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	<title>sussunzione Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>sussunzione Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (III)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 16:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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		<category><![CDATA[sussunzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sussunzione tra produzione immateriale e produzione politica Riprendendo in esame il già citato processo di deterritorializzazione e riterritorializzazione (leggi qui e qui) è forse possibile quantomeno delineare un contorno del fenomeno della sussunzione di movimento avvenuto nelle ultime quattro decadi, anche se solo per accenni. Cerchiamo quindi di delineare i tratti salienti del ragionamento, anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/04/04/sussunzione-e-movimento-iii/">SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p><strong>Sussunzione tra produzione immateriale e produzione politica</strong></p>



<p>Riprendendo in esame il già citato processo di deterritorializzazione e riterritorializzazione (leggi <a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>qui</strong></a> e <a href="https://www.malanova.info/2023/03/28/sussunzione-e-movimento-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>qui</strong></a>) è forse possibile quantomeno delineare un contorno del fenomeno della sussunzione di movimento avvenuto nelle ultime quattro decadi, anche se solo per accenni. Cerchiamo quindi di delineare i tratti salienti del ragionamento, anche se di là dall’essere definitivo e risolutivo. Stiamo solamente iniziando ad addentrarci nel campo della critica storica di un periodo che forse solo oggi comincia ad essere alla giusta distanza focale per essere compreso. Nel continuo rimando fra i due concetti speculari di sussunzione fin qui esposti, esiste una corrispondenza tanto più stretta quanto maggiore è la capacità del capitalismo di influenzare la riproduzione sociale. Da tale processo dovrebbe sottrarsi ciò che si definisce antinomico o alternativo. Il movimento antagonista, connotato dalla sua pluralità di sfumature e sfaccettature, almeno nelle sue evidenze documentali e mediatiche, ad oggi non sembra rappresentare una reale sottrazione al processo sussuntivo. La differenza sostanziale consiste nella modalità attraverso la quale il processo di sussunzione si esplica nei vari ambiti socio-culturali. In modi e tempi differenti la società è stata inglobata nel processo di riproduzione capitalista partendo dal basso, ossia dal sostrato lavorativo. Quota parte del movimento è stato invece coinvolto partendo da un piano culturale. Questo è in vario modo legato ad un passaggio cruciale consumatosi, a nostro modo di vedere, fra gli anni ‘80 e ‘90, che ha poi visto esplodere nel 2000 la crisi profonda della quale ancora molti sembrano non  avere contezza. </p>



<p>Questo step fondamentale consiste nella transizione, abbastanza repentina, tra l’economia produttiva e l’economia finanziaria. Pur se interessante, questo argomento merita una trattazione particolareggiata e particolarmente estesa, qui possiamo limitarci ad accennare i tratti salienti. Il cambiamento profondo della modalità di replicazione del capitale ha introdotto profonde modifiche sociali e culturali (fase di deterritorializzazione), le quali si sono dimostrate capaci di cogliere alla sprovvista anche le avanguardie di movimento. Il processo di sussunzione dall’ambito schiettamente produttivo in senso industriale (produzione di merci) si è sempre più velocemente riversato sulla produzione culturale per finire nella produzione di dati dei giorni nostri. Questo percorso ha visto un arco temporale di circa quarant’anni ossia dagli albori degli anni ‘80 fino ai giorni nostri nei quali il concetto di produzione si è ampliato, uscendo prima dalla fabbrica e dalla produzione di beni e merci, per poi farne addirittura a meno e concentrarsi sulla produzione immateriale, sempre più compatibile con la finanziarizzazione dell’economia. In questo arco temporale sono cambiate molte questioni, comprese quelle del cosiddetto “contropotere” o del movimento in genere. Si è lentamente assistito ad un mutamento delle istanze che avevano delineato l’agire politico fino alla fine degli anni di piombo. Complici i mutamenti storici, la repressione interna, la sfiducia e l&#8217;incalzare di nuove visioni culturali che avevano la dichiarata volontà di chiudere i conti con una stagione che non percepivano come propria.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Uno dei nodi che riteniamo debbano essere analizzati è quello della cosiddetta <em>controcultura</em>, usata come leva sostitutiva all’azione politica militante, per tentare di aggregare e resistere al riflusso del post ‘78. Sicuramente quella che va dagli anni ‘80 ai primi 2000 è stata una stagione molto ricca di spunti e sperimentazioni, ma in un certo qual modo, maggiore era la capacità di attrarre individui, minore si dimostrava l’incisività della decostruzione della narrazione che giustificava (e giustifica ora più che mai) l’ineliminabilità della riproduzione capitalistica a fondamento dei valori sociali. A nostro avviso negli anni si sono create quelle che ora vengono chiamate comfort zones, ai tempi si parlava di enclaves politiche, ma al di là dell’aggettivazione, l’esito è stato quello di chiudersi man mano nella specializzazione del conflitto, parcellizzando l’azione politica in uno dei tanti rivoli nei quali si è dispersa l’onda lunga della contestazione nel momento del riflusso.</p>



