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	<title>DIRITTO ALLA CITTÀ Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>DIRITTO ALLA CITTÀ Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Stop al randagismo: i canili come business per aziende e istituzioni?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/06/20/stop-al-randagismo-i-canili-come-business-per-aziende-e-istituzioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 08:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A chi giova non trattare il problema del randagismo? Perché i Comuni decidono di non determinarsi per supportare il piccolo costo della sterilizzazione dei cani randagi e invece pagano tranquillamente migliaia e migliaia di euro per mantenerli reclusi e in cattivissime condizioni nei canili? A queste domande proveranno a rispondere esperti del settore, istituzioni ed [&#8230;]</p>
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<p>A chi giova non trattare il problema del randagismo? Perché i Comuni decidono di non determinarsi per supportare il piccolo costo della sterilizzazione dei cani randagi e invece pagano tranquillamente migliaia e migliaia di euro per mantenerli reclusi e in cattivissime condizioni nei canili?</p>



<p>A queste domande proveranno a rispondere esperti del settore, istituzioni ed associazioni nella manifestazione organizzata il 22 giugno 2025 a Cosenza in Piazza Loreto.</p>



<p>Per farsi un’idea di come risolvere questa atavica problematica è meglio sentire tutte le campane e non nascondere la polvere sotto il tappeto. Il costo è l’inutile sofferenza di essere viventi e senzienti per il solito e becero profitto.</p>



<p>Dal racconto delle associazioni che abbiamo sentito, emergerebbe, il condizionale è d’obbligo, un circuito ben organizzato tra istituzioni e privati per sfruttare al massimo il sistema dei canili che fa girare, con la solita tattica dell’emergenza, tantissimi soldi pubblici.&nbsp; L&#8217;ASP, ci dicono, punisce volontari ed associazioni con ispezioni (giuste) e multe (molto spesso meno condivisibili) nonostante questi siano motivati solo dall’amore per i randagi e ci mettano del loro, anche economicamente, per salvare tanti animali dalla strada e provare dargli un futuro migliore. Le multe scatterebbero perché, secondo l’interpretazione istituzionale delle norme, gli animalisti non farebbero il bene degli animali promuovendo l’adozione invece che l’internamento nelle strutture preposte. In realtà in questo discorso emergono molte ombre: non si capisce come vengono gestiti i canili e da chi, perché i volontari non possono entrare facilmente nelle strutture convenzionate, quanto costa questo sistema e se on ce ne siano altri meno impattanti sulle finanze pubbliche e sulla salute degli animali.</p>



<p><em>“Chi entra nei canili non si può permettere nemmeno di fare foto &#8211; chissà come mai &#8211; perché se all&#8217;esterno viene visto lo schifo che c&#8217;è dentro ovviamente tutti questi canili chiuderebbero all&#8217;istante”, affermano alcuni volontari.&nbsp; “Quando riusciamo ad entrare nei canili, quelle poche volte che ci fanno entrare, ci impediscono di fare foto e video a meno che non siano loro a portare il cane fuori in una zona del canile preposta dove ti permettono di fare le foto ai cani magari a scopo adozione. Spesso i gestori, in tutta Italia e particolarmente al Sud, sono incompetenti e non hanno le basi per accudire questi animali”.</em></p>



<p>La ricetta proposta dalle associazioni è chiara: sterilizzando i cani o i gatti che si catturano si risolverebbe il problema in pochissimi anni. Purtroppo non esistono campagne di sterilizzazione promosse dall’ASP o dai Comuni. Paradossalmente, e senza alcun criterio amministrativo e di bilancio, si preferisce regalare dai 10-50 mila euro al mese ai vari canili per tenere reclusi i randagi senza risolvere alla radice il problema. Molte strutture, inoltre, nella letteratura giornalistica, sono spesso visitate dalle forze dell’ordine perché sospettate di illeciti o di connivenze con la criminalità organizzata.</p>



<p>Per farci un’idea dei costi, prendiamo il caso del Comune di Rende (CS) dove, con Determinazione del Responsabile del Settore Polizia Locale N. 50 del 05.03.2025, è stato affidato alla ditta MISTER Dog srl, con sede in Rocca di Neto (KR), il servizio di ricovero, custodia e mantenimento di cani randagi catturati sul territorio comunale, impegnando, fino all’espletamento delle procedure di gara, la somma di € 122.035,00 compresa IVA.</p>



<p>La quota destinata al servizio e liquidata nel solo mese di maggio è di 26.560,82 €.</p>



<p>Quanto si potrebbe risparmiare se ci fosse una politica più sensibile alla questione del randagismo con una maggiore attività di analisi e di azione preventiva? A chi giova questa mancanza di controllo da parte delle istituzioni?</p>



<p>La manifestazione di domenica 22 giugno, incentrata sulla Legge 45/2023, potrebbe fornire uno spunto per l’Asp e per i Comuni qualora decidessero di presenziare all’iniziativa per esprimere il loro parere sulla prassi e sulle risoluzioni proposte dai volontari. Potrebbero rispondere, ad esempio, ad alcune domande:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>perché spesso le istituzioni intervengono prendendo in carico intere cucciolate?</li>



<li>perché assistiamo ad uno scaricabarile sulle competenze, su chi deve intervenire e non interviene e sul fatto che l’inadempiente non viene neanche denunciato?</li>



<li>perché non esistono corsi di aggiornamento nelle istituzioni preposte sulla materia della gestione del randagismo?</li>



<li>perché noi volontari ci troviamo davanti alle solite risposte: &#8220;non è di nostra competenza&#8221;, “tuteliamo il valore delle strutture autorizzate”, “è per il benessere degli animali”?</li>



<li>viene controllato, a livello sanitario, anche il box, la sua pulizia, le quantità di acqua e cibo e la presenza di aree sgambamento sufficienti?</li>



<li>le strutture adibite alla custodia dei cani hanno contratti con educatori, comportamentalisti per ciò che riguarda poi la reimmissione dei cani, ove possibile, che, seppur contemplata dalla normativa, non viene mai realizzata?</li>



<li>quale e quanto personale è previsto nei canili e nei rifugi? Quanto nei gattili?  </li>



<li>anche i gatti dovrebbero essere tutelati e, anche se tenuti allo stato libero, organizzarli in colonie riconosciute o no perché anche loro arrivano ad eguagliare la problematica del sovrannumero dei cani;</li>



<li>le associazioni convenzionate con queste strutture e i volontari, lamentano il sovrannumero e, per questo, definiscono lager i canili;</li>



<li>nelle campagne, nelle masserie, i &#8220;cani da lavoro&#8221; vengono controllati? Il problema randagismo sappiamo che sorge proprio in queste realtà e, i cani di proprietà, padronali, come vengono controllati?</li>



<li>chi controlla tutto il sistema locale?</li>



<li>dalla Regione che risposte arrivano, che controlli fanno sui comuni che non hanno provveduto a formare personale qualificato per i diritti degli animali? In quanti comuni la polizia municipale è dotata di lettore per i controlli?</li>



<li>quando si realizzeranno piccole oasi nei comuni così da evitare il numero elevato e sovrannumero negli attuali canili?</li>



<li>dove sono i fondi?</li>



<li>perché si fa la lotta a tutti i volontari con controlli asfissianti, ad alcuni con multe, e non si denunciano queste poche strutture autorizzate che, pur di intascare soldi arrivano a più di 2mila anime nei box?</li>



<li>perché voi del servizio sanitario permettete tutto ciò?</li>
</ul>



<p>Bisogna ricordate che se un giorno il volontariato scomparisse, tutto il sistema ne risentirà e in primis gli animali. La legge in materia non deve rimanere solo sulla carta o presa in considerazione e interpretata a piacimento.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="422" height="609" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/06/image.png" alt="" class="wp-image-11177" style="width:680px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/06/image.png 422w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/06/image-208x300.png 208w" sizes="(max-width: 422px) 100vw, 422px" /></figure>



