reperibili tra gli scaffali di una biblioteca, che finalmente ponga le basi per affrontare quella mancanza a essere, nella relazione irrisolta che Lacan istituisce tra desiderio come mancanza e desiderio come produzione,che permette di discutere dell’incidenza del reale, anche di quello odierno segnato da una crisi sociale senza precedenti, sull’individuo. È ancora possibile che ciò avvenga prima che il grido di precari e disoccupati, sommerso dall’allucinazione “romanzesca”, resti, come già quello di stranieri, reietti e irregolari, senza parole?

*R.A.S.P.A. (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela)

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