<p>Non è particolarmente semplice descrivere qualcosa che è ancora molto vicino storicamente e che abbiamo vissuto in prima persona, anche se in diverse fasi e da angolazioni diverse. Ma correndo con la memoria a qualche lustro addietro, il processo comincia ad assumere contorni più nitidi anche se non ancora netti. La controcultura quindi come espediente per continuare l’azione politica di contrasto al sistema ha perso consistenza quando, da elemento di genuina critica del sistema, ha comunicato ad assaporare il piacere di un riconoscimento differente, di un mondo che pur essendo non mainstream, cominciava a crescere quantitativamente. Dalle fanzines si è passati alle riviste “alternative” e ai primi siti web. Così come dalle radio libere si è via via passati alla necessità dello sponsor fino a morire nel mondo delle normative sulle trasmissioni, nelle quali per continuare a trasmettere dovevi comprarti la frequenza. Se da un lato si andava creando un immaginario dall’altro ci si lasciava distrarre dallo stesso, ritrovandosi poi con cambiamenti oramai inesorabili ai quali o ci si adattava o si spariva.</p>



<p>Barattare la propria esistenza con la commercializzazione della controcultura è stato un momento di contorcimenti filologici e pseudo politici, che hanno fornito gli anticorpi per ogni futuro ripensamento, che diveniva via via più semplice man mano che l’incidenza politica reale si faceva sempre più rarefatta. Il contesto politico cambiava sempre più velocemente e la capacità di percepire gli esiti e le traiettorie diventava sempre più patrimonio di pochi. La tendenza era rappresentata dall’arte, dalla musica, e dalla letteratura. A tenere banco non era il trend politico e l’incedere della globalizzazione che negli anni ‘80 era strutturalmente consolidata e che negli anni ‘90 era funzionalmente compiuta e pronta ad entrare in crisi nel giro di un decennio. Erano già profondamente mutate le condizioni sociali e il benessere materiale associato ai mutamenti economici europei aveva già ampiamente imposto un modus vivendi completamente differente da quanto fino a quel momento sperimentato. Veniva di fatto tracciato un nuovo quadro di necessità reddituale assai diversa da quella degli anni ‘70. Sul finire degli anni ‘80 lo sviluppo urbano, da decenni ormai tarato sul trasporto individuale, richiede l’automobile come mezzo di trasporto primario; avviene qualcosa di anomalo, la media di auto per famiglia sale, sale anche il numero di televisori e accessori vari. Arrivano i computer, arriva l’usa e getta come quotidianità. La controcultura è divenuta un elemento preponderante negli anni ‘90, ma l’agire politico non scorge in questi mutamenti qualcosa di particolarmente periglioso. Guarda all’evoluzione del piano consumistico da una prospettiva di alternativa “interna al meccanismo”, attraverso aspetti di controtendenza, ma in qualche modo compatibile con la tendenza. Si vuole garantire il diritto al divertimento a prezzi politici. Questo ha costituito un altro passo di lato nei confronti dell’azione politica di messa in discussione del modello culturale. È stato accettato lo status quo, cercando di liberare spazi per l’aggregazione. Ma quando poi gli anni ‘90 hanno cominciato a presentare le controriforme capitaliste dello smantellamento del welfare, la risposta è stata di cercare nelle pieghe del sistema delle tattiche di resistenza, che non essendosi poi risolte in un processo collettivo, assomigliarono più all’arte dell&#8217;arrangiarsi.</p>



<p>Si comincia a parlare del concetto di autoreddito ed estrazione del quid per vivere dall’azione politica. La militanza si trasforma in un meccanismo di estrazione di una qualche redditività che cominciava a non essere più garantita dal sistema lavorativo. L’avvento della precarizzazione a tutto tondo ha sferrato un duro colpo al “contropotere”. Qui forse si sono cominciate a confondere le parole e i significati. Di fatti quella che si sosteneva essere azione politica lo era forse in maniera edulcorata dal momento che sempre più sviluppava ambiti di compatibilità con il sistema, rappresentando non una reale opposizione ma un&#8217;alternativa in termini di cultura e costume, alternativa come aspetto di offerta e sensibilità. Chiaramente non è così banale la questione, ma pone l’accento su cosa all&#8217;epoca&nbsp; potesse significare essere alternativo.</p>