<p></p>
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		<title>Alcibiade I: Il Socrate di Platone e la virtù della politica.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 15:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[diritto alla città]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un estratto dal dialogo di Platone &#8220;Alcibiade I&#8221; o maggiore, nel quale il filosofo sviluppa attraverso la maieutica socratica i temi del &#8220;conosci te stesso&#8221; delfico applicati all&#8217;antropologia e alla politica. In cosa consiste la felicità collettiva? Quali sono le virtù che deve possedere chi voglia amministrare la cosa pubblica? In questo brano le risposte [&#8230;]</p>
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<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-7d22b81a79415e6b5b87a0a30b5b9ec1">Un estratto dal dialogo di Platone &#8220;Alcibiade I&#8221; o maggiore, nel quale il filosofo sviluppa attraverso la maieutica socratica i temi del <em>&#8220;conosci te stesso&#8221;</em> delfico applicati all&#8217;antropologia e alla politica. In cosa consiste la felicità collettiva? Quali sono le virtù che deve possedere chi voglia amministrare la cosa pubblica? In questo brano le risposte provenienti direttamente dai filosofi dall&#8217;antica Grecia.</p>



<p></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>SOCRATE:</strong> E dimmi: [124]e diciamo di voler diventare il più possibile migliori? Non è vero? </p>



<p><strong>ALCIBIADE:</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> In quale virtù? </p>



<p><strong>Al. </strong>È chiaro: nella virtù che caratterizza gli uomini valenti. </p>



<p><strong>So.</strong> Valenti in cosa? </p>



<p><strong>Al.</strong> Chiaramente nel trattare gli affari. </p>



<p><strong>So. </strong>Quali? Affari relativi ai cavalli? </p>



<p><strong>Al.</strong> Per niente affatto. </p>



<p><strong>So.</strong> Infatti, andremmo dai maestri di ippica? </p>



<p><strong>Al</strong>. Sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Parli di affari relativi alle navi? </p>



<p><strong>Al.</strong> No.<br><strong>So.</strong> Andremmo dagli esperti di nautica? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma quali? Chi tratta questo tipo di affari? </p>



<p><strong>Al.</strong> Gli Ateniesi che sono perfetti nella virtù. </p>



<p>[125.a] <strong>So.</strong> Chiami perfetti in virtù gli assennati o i dissennati? </p>



<p><strong>Al.</strong> Gli assennati. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque in ciò in cui ciascuno è assennato, in questo è valente? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> In ciò in cui è stolto, incapace? </p>



<p><strong>Al.</strong> Come no? </p>



<p><strong>So.</strong> Non è dunque il calzolaio assennato nella confezione delle scarpe? </p>



<p><strong>Al.</strong> Senz’altro. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque in queste cose è valente? </p>



<p><strong>Al. </strong>Valente. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma nella confezione di abiti il calzolaio non è insensato? </p>



<p><strong>Al. </strong>Sì. [125.b] </p>



<p><strong>So.</strong> Incapace dunque in questo? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, secondo questo discorso, la medesima persona è, allo stesso tempo, valente e incapace. </p>



<p><strong>Al.</strong> Pare. </p>



<p><strong>So.</strong> Dici dunque che gli uomini valenti sono anche incapaci? </p>



<p><strong>Al.</strong> Assolutamente no. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma allora chi chiami valente? </p>



<p><strong>Al.</strong> Io chiamo valente chi è capace di comandare nella città. </p>



<p><strong>So.</strong> Non certo a cavalli? </p>



<p><strong>Al.</strong> No, di certo. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma ad uomini? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Forse ad uomini ammalati? </p>



<p><strong>Al.</strong> No. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma ad uomini che navigano? </p>



<p><strong>Al.</strong> No, dico. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma ad uomini che mietono? </p>



<p><strong>Al. </strong>No.<br>[125.c] <strong>So.</strong> Ma ad uomini che non fanno niente o che fanno qualcosa? </p>



<p><strong>Al</strong>. Ad uomini che fanno, dico. </p>



<p><strong>So.</strong> Che cosa? Prova a chiarirlo anche a me. </p>



<p><strong>Al. </strong>Dunque, ad uomini che creano legami fra di loro e che si servono reciprocamente, come noi che viviamo nelle città. </p>



<p><strong>So. </strong>Allora vuoi dire esercitare il comando su uomini che si servono di uomini? </p>



<p><strong>Al. </strong>Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque su nostromi che si servono di rematori? </p>



<p><strong>Al.</strong> Certamente no. [&#8230;]</p>



<p><strong>So.</strong> Ma allora che cosa mai intendi con “essere in grado di comandare su uomini che si servono di uomini”? </p>



<p><strong>Al.</strong> Intendo dire governare su uomini che partecipano di una comunità statale e che hanno legami gli uni con gli altri. Sono questi da governare nella città.<br><strong>So.</strong> E quale è quest’arte? Come se ti domandassi di nuovo le cose che ti ho chiesto poc’anzi, qual è l’arte che rende capaci di comandare su coloro che partecipano di una stessa comunità di navigazione? </p>



<p><strong>Al.</strong> L’arte del pilota. [125.e] [&#8230;]</p>



<p><strong>So.</strong> Allora? Come chiami la scienza che fa capaci di governare su uomini che partecipano della comunità statale? </p>



<p><strong>Al.</strong> Io ‘scienza del buon consiglio’, o Socrate. </p>



<p><strong>So. </strong>E che? Forse l’arte dei piloti è priva di buon consiglio? </p>



<p><strong>Al.</strong> No, certo. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma è arte del buon consiglio? [126.a]</p>



<p><strong>Al.</strong> A me sembra, almeno al fine di garantire la salvezza dei naviganti. </p>



<p><strong>So.</strong> Dici bene. E che? Quello che tu chiami ‘buon consiglio’, che scopo ha? </p>



<p><strong>Al. </strong>Quello di amministrare meglio la città e di salvaguardarla. </p>



<p><strong>So.</strong> E quale elemento deve esserci o mancare perché la città sia meglio amministrata e meglio ne sia assicurata la salvezza? Come se tu mi chiedessi: «Sopraggiungendo cosa o andando via cosa, il corpo è meglio sostentato e meglio è assicurata la sua salute?», io ti risponderei che ciò si verifica se sopraggiunge la salute e, invece, se ne va la malattia. Non credi anche tu allo stesso modo? [126.b]</p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> E se tu poi mi chiedessi: «Sopraggiungendo che cosa, gli occhi sono al meglio?», io analogamente ti rispondererei che sono al meglio se è presente la vista e non c’è la cecità. E gli orecchi si trovano in una condizione migliore e sono curati al meglio se non c’è la sordità e c’è l’udito.</p>



<p><strong>Al.</strong> Esattamente. </p>



<p><strong>So.</strong> E una città allora? In presenza di che cosa ed in assenza di che cosa è al meglio e meglio è curata ed amministrata? [126.c]</p>



<p><strong>Al.</strong> A me sembra quando ci sia uno scambievole rapporto di amicizia tra i cittadini ed odio e rivalità siano lontani. </p>



<p><strong>So.</strong> Tu chiami dunque amicizia concordia o disaccordo? </p>



<p><strong>Al.</strong> Concordia. </p>



<p><strong>So.</strong> In virtù di quale arte le città concordano sul numero? </p>



<p><strong>Al. </strong>Grazie all’aritmetica. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma i privati? Grazie alla stessa arte, no? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> E anche ciascuno è d’accordo con se stesso? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> E grazie a quale arte ciascuno concorda con se stesso [126.d] riguardo alla spanna ed al cubito, quale delle due misure è più grande? Non in virtù dell’arte della misurazione? </p>



<p><strong>Al.</strong> Come no? </p>



<p><strong>So. </strong>E su questo concordano dunque fra loro sia i privati, sia gli stati? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> E che? Riguardo al peso non è lo stesso? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì.  [&#8230;]</p>



<p><strong>So.</strong> Su, allora! Con quale arte noi potremmo prenderci cura di noi stessi? </p>



<p><strong>Al.</strong> Non te lo so dire. [128.e] </p>



<p><strong>So.</strong> Ma su questo almeno c’è accordo, che non potremmo prenderci cura di noi stessi con quell’arte con cui potremmo rendere migliore qualsiasi cosa delle cose nostre, ma con quella con cui potremmo rendere migliori noi stessi? </p>



<p><strong>Al. </strong>Hai ragione </p>



<p><strong>So.</strong> Ma avremmo conosciuto dunque quale arte rende migliore la calzatura, non conoscendo la scarpa? </p>