<p>La sperimentazione autoreddituale ha spinto avanti di un passo ulteriore l’opera sussuntiva, il tempo impiegato nell’estrazione di reddito non solo minava il tempo da dedicare al lavoro politico di riflessione, analisi e proposte, ma cominciava ad erodere la libertà delle scelte. Se devo estrarre reddito da uno spazio aggregativo nel contesto urbano con il costo della vita in levitazione costante, sospinto da inflazione, moneta unica, gentrificazione e nuove necessità indotte, è assolutamente chiaro che devo essere appetibile, avere gente che “attraversa” il mio spazio e sostanzialmente fare cassa. Quindi più serate e meno momenti di approfondimento collettivo, più cene sociali e meno assemblee. Tagliamo con l’accetta la questione ma la sostanza, ad una onesta autoanalisi, è questa.&nbsp;</p>



<p>Altro nodo contraddittorio è stato l’avvento dei media “liberi” nella rete, ciò ha contribuito non poco al processo di arretramento politico. Sradicando l’azione politica (o quel poco che ne restava) dai quartieri e trasformandola in immagini e video da pubblicare nella virtualità che stava soppiantando la realtà. Molta meno fatica nel pubblicare e narrare sui social, nei quali se non garbano i commenti si zittiscono o si può criticare celandosi dietro una pagina collettiva o uno pseudonimo. Fatto questo che ha radicalmente trasformato la comunicazione e il dialogo all’interno dei consessi. La virtualizzazione del conflitto sospinge un fenomeno che già si evidenziava da qualche anno, che andava a braccetto con la narrazione eroica necessaria a supportare l’estetica del conflitto. La catarsi dello scontro diventava sempre più necessaria man mano che il conflitto confluiva in rete. Da qui il passo alle statistiche dei like e all&#8217;effetto “wow!” è breve. La spettacolarizzazione del fatto si mescola all’evento. Cambiano i linguaggi, mediatizzandosi, tarandosi sulle esigenze di brevissimo periodo di capitalizzare attenzione e fare audience. Il concetto stesso di iniziativa si fa evento, non solo una traslitterazione ma un cambiamento radicale di significato. Evento è qualcosa di evocativo mutuato da linguaggi assai più affini allo show business che all’agire politico. Nell’evento si deve catalizzare l’attenzione, qualcosa di unico e imperdibile. Ma che per forza di cose è routine.</p>



<p>Ma come può l’unicità accordarsi con la continuità necessaria del lavoro militante? Come può un ipotetico punto di accumulazione essere parte di un percorso di reale smantellamento strutturale di un sistema, l’evento dovrebbe essere un punto di rottura, l’apoteosi dell’eccedenza non qualcosa a scadenza fissa. In accordo con Guattari e Deleuze è nel linguaggio che la deteritorializzazione si concretizza e conduce il suo atto di trasformazione strutturale, quindi valoriale, dei significati. L’atto sussuntivo agisce nel linguaggio ma con una capacità trasformativa assai infida, sottili e impercettibili cambiamenti che per successive accettazioni cumulano una ridefinizione sostanziale del concetto originario.</p>



<p>I gruppi d’acquisto solidale (GAS), ad esempio, partivano dal principio di unire produzione etica con una equa compensazione del lavoro e un giusto prezzo per gli acquirenti. Il nobile scopo era di non lasciare al mercato della grande distribuzione organizzata (GDO) la funzione di stabilire il prezzo. Un percorso politico che metteva a disposizione il tempo militante per abbattere i sovrapprezzi di mediazione della grande distribuzione. Un intento che in origine aveva il duplice scopo di decostruire la filiera e snudare i punti di creazione di plusvalore attraverso il parassitaggio dei grossisti e nel contempo addivenire ad un prezzo più basso che potesse soddisfare il produttore e il consumatore eliminando per l’appunto i rincari del sistema. Col passare del tempo il principio di solidarietà si sposta dal consumatore al produttore, i GAS diventano nicchie di mercato inaccessibili agli ultimi. Una famiglia monoreddito non può accedere al cibo biologico e deve accontentarsi di quel che trova a buon mercato. Ma Il mercato ha occhi ovunque e il tam tam del bio fa breccia nelle linee green dei supermarket. Alla fine è l’idea del bio che attira. La linea “natura” delle grandi marche lava le coscienze del consumatore ad un prezzo imbattibile.</p>



<p>La contraddizione, nella sua apoteosi di assurdità, esplode incardinandosi nella spettacolarizzazione degli eventi come le manifestazioni, nelle quali si assaltano i punti vendita di catene di supermercati tipo Elité o i fast food stile McDonald&#8217;s, ma poi nei propri spazi si ospitano iniziative nelle quali un precario non può acquistare nulla. Paradossalmente se non hai molti soldi nel fast food ti riempi la pancia, ovviamente di porcherie ma ti sazi. Contraddizioni che si ingigantiscono, con punte di pesudo-discriminazione per chi compra nei discount, perché non capisce che compra “Junk-food”. Forse chi critica non ha chiaro che con 500-600€ al mese è difficile pagare affitto, luce, gas e cibo per due o tre persone. In questi atteggiamenti di colpevolizzazione velata della povertà si è compiuto il processo di riterritorializzazione di pezzi via via sempre più imbarazzantemente grandi di movimento. Interponendo principi senz’altro giusti e giustificabili, come il rapporto tra l’alimentazione e le malattie, l’alimentazione e il clima, ma in un modo del tutto sovrapponibile alla retorica della colpevolizzazione dell’individuo mainstream a fronte di una spinta pluridecennale ad una modalità di consumo. O peggio come la colpevolizzazione individuale durante l’austerity di chi diceva “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, ma chi? Quindi colpevolizzare chi non ha possibilità di scelta anche dentro a percorsi politici che si autodefiniscono “emancipativi” crea una strana sensazione di spaesamento. Il cibo sano è purtroppo inaccessibile a molti e mentre qualche secolo addietro avere un po’ di pancia era simbolo di opulenza e benessere economico (tipiche le foto ottocentesche dei notabili che esibivano un panciotto pieno e visi paffuti). Oggi l’obesità è sintomo di povertà legata ad una nutrizione letteralmente da due soldi.</p>



<p>In questo capovolgimento, figlio del nostro tempo, pezzi di “antagonismo” dimostrano di aver perso la bussola, bacchettando a destra e a manca chi non fa scelte consapevoli. Sembrano distanti molto più di 60 anni i tempi in cui i militanti entravano nei luoghi di produzione per comprendere il come e il perché della vita di un operaio o di un subalterno qualsiasi. Mettendo in fila tutta una serie di situazioni si giunge all’amara conclusione che negli ultimi cinque lustri il processo sussuntivo di ampie aree di movimento si è fatto via via più manifesto. Richiamando alla memoria il principio stesso di sussunzione che abbiamo tratteggiato all’inizio e, in qualche modo adattandolo al processo di sussunzione del lavoro politico, si evidenzia come il capitale sottomette a sé, in un processo di inclusione nel rapporto sociale di cui esso consiste, rendendo quindi funzionale alla logica della sua autoriproduzione, modi di essere, che si sono costituiti prima e indipendentemente da esso, e che esso piega ai suoi interessi senza apparentemente modificarne il contenuto. Il contenuto formale rimane di alternativa al sistema, una narrazione di lotta dietro la quale spesso non c’è più nulla di realmente dirompente o realmente conflittuale, non vi è creazione di percorsi di incompatibilità con il sistema. Il sistema ha inglobato l’agire alternativo come elemento funzionale alla sua complessità, come nicchia di mercato, come valvola di sfogo, come antidoto o palliativo.&nbsp;</p>



<p>Più la pantomima del conflitto assume una funzione di catarsi, di sfogo e di evento liberatorio, maggiore è la stabilità che ne segue. Nel momento in cui il sistema accetta di fornire gradi di libertà momentanei il malcontento viene ad essere imbrigliato, stabilizzato e infine sterilizzato. Con questo non vogliamo intendere che l’atto di protesta sia inutile, ma lo diviene se rientra in un gioco delle parti. Il conflitto non può essere considerato qualcosa di squisitamente “eventuale” ma è la costruzione di un tessuto sociale refrattario. Un percorso che mira a costruire un livello di incompatibilità crescente, radicale e radicata nei territori. Con questo non si invita né all’eremitaggio né alla favola del ritorno all’antico e al bucolico &#8211; se mai l’antico fu un periodo di felicità contadina &#8211; né all’isolamento ideologico né tanto meno alla creazione di nuove società tribali. Quel che si propone è un rovesciamento della narrazione capitalista attraverso il riconoscimento delle contraddizioni prima e la pratica dell’incompatibilità poi.</p>