<p><strong>Al. </strong>Impossibile. </p>



<p><strong>So. </strong>E se non avessimo conosciuto gli anelli, non avremmo saputo quale arte rende migliori gli anelli? </p>



<p><strong>Al. </strong>Vero. </p>



<p><strong>So.</strong> E allora? Potremmo sapere quale arte ci rende migliori, non sapendo chi siamo noi? [129.a]</p>



<p><strong>Al.</strong> Impossibile. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque è facile conoscere se stessi ed era uno stupido chi ha consacrato questo motto nel tempio di Delfi o risulta difficile e non è cosa da tutti? </p>



<p><strong>Al. </strong>A me, o Socrate, spesso è sembrata cosa da tutti, spesso invece difficilissima impresa. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma, o Alcibiade, sia facile o non lo sia, tuttavia la cosa per noi sta in questi termini: conoscendo questo, forse potremmo conoscere la cura di noi stessi, non conoscendolo, non potremo conoscerla. </p>



<p><strong>Al.</strong> È in questi termini. [129.b]</p>



<p><strong>So.</strong> Forza, allora. In che maniera si potrebbe trovare questo essere ‘se stessi’? Così, infatti, troveremmo probabilmente che cosa siamo noi; rimanendo nell’ignoranza di questo, ne saremmo ancora incapaci. </p>



<p><strong>Al.</strong> Dici bene.  [&#8230;]</p>



<p><strong>So. </strong>Dunque colui che ci ordina il “conosci te stesso”, ci ordina di conoscere la nostra anima. [131.a]</p>



<p><strong>Al.</strong> Evidentemente. </p>



<p><strong>So.</strong> Chiunque dunque conosce qualcosa del corpo, conosce le proprie cose, ma non se stesso. </p>



<p><strong>Al.</strong> È così. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque nessuno dei medici conosce se stesso, in quanto medico, né alcuno dei maestri di ginnastica, in quanto maestro di ginnastica. <strong>Al.</strong> Naturalmente no. </p>



<p><strong>So. </strong>Sono ben lontani dunque dal conoscere se stessi i contadini e gli altri lavoratori. Questi – come pare – non conoscono neppure le cose loro proprie, ma cose ancora più lontane dalle cose loro proprie, in relazione appunto ai [131.b] mestieri che esercitano: conoscono infatti le cose del corpo, con cui questo si cura. Al. Hai ragione. So. Se dunque saggezza è conoscere se stesso, nessuno di questi è saggio in relazione all’arte. Al. Non mi pare. So. Per questo effettivamente queste arti sembrano essere anche volgari e non materia di apprendimento di un uomo che vale. </p>



<p><strong>Al. </strong>Assolutamente sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, di nuovo, chiunque abbia cura del corpo ha cura di ciò che gli appartiene, ma non di se stesso? </p>



<p><strong>Al. </strong>È probabile. </p>



<p><strong>So.</strong> Chiunque si prenda cura delle ricchezze, non si prende cura di se stesso e nemmeno delle cose [131.c] che riguardano se stesso, ma di cose ancora più lontane da ciò che riguarda se stesso? </p>



<p><strong>Al. </strong>A me pare. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque chi fa soldi non si occupa di cose proprie. </p>



<p><strong>Al.</strong> Esattamente. </p>



<p><strong>So.</strong> Se dunque qualcuno è amante del corpo di Alcibiade, non ama Alcibiade, ma qualcosa delle cose di Alcibiade. </p>



<p><strong>Al.</strong> Hai ragione. </p>



<p><strong>So.</strong> Ama, invece, te chi ama la tua anima? </p>



<p><strong>Al.</strong> Dal ragionamento fatto appare un’evidenza. </p>



<p><strong>So. </strong>Chi ama dunque il tuo corpo, quando questo smette di fiorire, se ne va lontano? </p>



<p><strong>Al.</strong> Pare. [131.d] </p>



<p><strong>So.</strong> Colui che ama l’anima, invece, non se ne va, finché questa proceda verso il meglio? </p>



<p><strong>Al.</strong> Naturalmente. </p>



<p><strong>So. </strong>Dunque, io sono colui che non se ne va ma rimane mentre il corpo sfiorisce e gli altri se ne sono andati. </p>



<p><strong>Al.</strong> Fai bene, o Socrate: possa tu non allontanarti! [&#8230;]</p>



<p><strong>So.</strong> Questo dunque è il motivo, che io solo ero il tuo amante, gli altri, invece, erano amanti delle tue cose: ma le tue cose perdono il fiore della giovinezza, tu, invece, ora incominci a fiorire. [132.a] E ora, se tu non ti lascerai corrompere dal popolo degli Ateniesi e diventerai peggiore, io non ti lascerò. Di questo, soprattutto, io ho paura, che tu mi ti lasci corrompere divenendo un amante del popolo. Infatti, molti e valenti Ateniesi hanno fatto quest’esperienza. Certamente ha un bel volto «il popolo del magnanimo Eretteo». Bisogna dunque che tu lo<br>osservi quando è senza maschera. Prendi allora le precauzioni che ti dico. </p>



<p><strong>Al.</strong> Quali? [132.b] </p>



<p><strong>So.</strong> Esercitati, dunque, o fortunato ragazzo, e impara ciò che bisogna imparare prima di entrare nella vita politica; non farlo prima di avere un contravveleno perché tu non abbia a subire niente di grave. </p>



<p><strong>Al. </strong>Mi sembra che tu dica bene, o Socrate; ma prova a spiegare in quale modo noi dovremmo curarci di noi stessi. </p>



<p><strong>So.</strong> Ebbene, di tanto si è proceduto in avanti – su che cosa siamo, infatti, ci siamo messi d’accordo in modo conveniente – mentre temevamo che, ingannandoci su questo, ci prendessimo cura di qualcosa d’altro ma non di noi. </p>



<p><strong>Al.</strong> Le cose son così. [132.c] </p>



<p><strong>So.</strong> E, in secondo, luogo, che bisogna prendersi cura dell’anima e mirare a questo. </p>



<p><strong>Al.</strong> Evidentemente. </p>



<p><strong>So.</strong> E bisogna affidare ad altri la cura dei corpi e delle ricchezze. </p>



<p><strong>Al.</strong> Certo. E allora? </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque come potremmo conoscere in modo evidente questo? Dato che, se conosciamo questo, come è palese, conosceremo anche noi stessi. In nome degli dei, non comprendiamo allora quella giusta iscrizione di Delfi che poco fa abbiamo ricordato? </p>



<p><strong>Al. </strong>Che cosa intendi, o Socrate? [132.d]<strong> </strong></p>



<p><strong>So.</strong> Sospetto che cosa significhi ed intenda consigliare a noi quell’iscrizione e te lo dirò. È probabile infatti che solo nella vista, e non altrove, ci possa essere un esempio per questo. </p>



<p><strong>Al.</strong> In che senso dici questo? </p>



<p><strong>So.</strong> Pensaci anche tu. Se l’iscrizione delfica, esortando il nostro occhio come se fosse un uomo, avesse detto «guarda te stesso», in che senso dovremmo intenderla, che cosa ci raccomanderebbe? Non forse di guardare a ciò, guardando il quale l’occhio sarebbe nella condizione di vedere se stesso? </p>



<p><strong>Al.</strong> È evidente. </p>



<p><strong>So.</strong> Abbiamo in mente quella cosa guardando alla quale noi [132.e] vediamo insieme quella cosa e noi stessi? </p>



<p><strong>Al.</strong> Chiaramente, o Socrate, noi dovremmo guardare negli specchi e in oggetti simili. </p>



<p><strong>So. </strong>Dici bene, ma non c’è dunque anche qualcosa di simile nell’occhio con il quale vediamo? </p>



<p><strong>Al</strong>. Assolutamente sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Hai osservato certamente che l’immagine di una persona che fissa lo sguardo nell’occhio [133.a] di un’altra viene riflessa, come in uno specchio, lo sguardo di colui che sta davanti. Questo specchio lo chiamiamo ‘bambolina’, dato che è come un’immagine di colui che guarda. </p>



<p><strong>Al. </strong>Hai ragione. </p>



<p><strong>So. </strong>Un occhio che guardasse un altro occhio, e si fissasse in quella che è la sua parte migliore e con la quale guarda, in questo modo<br>vedrebbe se stesso. </p>