<p>Molte esperienze e discussioni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema mercato, ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o su come disarticolare spazi per un libero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema mercatale di riproduzione del reddito. In realtà si liberano risorse e si creano dei micro redditi attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato e il sistema in generale, da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto &#8211; un tempo definito salario indiretto &#8211; cioè beni e servizi non mediati dalla quantità di moneta, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio.</p>



<p>Quello che colpisce è che nella rincorsa al reddito, spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa, quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; il problema e la contraddizione esplodono, quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che in nome del conflitto di classe chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto.</p>



<p>Quando poi si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche, tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, le quali non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma ne fanno addirittura il fine ultimo, è chiaro che qualcosa è sfuggito di mano. Nella ricerca dell’autodeterminazione attraverso l’auto-reddito ci si imbatte in alcune dinamiche che tendono a costruire una serie di rapporti, ancorché su scala ridotta, mimano la complessità della produzione di massa con effetti quali l’autosfruttamento. Quindi orfane di un preciso percorso politico verso la reale incompatibilità col sistema mercato molte sperimentazioni concedono al mercato molto di più di quel che ottengono in termini di lavoro politico verso la reale decostruzione della narrazione capitalista, e figuriamoci delle pratiche! In questi percorsi lo sforzo di realizzare un profitto finisce col depotenziare il conflitto e dirottare energie dal movimento alle produzioni di nicchia quindi alla produzione di reddito.</p>



<p>È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia micro filiera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, dai beni di largo consumo fino all’energia, ma il portato socio-politico del percorso è decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione. Utopia certo, ma altrove discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi. È chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, ma saltarli a piè pari senza prendersi la briga di ragionare sulle potenzialità e preferire percorsi meno complessi, non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto, probabilmente si può uscire dal dualismo, attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali.</p>



<div style="height:79px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>I contributi precedenti:</strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (I)</strong></a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/03/28/sussunzione-e-movimento-ii/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (II)</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/04/04/sussunzione-e-movimento-iii/">SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 15:45:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[sussunzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Proponiamo una sintesi di un lungo percorso di analisi che si snoda attraverso vari articoli che la redazione ha pubblicato negli ultimi tre anni. L’intento è quello di indicare ciò che, a nostro modesto avviso, sono i contorni di una crisi socio-politica che trae le sue origini all’incirca dal primo lustro degli anni ‘80 [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/">&lt;strong&gt;SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (I)&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Introduzione</strong></p>



<p>Proponiamo una sintesi di un lungo percorso di analisi che si snoda attraverso vari articoli che la redazione ha pubblicato negli ultimi tre anni. L’intento è quello di indicare ciò che, a nostro modesto avviso, sono i contorni di una crisi socio-politica che trae le sue origini all’incirca dal primo lustro degli anni ‘80 e che, con successive accelerazioni, è giunta a determinare le attuali condizioni in cui versa la costellazione dell’antagonismo italiano che per convenzione consolidata definiremo movimento. Si tratta della rilettura critica di una fase storica particolarmente complessa, che ha visto susseguirsi avvenimenti la portata dei quali ha agito e influito sull’agire politico di un intero Paese. L’attuale situazione di disorientamento non è un fatto imputabile a singoli individui o gruppi politici, dal momento che vi è una indiscutibile omogeneità di problematiche cui tutti stiamo cercando di far fronte. Il punto è che purtroppo non tutti hanno la volontà di fare i conti con questa crisi.&nbsp;</p>



<p>Dobbiamo constatare che il movimento, pur con tutte le sue sfumature, non è in grado di interrogare la crisi, né quella della fase storica, e va da sé, né quella del suo stesso agire politico. Appare chiaro, almeno dal nostro punto di vista, che la complessità della nostra contemporaneità è tale da richiedere una capacità analitica che negli anni si è attenuata se non addirittura persa. Si è quindi assistito ad un processo nel quale si sono dismessi gli strumenti di analisi classici, senza riuscire a determinarne di nuovi. Qui non si cercano responsabili, semmai tenteremo una disamina per individuare quelle responsabilità storiche che collettivamente, più o meno consapevolmente, abbiamo deciso di assumere, in misura di una più o meno attiva partecipazione ad un processo di “espianto” degli organi di senso politico di un’intera generazione.&nbsp;</p>



<p>Una privazione autoindotta degli strumenti atti ad orientare, non tanto le scelte in sé, quanto le opportunità di confliggere in maniera decisiva con un sistema che andava dotandosi di anticorpi contro i quali non abbiamo avuto la prontezza di creare delle strategie. Il perché di tale esito potrebbe essere ricercato nel processo di sussunzione che il modo di riproduzione capitalista ha operato negli anni sull’intera società, non risparmiando neanche le opposizioni sociali.&nbsp;</p>



<p><strong>La parola e la cosa</strong></p>



<p>Il concetto di sussunzione è, con alterne sfortune, caduto in disuso come arcaismo lessicale nella spinta “innovatrice” che il movimento ebbe tra gli anni ‘90 e 2000 e poi riportato in auge quando non si avevano altri neologismi da sfoggiare. Il disuso dipese in larga misura dalla ventata di tarda postmodernità che accompagnò l’evaporazione dell’Unione Sovietica e l’imporsi della parola d’ordine “superare il novecento!” Parola d’ordine che in molti ambiti giungeva senza che il novecento fosse stato inteso nella sua portata storica, sociale e politica. Quegli anni furono cruciali dal momento che da un lato si ebbero le avvisaglie di ciò che sarebbe stato il futuro in termini di arretramento del conflitto sociale. Dall&#8217;altro la crisi della sinistra extraparlamentare e movimentista, nelle sue plurime sfaccettature, cominciava ad essere evidente. In quella fase molti concetti sono stati, nella migliore delle ipotesi, abbandonati, nella peggiore storpiati o soppiantati da un balbettio neolinguistico. Non fece ovviamente eccezione il concetto di sussunzione.&nbsp;</p>



<p>Crediamo che tale concetto abbia non solo titolarità ad essere utilizzato come utile esplicazione in un processo di comprensione della complessità della nostra fase attuale, ma debba forse essere rimesso in grado di estrinsecare tutta la sua significatività. Il senso del processo di sussunzione, per come lo intenderemo in queste righe, fa riferimento tanto al concetto marxiano di introiezione da parte del modo di riproduzione capitalista di processi che godono di autonomia fondativa, quanto come estensione del concetto espresso da Deleuze e Guattari per quanto concerne il suo significato antropo-culturale. Dobbiamo precisare che il concetto di Deleuze e Guattari cui facciamo riferimento è un costrutto teorico alquanto complesso, nel quale non è palese il termine di sussunzione. Si tratta di una rilettura dei processi legati al “corpo senza organi”, trattato sia nell&#8217;anti-Edipo (G. Deleuze, F. Guattari, <em>L’anti-Edipo. Schizofrenia e capitalismo</em>, 1975.) che in Mille piani (G. Deleuze, F. Guattari, <em>Mille piani: capitalismo e schizofrenia</em>, 1980), riadattandolo alla “dominanza” del capitale sulla riproduzione sociale.</p>



<p>Il concetto di deterritorializzazione e riterritorializzazione (G. Deleuze, F. Guattari, <em>Mille piani: capitalismo e schizofrenia</em>, 1980) non implica immediatamente e necessariamente la sussunzione capitalistica, ma nella sua complessità tale concetto può trovarvi comodamente dimora. Intendendo il processo di deterritorializzazione e riterritorializzazione come un avvenimento che modifica la matrice di un elemento o di un contesto, ma più estensivamente definibile come sistema, nel senso della ridefinizione delle sue precipue caratteristiche strutturali. Se i due autori lo utilizzano per rendere palese ciò che normalmente avviene nel rapporto ad esempio Terra-Territorio (G. Deleuze, F. Guattari, C. Arcuri,<em> Che cos&#8217;è la filosofia</em>,1996), in quanto estensione logica e necessaria del rapporto soggetto-oggetto, qui adotteremo questo meccanismo per tentare di spiegare come si innesca un cambiamento profondo all’interno dell’agire politico antagonista, con successive modificazioni che comportano poi un cambio di paradigma sostanziale dello stesso agire antagonista.</p>