<p><strong>Al.</strong> Naturalmente. </p>



<p><strong>So.</strong> Se guardasse ad un’altra delle parti dell&#8217;uomo o a qualcosa fra le cose che esistono, fatta eccezione per ciò a cui è simile, non vedrà se stesso. [133.b] </p>



<p><strong>Al. </strong>Chiaramente. </p>



<p><strong>So.</strong> Se dunque un occhio vuole vedere se stesso, bisogna che guardi un occhio e dell’occhio quella parte nella quale capita che ci sia la capacità prima dell’occhio; e questa è la vista? </p>



<p><strong>Al.</strong> È così. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, o caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole conoscere se stessa, bisogna che guardi l’anima e precisamente quel luogo dell’anima in cui è connaturata la capacità prima dell’anima, cioè la saggezza, e ogni altra cosa a cui questa parte dell’anima si trovi ad essere simile. </p>



<p><strong>Al.</strong> Mi pare di sì, o Socrate. [133.c] </p>



<p><strong>So</strong>. Possiamo dunque dire che c&#8217;è una parte dell’anima più divina di quella nella quale hanno sede il conoscere ed il pensare? </p>



<p><strong>Al</strong>. Non possiamo. </p>



<p><strong>So.</strong> Questa parte dell’anima dunque è simile al dio e uno, guardando ad essa e conoscendo così l&#8217;insieme, intelletto e pensiero, potrebbe conoscere nel modo migliore anche se stesso. </p>



<p><strong>Al</strong>. È chiaro. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma come gli specchi sono più chiari dello specchio che è nell’occhio e più puri e più luminosi, così anche il dio è più puro e anche più luminoso della parte migliore che è nella nostra anima? </p>



<p><strong>Al. </strong>È un’evidenza, o Socrate. </p>



<p><strong>So. </strong>Guardando il dio, dunque, ci serviremo di lui come di un bellissimo specchio delle cose umane che hanno come scopo la virtù dell’anima e, in questo modo, potremmo vedere e conoscere nel modo migliore noi stessi. </p>



<p><strong>Al. </strong>Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Abbiamo convenuto che il conoscere se stessi è saggezza. </p>



<p><strong>Al.</strong> Certo. </p>



<p><strong>So.</strong> Allora non conoscendo noi stessi né essendo saggi potremmo conoscere le cose che ci appartengono, buone e cattive? </p>



<p><strong>Al.</strong> E come sarebbe possibile, Socrate? [&#8230;]</p>



<p><strong>So.</strong> Chiunque ignori le cose sue, ignorerà, secondo questo ragionamento, anche quelle degli altri. </p>



<p><strong>Al.</strong> Come no? </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, se ignorerà quelle degli altri, ignorerà anche quelle della città. </p>



<p><strong>Al.</strong> Necessariamente. </p>



<p><strong>So.</strong> Un uomo del genere non potrebbe diventare un politico. </p>



<p><strong>Al.</strong> No, di certo. </p>



<p><strong>So.</strong> E neppure un amministratore. [134.a] </p>



<p><strong>Al. </strong>Certo che no. </p>



<p><strong>So.</strong> Ed effettivamente neppure saprà ciò che fa. </p>



<p><strong>Al. </strong>No, infatti. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma chi non sa, non commetterà errori? </p>



<p><strong>Al.</strong> Assolutamente sì. </p>



<p><strong>So.</strong> E sbagliando, non</p>



<p>vivrà male sia in privato, sia in pubblico? </p>



<p><strong>Al.</strong> Come no? </p>



<p><strong>So.</strong> Vivendo male non sarà infelice? </p>



<p><strong>Al. </strong>Certamente. </p>



<p><strong>So.</strong> E che cosa mi dici su quelli per i quali agisce? </p>



<p><strong>So</strong>. Anche costoro vivranno infelici. </p>



<p><strong>So</strong>. Dunque non è possibile che, qualora uno non sia saggio e buono, sia felice. [134.b] </p>



<p><strong>Al. </strong>Effettivamente, non è possibile. </p>



<p><strong>So.</strong> Allora, gli uomini cattivi sono infelici. </p>



<p><strong>Al. </strong>Assolutamente sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque non chi ha acquistato ricchezza si libera dell’infelicità, ma chi è cresciuto in saggezza. </p>



<p><strong>Al.</strong> È evidente.<strong> </strong></p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, o Alcibiade, non di mura, né di triremi, né di cantieri navali hanno bisogno le città se vogliono essere felici, né di un ragguardevole numero di cittadini, se non posseggono la virtù. </p>



<p><strong>Al.</strong> Certo che no. </p>



<p><strong>So. </strong>Se tu hai intenzione di amministrare gli affari della città in modo retto e [134.c] bene, devi far partecipi i tuoi concittadini della virtù. </p>



<p><strong>Al. </strong>Come no? </p>



<p><strong>So.</strong> Ma uno potrebbe rendere partecipi altri di ciò che non possiede? </p>



<p><strong>Al.</strong> E come? </p>



<p><strong>So.</strong> Per prima cosa tu stesso dovrai conquistare la virtù, e anche un altro che intenda personalmente non solo su sé e sulle proprie<br>cose comandare e prendersene cura, ma anche sulla città e sugli affari della città. </p>



<p><strong>Al.</strong> Hai ragione. </p>



<p><strong>So. </strong>Allora bisogna che tu non procuri a te, né alla città, libertà assoluta e potere di fare qualunque cosa tu voglia, ma giustizia e saggezza. </p>



<p><strong>Al.</strong> Appare evidente. [134.d] </p>



<p><strong>So.</strong> Infatti, operando giustamente e saggiamente tu ed anche la città opererete in modo gradito al dio. </p>



<p><strong>Al. </strong>È naturale che sia così. </p>



<p><strong>So.</strong> E, cosa che dicevamo in precedenza, opererete guardando a ciò che è divino e luminoso. </p>



<p><strong>Al.</strong> Evidentemente. </p>



<p><strong>So.</strong> Ma effettivamente guardando alla luce divina, esaminerete e conoscerete voi stessi ed i vostri beni. </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Di conseguenza opererete rettamente e bene? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. [134.e] </p>



<p><strong>So.</strong> Ma effettivamente, se farete così, intendo garantirvi che sarete felici. </p>



<p><strong>Al.</strong> Tu sei un garante sicuro. </p>



<p><strong>So.</strong> Invece, se agirete ingiustamente, con l’occhio rivolto a ciò che è privo del divino e tenebroso, come è naturale, opererete in modo conforme a ciò e non conoscerete voi stessi. </p>



<p><strong>Al.</strong> Naturalmente. </p>



<p><strong>So.</strong> Di fatto, caro Alcibiade, qualora uno abbia la libertà di fare ciò che vuole, ma non abbia l’intelletto, che cosa è verosimile che gli accada, sia esso privato cittadino che città? Per esempio, quando uno che è malato, che non abbia conoscenze mediche e che abbia la libertà di fare ciò che [135.a] vuole e si comporti in modo tirannico tanto che nessuno in niente possa rimproverarlo, che cosa credi<br>che accadrà? Non credi che, come è naturale, verrà colpito il suo corpo? </p>



<p><strong>Al.</strong> Hai ragione. </p>



<p><strong>So. </strong>E in una nave, se uno avesse la possibilità di fare ciò che vuole, ma fosse privo dell’intelletto e della capacità propria del comandante, immagini ciò che capiterebbe a lui ed a quelli che viaggiano con lui? </p>



<p><strong>Al. </strong>Certamente sì, morirebbero tutti. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque, analogamente, nello Stato e in tutti i governi e [135.b] poteri assoluti privi della virtù si ha come conseguenza necessaria il vivere male? </p>



<p><strong>Al.</strong> Necessariamente. </p>



<p><strong>So.</strong> Dunque bisogna, o Alcibiade carissimo al mio cuore, che tu, se volete essere felici, non procuri né per te, né per la città il potere tirannico, ma la virtù. </p>



<p><strong>Al. </strong>Hai ragione. </p>



<p><strong>So.</strong> Prima di acquistare la virtù, è meglio per un uomo e non solo per un bambino, essere comandati da una persona più valente piuttosto che comandare. </p>