<p>Se partiamo dall’assunto che il modo di riproduzione capitalista sia una tendenza polarizzante in sé che genera complessità, ossia che il principio primo del capitalismo sia l’accumulazione, dal quale deriva immediatamente la complessità necessaria per agire l’accumulazione, che paradossalmente si basa sulla circolazione del capitale, tanto negli infimi anfratti delle più remote periferie dei paesi più poveri, quanto nelle colossali transazioni finanziarie dei paesi a capitalismo avanzato (D. Harvey, <em>L&#8217;enigma del capitale</em>, 2010). Affinchè questo possa circolare per arricchire chi fattivamente lo mette in circolo, c’è bisogno che questa modalità venga strutturalmente accettata dalla società come necessaria, anzi come l’unica possibile. Da qui l’esigenza di irreggimentare, inglobare e ridefinire tutte le attività utili al raggiungimento dello scopo primario, ossia la polarizzazione di ogni attività umana all&#8217;accumulazione del capitale: la sussunzione. Con tutte le attività vanno intese non solo quelle produttive, ma anche quelle relazionali, sociali, civili e culturali.</p>



<p>Il discorso della mercificazione totale portato avanti negli anni dieci dei duemila, in un certo modo (più o meno consapevolmente) estendeva il concetto della fabbrica totale elaborato già negli anni ‘70 del novecento. Oggi siamo alla capitalizzazione delle relazioni, non solo in quanto tutto si è fatto merce, ma in quanto è il pensiero stesso che supporta le relazioni che agisce nel meccanismo di riproduzione del capitale. L’agire è non solo tutto interno al modo di riproduzione capitalista, ma questo intenziona le relazioni sociali, culturali e umane. Nel momento in cui il “tutto e subito” diviene un concetto assodato all’interno dei rapporti umani tanto in ambito lavorativo, quanto ricreativo, non è solo una deriva valoriale che la società ha assunto, è l’imprinting del dinamismo necessario ad agire il consumo di qualcosa, sia per rispondere alla necessità di appagare un desiderio di qualsivoglia natura, sia perchè si è sospinti a reagire alla pulsione in maniera immediata.</p>



<p>L’opera di deteriororializzazione potremmo pensarla, nel caso della sussunzione, come l&#8217;inoculazione di un pensiero o di un’idea, apparentemente innocua ma capace di scardinare la matrice della struttura che la incamera. Azione lenta e graduale che deve necessariamente passare dal processo di riterritorializzazione. Questo è in qualche modo il ciclo, che si ripete in una continua accettazione di un cambiamento e ridefinizione dello scopo dell’agire pur mantenendo immutata l’apparenza epifenomenica delle pratiche o delle parole d’ordine.&nbsp;</p>



<p>Ma come avviene l’inoculazione dell’idea è una questione particolarmente interessante, in quanto molto spesso si parte da considerazioni lecite, piccole sfumature o accettazione di qualcosa che appare ineluttabile.&nbsp;</p>



<p>Questo processo è fondamentale per comprendere che l’attuale crisi di movimento ha avuto origine da piccoli cambiamenti di prospettiva che sul lungo periodo hanno avuto come conseguenza radicali riposizionamenti. Un po’ come il famoso ‘butterfly effect’, un piccolo cambiamento delle condizioni iniziali porta a conseguenze radicalmente diverse rispetto ad un percorso. Riuscire a snudare questi piccoli mutamenti iniziali è dirimente per comprendere il presente. Cambiamenti successivi nella tattica hanno, a nostro modesto avviso, introdotto mutamenti sostanziali nelle strategie fino ad indurre una perdita dell’orientamento, un cambio di percorso. Dalla ricerca di percorsi di rottura col sistema si è via via passati a percorsi paralleli al sistema, alternativi in un senso altro rispetto alla ricerca di una destrutturazione radicale del sistema. Il naufragio tra le secche della narrazione ha costituito una battuta d’arresto nella necessaria ricerca di un futuro diverso rispetto al mondo che viene proposto come l’unico possibile.&nbsp;</p>



<p>Quando e come si sia scelto di anteporre alla narrazione dominante una narrazione alternativa non è facile dirlo, ma è necessario capirne almeno le ragioni. Quando all’organizzazione di relazioni stabili, operanti per cercare di contrastare la modalità di riproduzione capitalista che stava riducendo i territori e gli individui a risorse da sfruttare si è sostituita la narrazione “eroica”, al saper fare si è sostituito il solo far sapere. In questo, un ruolo decisivo lo hanno giocato i web-media&nbsp; che dalla fine degli anni ‘90 hanno cominciato ad assorbire la militanza dalle strade per riversarla nel nascente metaverso. Il mediattivismo ha sancito un passaggio cruciale nella narrazione. Dalla controinformazione come strumento necessario alla demolizione delle “verità di Stato” o al disvelamento dei retroscena di dinamiche economiche di saccheggio dei territori, si è man mano passati ad altro, alla cronaca minuto per minuto di ogni singolo evento. In qualche modo si è ceduto alle lusinghe dello strumento, forse in buona fede, credendo di poter competere con le modalità dei telegiornali e delle grandi testate.&nbsp;</p>