<p><strong>Al.</strong> È naturale. </p>



<p><strong>So.</strong> E ciò che è meglio non è anche più bello? </p>



<p><strong>Al.</strong> Sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Ma ciò che è più bello non è anche ciò che è più conveniente? [135.c] </p>



<p><strong>Al. </strong>E come no?<br><strong>So.</strong> Non conviene allora all’uomo privo di virtù essere schiavo? Per lui è meglio. </p>



<p><strong>Al</strong>. Sì. </p>



<p><strong>So.</strong> La mancanza di virtù dunque si addice ad uno schiavo. </p>



<p><strong>Al.</strong> Appare evidente.<br><strong>So. </strong>La virtù, invece, si addice ad un uomo libero. </p>



<p><strong>Al. </strong>Sì. </p>



<p><strong>So. </strong>Dunque bisogna fuggire, o amico, dalla condizione dello schiavo? </p>



<p>Al. Assolutamente sì, o Socrate.</p>



<p><strong>So. </strong>Tu ti rendi conto della condizione in cui ti trovi ora? Sei nella condizione di uomo libero o no? </p>



<p><strong>Al.</strong> Credo di rendermene conto, anche troppo. </p>



<p><strong>So.</strong> Sai dunque come venire fuori da questa tua condizione? Davanti ad un uomo così bello come tu sei non pronunciamone il nome. [135.d] </p>



<p><strong>Al.</strong> Io sì. </p>



<p><strong>So.</strong> Come? </p>



<p><strong>Al. </strong>Se lo vuoi tu, o Socrate. </p>



<p><strong>So.</strong> Non ti esprimi in modo corretto, o Alcibiade. </p>



<p><strong>Al.</strong> Ma in che modo dovrei esprimermi? </p>



<p><strong>So.</strong> Se è il dio a volerlo. </p>



<p><strong>Al.</strong> Lo dico certamente allora. E, inoltre, dico questo, che correremo il rischio di modificare le parti, o Socrate, io prendendo la tua, tu la mia. Da oggi in avanti non ci sarà modo, infatti, in cui io non accompagnerò te come pedagogo e tu sarai accompagnato da me. [135.e]</p>



<p><strong>So.</strong> O nobile ragazzo, il mio amore dunque non differirà dall’amore della cicogna, se presso di te avendo covato un amore alato, da questo sarà in cambio curata. </p>



<p><strong>Al.</strong> Ma è proprio in questi termini e da ora inizierò a prendermi cura della giustizia. </p>



<p><strong>So.</strong> Vorrei che tu arrivassi fino in fondo: ma ho paura, invece, non perché non mi fidi della tua natura, ma perché vedo la forza della città, che questa possa avere la meglio su di me e su di te.</p>



<p></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/02/17/alcibiade-i-il-socrate-di-platone-e-la-virtu-della-politica/">Alcibiade I: Il Socrate di Platone e la virtù della politica.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La città contro lo stato: locale versus globale (di F. Piperno)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/11/21/la-citta-contro-lo-stato-locale-versus-globale-di-f-piperno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 09:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia diretta]]></category>
		<category><![CDATA[diritto alla città]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell&#8217;ambito dei nostri appunti sulle &#8220;comunità di senso&#8221;, antidoto per l&#8217;iper individualismo delle società info-capitaliste, proponiamo questo articolo di Franco Piperno che analizza il tema della città vista nel suo divenire storico e nella sua attualità e attraverso il suo respiro tra locale e globale, tra urbe e civitas. di Franco Piperno All&#8217;origine della parola: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/11/21/la-citta-contro-lo-stato-locale-versus-globale-di-f-piperno/">La città contro lo stato: locale versus globale (di F. Piperno)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-62db51eb9fbe9e5558f19324251481d9"><em>Nell&#8217;ambito dei nostri appunti sulle &#8220;comunità di senso&#8221;, antidoto per l&#8217;iper individualismo delle società info-capitaliste, proponiamo questo articolo di Franco Piperno che analizza il tema della città vista nel suo divenire storico e nella sua attualità e attraverso il suo respiro tra locale e globale, tra urbe e civitas. </em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p></p>



<p></p>



<p><em>di Franco Piperno</em></p>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">All&#8217;origine della parola: </h4>



<p>politica come bisogno specifico, naturale, di comunità &#8211; prima e al di fuori della statualità. Etimologicamente, con la parola <em>politica </em>s&#8217;intende la gestione collettiva di una comunità,  sia essa un&#8217;intera città o solo un quartiere. Così, la precondizione architettonica perché la politica si svolga è la costruzione di un luogo dove i cittadini possono  riunirsi &#8211; si  pensi  all&#8217;agorà   ateniese,  al forum  romano nell&#8217;epoca repubblicana, al centro storico del comune medievale italiano, alle piazze della rivoluzione francese e poi della Comune di Parigi, al Soviet della prima rivoluzione russa del 1905 e poi di nuovo di quella grande, quella dell&#8217;ottobre 1917. </p>



<p>Nella polis, il popolo, il <em>demos, </em>amministra la vita quotidiana tramite l&#8217;assemblea dei cittadini, un corpo politico in presenza &#8211; una condivisione sentimentale, di gioia e dolore, faccia a faccia, a contatto di gomito gli uni con gli altri. L&#8217;assemblea qualche volta elegge, altre volte sorteggia i delegati, per mandare ad effetto le decisioni comunemente prese; e questi delegati sono vincolati al mandato, sono in carica per un periodo breve non rinnovabile, e possono essere  revocati immediatamente qualora disattendano il mandato stesso.</p>



<p>La parola politica perciò rimandava a un&#8217;attività umana ben diversa da  quella oggi designata dall&#8217;uso comune del termine. Oggi per politica s&#8217;intende, per lo più, il governo del popolo tramite lo stato &#8211; il popolo possiede la sovranità giuridica ma non l&#8217;esercita, affidandola ai rappresentanti o, per dirla con involontario sarcasmo, agli &#8220;eletti&#8221;.</p>



<p>Bookchin, in più occasioni, ha ribadito come questo sistema di rappresentazione senza condivisione, elitario, professionistico, specializzato nelle tecniche di dominio, è emerso in Europa soltanto nel XVI secolo con le monarchie assolute. Nel nostro continente, la perdita  della sovranità civica avviene con l&#8217;emergere del &#8220;governo del re&#8221;, lo stato nazionale. In Francia Richelieu, il ministro del re, fa abbattere le mura della città proprio perché essa non possa più difendersi dallo stato. La distruzione delle mura cittadine, così come dei costumi connessi<img decoding="async" width="2" height="37" src="">alla sovranità &#8211; gli usi civici per intenderci &#8211; è un portato della nascita dello stato nazionale in Europa.</p>



<p>Gli <strong>usi civici</strong> sono quell&#8217;insieme di abitudini che permettono al cittadino di usare la terra anche quando non può accampare nessun diritto di possesso su di essa; attraverso questi usi, si esercita una sorta di garanzia <em>erga omnes, </em>qualcosa di simile a quel che oggi chiamiamo <em>reddito di cittadinanza. </em></p>



<p>La politica, alla sua origine, è intrecciata al sentimento comunitario e solidaristico e coincide senza residui con la <em>città </em>&#8211; termine latino che etimologicamente indica il legame comunitario, l&#8217;abitare; esso si contrappone a <em><strong>urbe</strong> </em>che denota solo il mero risiedere. Così, nel Mezzogiorno, secondo una considerazione di Gramsci, la città rurale dell&#8217;osso appenninico è abitata dal contadino, che, contrariamente a quel che accade nella Valle Padana, non vive la  campagna, anche se per brevi periodi vi risiede.</p>



<p>La <em><strong>civitas</strong> </em>non si dà senza la campagna che ne assicura la sovranità energetica e alimentare &#8211; il presupposto stesso della sua indipendenza o, meglio, della sua libertà.</p>



<p>Può accadere quindi che per assicurarsi questa libertà la città si strutturi in forma federale fin dal suo inizio; è il caso di Cosenza, la capitale degli antichi Bruzii, che nasce priva di mura perché circondata dai Casali che ne assicurano la difesa e l&#8217;autonomia energetica e alimentare. Ora, come ognuno sa, le cose non stanno più così, al posto dei Casali vi sono i supermercati, la merce tutta  uguale viene dal mercato globale: l&#8217;arancia aggrinzisce sugli alberi del lungo Crati mentre il mercato offre lo stesso agrume lucidato che si può trovare a Palermo come a Brescia o a Barcellona. Sparita la produzione locale, ecco svanire l&#8217;orgogliosa indipendenza, la singolarità del luogo. La cooperazione città-campagna si è interrotta, per poi  andare  in  rovina,  trascinando con se gli usi civici e infine le stesse virtù civiche &#8211; in altre parole, la coscienza comunitaria non viene più coltivata. Un esempio tra tanti: il politico cosentino, il professionista  della politica, non deriva l&#8217;autorità dalla stima di cui lo circondano i suoi concittadini, piuttosto dalla capacità predatoria, dall&#8217;abilità con la quale intercetta e gestisce i fondi pubblici provenienti da Roma e ancor più da Bruxelles. La regola di contare sulle proprie forze, il far da sé, è sistematicamente evasa; si diffonde così in città un accidioso sentimento di auto disprezzo. D&#8217;altro canto, i politici, gli eletti, i rappresentanti abbisognano di consenso e non certo di condivisione; di conseguenza, trattano gli elettori come consumatori da accattivare, ai quali vendere una merce, indurre una preferenza. Per parte loro, ai cittadini è attribuito il dovere, periodico e rituale, di votare per dei candidati scelti dai partiti e senza vincolo di mandato; questi rappresentanti, così selezionati, sono agli antipodi dei delegati civici della democrazia comunale, il cui mandato &#8211; sempre revocabile,  giova  ripeterlo &#8211;  era quello  di gestire le decisioni politiche formulate e deliberate dall&#8217;assemblea dei cittadini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La città da luogo ameno a nodo dei flussi mercantili</h4>



<p>Nel Mediterraneo, ogni città ha una leggenda di fondazione. Non solamente &#8220;le città madri&#8221;, ovvero Gerusalemme,  Damasco,  Atene, Roma,  Kiev ed alcune altre; anche quelle decisamente più modeste, quelle rurali dell&#8217;osso appenninico, hanno origine a partire dal gesto fondatore di un Dio o comunque di un eroe padre che ha indicato il luogo. Il mito racconta gli elementi di realtà, le condizioni ambientali singolari che hanno permesso la nascita. Infatti, nel Mediterraneo, la città non è un dormitorio ma il luogo della &#8220;buona vita&#8221;; essa quindi non può sorgere dovunque, abbisogna di un adattamento specifico al paesaggio, dove si dia, ad esempio, una sorgente d&#8217;acqua potabile o una rocca dove  rifugiarsi o un fiume dal quale ricavare energia o una insenatura della costa dove adagiarsi a contatto col mare. Accade così che nel Mezzogiorno d&#8217;Italia, dove la religione cristiana è fortemente intrisa di paganesimo, la città sia sotto tutela di un santo del luogo che, se non l&#8217;ha fondata, l&#8217;ha almeno salvata dal terremoto o dalla malaria o da altre calamità naturali o dalle razzie dei saraceni. Il santo protettore è una metafora del legame civico, della cittadinanza come &#8220;persistenza dello spirito del luogo&#8221;.</p>



<p>Per contro, l&#8217;urbanesimo  moderno delinea una città paradigmatica, una sorta di Los Angeles, ancor meglio, di Brasilia: una gigantesca stazione di transito, un enorme aeroporto, un nodo di dispositivi disciplinari, del tutto estraneo se non ostile al paesaggio, un non-luogo che potrebbe sorgere ovunque, attrezzato non  per  l&#8217;abitare  ma per lo scambio mercantile. Così, l&#8217;urbanesimo statalista svuota la città dalla buona vita. Si pensi a cosa è accaduto alla &#8220;città madre&#8221; di Gerusalemme, la millenaria, dove lo stato nazionale ebraico al posto delle antiche mura che difendevano la città, ha eretto muri per separare i cittadini arabi dagli ebrei; o anche alla sorte di Venezia, intasata da turisti lungo i canali fetidi, divenuta un funebre museo all&#8217;aperto, che &#8220;non vive e non fiorisce se non come una nave in fondo al mare&#8221;.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;unificazione del mercato mondiale e la <strong>colonizzazione delle coscienze</strong> </h4>



<p>Dopo il fallimento del socialismo di stato, lo scioglimento dell&#8217;Unione Sovietica e l&#8217;unificazione del mercato mondiale, il modo di produzione capitalistico è entrato in una fase di accumulazione finanziaria che comporta una nuova distruzione di consuetudini, diritti acquisiti, relazioni sociali non mercantili. È un po&#8217; come se si tornasse alle origini, al XVII secolo, al tempo delle monarchie assolute, quando la polarizzazione della ricchezza monetaria (per esempio, l&#8217;oro e l&#8217;argento in arrivo dalle Americhe) da un lato e, dall&#8217;altro, la recinzione dei campi (il contadino liberato dalla terra, per intenderci) hanno creato le condizioni per la nascita e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico e dei suoi dispositivi di dominio: lo stato nazionale. Quel che rende inedita  l&#8217;odierna  globalizzazione non è solo l&#8217;estensione riuscita dei costumi e delle istituzioni occidentali &#8211; i cosiddetti diritti umani &#8211; all&#8217;intero pianeta; quel che è specifico della nostra epoca è piuttosto quell&#8217;imprevedibile autonomia conseguita dal capitale rispetto a quel  lavoro astratto che esso stesso ha creato e col quale, secondo  le  circostanze,  ora  ha  collaborato  ora  è entrato  in conflitto. Detto altrimenti: mentre al suo inizio, il capitale ha lacerato il legame del contadino con la terra trasformandolo in salariato, oggi la gran parte  della produzione  mercantile  ha un bisogno quasi residuale, decisamente marginale, di lavoro vivo. Infatti, la riproduzione allargata, la crescita economica, l&#8217;aumento della dimensione finanziaria e industriale dell&#8217;impresa non richiedono tanto il lavoro umano (cognitivo o meno) quanto la macchina intelligente, l&#8217;automazione cibernetica, in altre parole, l&#8217;uso della tecno-scienza o quel che Marx chiamava &#8220;general intellect&#8221;.</p>



<p>Il capitale, nell&#8217;epoca dell&#8217;unificazione del mercato mondiale, mette al lavoro le macchine piuttosto che gli uomini, acquista una potenza senza precedenti, affrancandosi dal lavoro vivo, innovando ossessivamente processi e prodotti per sottrarsi alla saturazione dei mercati. Il capitale appare posseduto da uno spirito faustiano sicché il suo limite invalicabile risulta essere proprio  quella smodatezza, quel non riconoscere i suoi limiti. Detto altrimenti, trascorre la sua esistenza tra la crisi di sviluppo  e  lo  sviluppo  della  crisi.  L&#8217;esperienza storica mostra che la crescita ininterrotta dell&#8217;economia è una missione impossibile; prova ne è il suo sprofondare periodico nella sovrapproduzione di merci, nella distruzione di ricchezza sociale, nella disoccupazione, fino a produrre una sorta d&#8217;indigenza obesa, di paura senza oggetto, di angoscia, insomma. E tuttavia questa contraddizione sistemica non comporta nessun crollo automatico del modo di produzione capitalistico. Così c&#8217;è da aspettarsi, in Occidente, che nel medio periodo la ripresa instabile della crescita esponenziale (il PIL, per intenderci) avverrà senza alcun significativo allargamento della forza-lavoro occupata. Alla cibernetizzazione accelerata del processo produttivo si accompagna una colonizzazione delle coscienze, una specie di omologazione planetaria del cittadino ridotto a consumatore-elettore-spettatore. Stracciando le relazioni sociali comunitarie fondate sulla reciprocità e sullo scambio non-mercantile, fa così nido, nel senso comune, una sorta d&#8217;ideologia dell&#8217;arricchimento monetario individuale che, per di più, pretende di non essere una ideologia come le altre bensì  una  condotta  di vita  morale  e civile. Questo atteggiamento, piuttosto che inseguire utopie, bada al sodo, al concreto dove per concreto s&#8217;intende il denaro, la &#8220;cattiva astrazione del denaro&#8221;.</p>