<p>Ma pur riconoscendo la buona fede, è pur vero che nel tempo ci si è sempre più spostati sul web, lasciando sguarniti quartieri, strade e piazze. Ovviamente non tutto è imputabile al solo miraggio della “rete libera”, c’era da fare i conti con la storia recente, con la quale quei conti non siamo riusciti a farli. C’era da bilanciare l’unica voce superstite della grande stagione dei metaracconti (le grandi ideologie) il liberismo, ed eravamo sempre meno attrezzati a farlo, poi eravamo semplicemente sempre meno, e il web sembrava ristabilire un certo equilibrio. Ma la rete non è libera, e non c’è equilibrio che non sia preordinato da chi la rete la gestisce. Eppure l’enorme spinta illusoria ha determinato un certo atteggiamento che ha di fatto digitalizzato la militanza, includendola in uno strumento del quale non si aveva e non si ha il controllo ma dal quale il più delle volte si è controllati. Un punto di accelerazione nel processo di sussunzione, la militanza che si fa narrazione esperienziale che viene poi inglobata (o peggio incapsulata) all’interno dell’evoluzione della tecnologia della comunicazione.&nbsp;</p>



<p>Nell’oceano multimediale nel quale basta un click per dire e proclamare qualcosa, la necessità stessa dell’organizzazione per comunicare viene meno, non serve un collettivo per stampare giornali politici e distribuirli per le strade o attaccare manifesti e murali. Basta l’idea e qualcuno che metta un link e nascono blog, pagine facebook, siti, portali ecc. Dimenticando che spesso l’organizzazione che c’era dietro a ciò che si esponeva era per certi versi più importante di ciò che si scriveva o diceva. Il paradigma si è capovolto aprendo la strada ai piccoli gruppi più o meno organizzati iperattivi in rete ma semi sconosciuti al loro stesso territorio. Una comodità non da poco per chi sorveglia, una sconfitta pesante per chi dovrebbe essere destato dal torpore attraverso l’agire politico militante nella vita reale.</p>



<p>Questi successivi cambiamenti negli strumenti di una lotta sempre più narrata e sempre meno praticata, hanno dettato il passo degli ultimi 25-30 anni. Cambiamenti diluiti nel tempo, ma che se letti diacronicamente forniscono la visione plastica di un processo di involuzione costante, costellato da fasi di accelerazione. Pur essendo consci che non è solo l’innesto narrativo (se vogliamo lo storytelling, l’agire affabulatorio o la mera propaganda) la causa unica della profonda crisi del movimento, dobbiamo riconoscere che ne rappresenta un punto di criticità di centrale importanza. Non solo in quanto sposta la strategia del conflitto da un piano organizzativo reale alla costruzione di un immaginario, ma in quanto consegna l’agire politico in primis ad una strumentalità di per sé strutturata sulla riproduzione capitalista, in seconda istanza assume modalità che finiscono con l’essere compatibili con tale principio riproduttivo, proprio in quanto agenti all’interno di quel capovolgimento paradigmatico cha ha trasferito il conflitto dal saper fare, al far sapere. É quindi nell’agire comunicativo che si fa conflitto che possiamo rintracciare la germinazione sussuntiva.&nbsp;</p>



<p>L’atto del sussumere rende il modo di riproduzione capitalistica capace di assorbire tutti i discorsi che lo riguardano, di qualunque segno siano, e li utilizza a suo favore come propulsori. Facendo leva di ogni opposizione per continuare a procedere e fagocitare altro. Non c’è parola, slogan e narrazione scagliata contro che non venga reimmessa nel flusso della comunicazione. La macchina funziona prescindendo integralmente dalle caratteristiche specifiche degli “antagonisti”. Le differenze sono normalizzate, se non addirittura annichilite, divenendo invarianti riconoscibili, pur se di volta in volta ricombinate, tendono a comporre ricorrenti déjà-vu.</p>



<p>Negli articoli che seguiranno cercheremo di mettere a nudo questo processo, tenendo sempre bene in considerazione la complementarità delle modalità di estrinsecarsi della sussunzione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/">&lt;strong&gt;SUSSUNZIONE E  MOVIMENTO (I)&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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