<p>La nostra quotidianità è ormai  rigonfia come un vitello all&#8217;estrogeno di valori mercantili, accumulativi, competitivi che convergono nel corrompere i rapporti civici, quelli amicali e perfino quelli familiari; l&#8217;angoscia che ne risulta o resta muta o quando prende parola lo fa in quel cacofonico gergo finanziario, zeppo di feticci concettuali, un &#8220;latinorum&#8221; economicista, dove i termini d&#8217;origine anglo-americana conferiscono al discorso una autorevolezza scientifica posticcia. È un po&#8217; come se la sentimentalità caratteristica del capitale, quella che reifica il futuro, l&#8217;interesse composto, l&#8217;usura per dirla tutta, avesse conseguito una qualche egemonia etica, diffondendosi in modo molecolare nel senso comune tra banchieri, imprenditori, esperti ma anche tra milioni e milioni di esseri umani; non solo, quindi, tra i ricchi ma ancor più tra i poveri. Il futuro, il senso della temporalità, risulta così scandito dalla acquisizione e dal progressivo aumento del reddito monetario, prescindendo da ogni scelta vocazionale, dalla qualità della mansione lavorativa erogata.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/11/image-1.png" alt="" class="wp-image-10813" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/11/image-1.png 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/11/image-1-300x300.png 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/11/image-1-150x150.png 150w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/11/image-1-768x768.png 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">La resistenza dei luoghi: le città a misura umana</h4>



<p>Va da sé che l&#8217;unificazione  del mercato mondiale non scivoli via senza attriti; al contrario, essa suscita potenti energie sociali che spontaneamente affiorano per contrastarla e arrestarla  &#8211; insomma la febbre della globalizzazione produce e riproduce i suoi anticorpi. Questa resistenza non è all&#8217;opera solo nelle aree del mondo invase di recente dal modo di produzione capitalistico; essa scava senza sosta anche nel ricco Occidente. Tanto Bookchin quanto Harvey hanno sottolineato più volte come la globalizzazione capitalistica abbia<br>suscitato, proprio negli USA, un&#8217;attenzione collettiva, senza precedenti, ai luoghi nei quali si abita &#8211; fenomeno etichettato dai media, non senza un retrogusto spregiativo, come localismo. La cura dei luoghi o, per dir meglio, il bisogno sentimentale di comunità in quanto tale, ha dato vita, tanto nell&#8217;America settentrionale quanto in Europa, a una miriade di comitati cittadini, associazioni, gruppi d&#8217;azione di base, tutti impegnati in questioni come la qualità della vita; il rapporto città-campagna; la sovranità alimentare, energetica e monetaria dei<br>luoghi; l&#8217;accoglienza dei migranti; la mobilità urbana soffocata dal traffico privato; la condivisione territoriale con le piante e gli animali; la denuncia dello &#8220;specismo&#8221; ovvero dell&#8217;ideologia che legittima la domesticazione, il commercio e l&#8217;uccisione delle specie diverse da quella umana; la gestione delle discariche tossiche e delle scorie nucleari; l&#8217;oppressione di genere, e così via. Si tratta di problemi urbani non sempre nuovi ma tutti incongrui ad una &#8220;analisi di classe&#8221; di tipo tradizionale. Infatti, ciò che queste esperienze richiedono non è un partito né un sindacato nuovo o vecchio che sia; esse non desiderano avere una rappresentanza che influenzi favorevolmente i dispositivi statuali; semmai pretendono che lo stato non si impicci, resti fuori, si astenga dall&#8217;intervenire per legiferare su queste tematiche. </p>



<p>Dal punto di vista del pensiero politico, si pongono alcune questioni cruciali: come sgravare questo movimento del valore d&#8217;uso della forma organizzativa che dorme latente nel suo seno? </p>



<p>Come favorire il riaffiorare delle istituzioni autentiche,  le  agenzie  della cooperazione basata sulla reciprocità, al di fuori del mercato e oltre lo stato, dove non domina lo scambio tra equivalenti, ma piuttosto dove ognuno dà quel di cui è capace e riceve secondo i suoi bisogni?  </p>



<p>A  ben  guardare questo luogo, nella tradizione italiana, esiste già; ed è la  città  che  si autogoverna:  articolata  nei  suoi quartieri  e          organizzata secondo le istituzioni confederali della democrazia diretta quella immediatamente accessibile al senso comune, che si svolge faccia a faccia, corpo a corpo, una democrazia senza rappresentanza, insomma.</p>



<p>Va così delineandosi una potenziale rifondazione delle città. Si badi non di tutte le città; non, ad esempio, delle poche megalopoli, che pure sono presenti nel nostro paese. Il riferimento va quindi segnatamente alle città che hanno conservato la qualità dell&#8217;abitare, un&#8217;architettura a misura del corpo umano, dove esiste una piazza in grado di accogliere la totalità dei cittadini. L&#8217;esempio più pertinente a proposito sono le città rurali del Meridione.</p>



<p>Quanto alle megalopoli Roma, Milano, Napoli, queste modeste Babilonie, le pratiche della democrazia diretta sono d&#8217;impianto più difficile, se non impossibile. E tuttavia, anche in questo caso; la democrazia senza rappresentanza può dispiegarsi articolando la megalopoli nei suoi quartieri storici. Esemplificativo è il caso della Comune di Parigi durante la Grande Rivoluzione, quando la città, pur avendo oltre un milione d&#8217;abitanti, si organizzò attraverso le Sezioni ponendo la sovranità nell&#8217;Assemblea di quartiere e offrendo un contributo decisivo affinché il sentimento repubblicano si riversasse nel senso comune. Questo elemento fu determinante per la Grande Rivoluzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Da cittadino a individuo sociale</h4>



<p>La prassi della democrazia diretta ha una potenza sconosciuta alla  democrazia  rappresentativa. Questo risulta evidente in due aspetti della vita quotidiana: </p>



<p>a) l&#8217;efficacia delle decisioni comuni, il loro produrre effetti; </p>



<p>b) la formazione del cittadino<em>I</em> dell&#8217;autocoscienza civica.</p>



<p>Per quanto attiene all&#8217;esercizio del decidere,  laddove sono  in  gioco condotte abitudinarie  &#8211; che causano una sofferenza sorda e superflua al medesimo tempo &#8211;  è chiaro che l&#8217;efficacia viene dalla condivisione e non già per forza di legge, per applicazione di una disposizione statale.  Valga  per  tutti  un  esempio  minimo: la pedonalizzazione di piazze e strade, così importate per sottrarre la città all&#8217;automobile e restituirla  al corpo umano, non avverrà senza una condivisione di massa, una drastica e volontaria contrazione del traffico privato.</p>



<p>Quanto alla formazione del cittadino, una formazione in grado d&#8217;affrontare quelle tematiche alle quali si è fatto cenno poc&#8217;anzi, non basterà certo l&#8217;esangue istruzione pubblica. Occorre ben altro, qualcosa che non sia la registrazione passiva di un sapere già dato, recepito senza mai essere agito. Nell&#8217;Assemblea, come conseguenza automatica dei corpi in presenza, dove tutti possono prendere la parola, ognuno dà il meglio di sé. Ha così luogo una mobilitazione dell&#8217;energia simbolica, della capacità inventiva della cooperazione linguistica &#8211; la lingua del senso comune viene creata e ricreata di continuo; sicché le differenze convergono, e il conflitto perde la sua pesantezza e si alleggerisce risolvendosi interamente in discussione. Quando un&#8217;Assemblea è al lavoro, affiora la possibilità di una coscienza collettiva enorme, quella all&#8217;altezza della specie, quella per dirla con Marx, dell&#8217;individuo sociale.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/11/21/la-citta-contro-lo-stato-locale-versus-globale-di-f-piperno/">La città contro lo stato: locale versus globale (di F. Piperno)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>Ce lo dice l’Europa: la politica del copia e incolla</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/08/29/ce-lo-dice-leuropa-la-politica-del-copia-e-incolla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 07:14:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono tante le necessità che affliggono le nostre comunità. Poche le risorse per soddisfarle tutte, dicono gli amministratori. Così, la rete idrica è un colabrodo con punte che toccano il 60-70% di perdite del prezioso e vitale liquido, per fare una visita o delle analisi e non aspettare due anni c’è bisogno dei soldini per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/08/29/ce-lo-dice-leuropa-la-politica-del-copia-e-incolla/">Ce lo dice l’Europa: la politica del copia e incolla</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono tante le necessità che affliggono le nostre comunità. Poche le risorse per soddisfarle tutte, dicono gli amministratori. Così, la rete idrica è un colabrodo con punte che toccano il 60-70% di perdite del prezioso e vitale liquido, per fare una visita o delle analisi e non aspettare due anni c’è bisogno dei soldini per rivolgersi ai privati, le strade e gli edifici pubblici (scuole, municipi, case popolari) sono al limite dell’agibilità.</p>



<p>In questo stato delle cose, la nostra matrigna chiamata Europa programma l’ennesimo finanziamento calato dall’alto per la realizzazione dell’ennesimo Palasport polivalente condendola con la notizia, sempre gradita, che parte della struttura è riservata all&#8217;esercizio anche agonistico da parte delle persone con disabilità. Non importa se sia vero o meno. Ricordiamo a questo riguardo, come un flash, l’impossibilità di utilizzare il palazzetto nuovo di zecca del Villaggio Europa a Rende (CS) per il torneo di Torball organizzato dall’Unione Italiana Ciechi con annessa figura di merda amministrativa.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="644" height="217" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-1.png" alt="" class="wp-image-10705" style="width:1019px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-1.png 644w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-1-300x101.png 300w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p>Dunque, dietrofront, il nuovissimo palazzetto non potrà essere utilizzato per eventi sportivi di ragazzi con disabilità ma potrà ospitare fiere ed esposizioni. Di contro, una struttura oramai datata, preesistente e funzionante, era sufficiente &#8211; anzi spesso sottoutilizzata &#8211; e in grado di ospitare l’evento (sic!).</p>



<p>Nel comunicato del Sindaco di Cosenza, Franz Caruso, di presentazione dell’opera si afferma<em>: “Soprattutto, [il Palasport] è <strong>un presidio di inclusione sociale</strong> che, per le sue caratteristiche, vanta pochi altri esempi nel resto del Paese, collocando Cosenza all’avanguardia per qualità e prestigio delle attività sportive. Il Palazzetto dello Sport, in poche parole, rappresenta l’ennesimo tassello del mosaico di città moderna, sostenibile ed inclusiva che stiamo realizzando”.</em></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="410" height="292" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-2.png" alt="" class="wp-image-10706" style="width:727px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-2.png 410w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-2-300x214.png 300w" sizes="auto, (max-width: 410px) 100vw, 410px" /></figure>



<p>Peccato che a pochi metri (non kilometri) di distanza, in quel di Rende, nella stessa Area Urbana, sta prendendo vita un progetto fotocopia.</p>



<p>“<em>È stato approvato il progetto definitivo per la realizzazione del centro sportivo polifunzionale paralimpico a Rende, in contrada Marchesino. Il centro di preparazione per atleti non vedenti sarà finanziato dal PNRR per oltre 4 milioni di euro. […] Con la partecipazione della <a href="http://www.fispic.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi FISPIC</a>, si provvederà a costruire un centro sportivo polivalente che potrà ospitare oltre agli sport più classici come pallavolo, basket, atletica leggera anche lo squash e <strong>discipline paralimpiche come il goalball e il torball</strong></em><strong>”.  (Fonte: </strong><a href="https://www.sporteimpianti.it/notizie/il-centro-sportivo-paralimpico-di-rende/"><strong>sporteimpianti.it</strong></a><strong>)</strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="565" height="255" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-3.png" alt="" class="wp-image-10707" style="width:874px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-3.png 565w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-3-300x135.png 300w" sizes="auto, (max-width: 565px) 100vw, 565px" /></figure>



<p>Con un sincronismo quasi perfetto anche l’Università della Calabria (sempre a Rende e a poche centinaia di metri dal precedente) vince un bando per l’edilizia sportiva. Quest’anno sarebbe previsto l’avvio dei lavori per la Cittadella dello Sport ed il potenziamento delle strutture del Campus. <em>“<strong>Con 8,6 milioni è il più grande progetto finanziato nel Mezzogiorno. […] </strong>La centralità che rivestirà sempre più lo sport all’Unical non può prescindere dal coinvolgimento attivo degli studenti con disabilità iscritti all’ateneo. Si procederà con l’allestimento delle palestre per la pratica di due discipline sportive sempre più diffuse e preferite<strong>: il&nbsp;torball, gioco sportivo a squadre per non vedenti,&nbsp;e il&nbsp;sitting volley, la pallavolo paralimpica</strong>”</em>. <strong>(Fonte: </strong><a href="https://www.unical.it/contents/news/view/8071-lo-sport-invade-lunical-nasce-una-cittadella-con-pista-datletica-olimpica-e-campi-polivalenti/"><strong>unical.it</strong></a><strong>)</strong></p>



<p>Per farvi comprendere ulteriormente come oramai la politica non sia più visione del mondo e anticipazione dei tempi, programmazione, profezia, idea ma un mero copia e incolla ed un immane giro di denari pubblici centrato nell’Unione Europea, ci spostiamo poco più in là, a Corigliano-Rossano, e troviamo un altro progetto, questa volta ancora con fondi PNRR, molto simile persino nell’espressione grammaticale della sua presentazione:</p>



<p><em>“Dopo aver ottenuto un finanziamento per oltre un milione e mezzo di euro, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Missione 5 – Componente 2 – Investimento 3.1 “Sport e inclusione sociale”, sono partiti i lavori per la realizzazione della Cittadella dello Sport nel Centro Storico di Rossano. Il bando Pnrr in oggetto si pone l’obiettivo di incrementare l’inclusione e l’integrazione sociale attraverso la realizzazione o la rigenerazione di impianti sportivi che favoriscano il recupero di aree urbane. L’intervento previsto grazie al finanziamento prevede la realizzazione di un impianto sportivo polivalente indoor ed outdoor, con spazi per praticare basket, calcetto, pallavolo, pallamano, ginnastica, arti marziali, scherma, padel e pista di pattinaggio, nell’area comunale di circa 5.000 mq, in località Sant’Antonio, nei pressi del Teatro Maria De Rosis”. (Fonte: </em><a href="https://www.comunecoriglianorossano.eu/2024/01/24/cittadella-dello-sport-partiti-i-lavori/"><em>comunecoriglianorossano.eu</em></a>)</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="534" height="292" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-4.png" alt="" class="wp-image-10708" style="width:762px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-4.png 534w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-4-300x164.png 300w" sizes="auto, (max-width: 534px) 100vw, 534px" /></figure>



<p>Stesso copione a Crotone, Torino, Vercelli, Cesano, Bologna: tanti nuovi impianti sportivi mentre quelli preesistenti chiudono per la mancanza di manutenzione.</p>



<p>Sono gli stessi cittadini di Cosenza che lo testimoniano commentando il post del primo cittadino di Cosenza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Benissimo!</p>



<p>Ma la palestra della scuola primaria di via Misasi?</p>



<p>Possibile che non si riesce a fare nulla?</p>



<p>Si trova in centro e ricomincerebbe a essere risorsa sia per gli alunni che per la cittadinanza come lo era un tempo ( riducendo anche l&#8217;utilizzo di automobili di chi abita lì vicino e vuole svolgere o far svolgere ai propri figli attività motoria)</p>



<p>É stato previsto qualche intervento&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/franzcaruso?__cft__%5b0%5d=AZUPkYYfbJ3HTXr3irbNyo0b-gFl4R4wH6LemNBbJxQMA_ZKa2WGv2F5mFRlSzuwWakRqdky475ZoDfr2yQIKNlXpeW9lH5-AMJxefh6o6up1hU30weVmApoXEE3kbvi23210ojKuKLRNY1Ed4xvsTXOJBu5LQ-eGv3enbVQDKhH29zhrdNgKz5kalch5R6_UQybhVHPelykkuHFbd30mD9r&amp;__tn__=R%5d-R">Franz Caruso</a>&nbsp;?”</p>



<p>[…]</p>



<p>Lo stadio tra 30 anni?? Per un po’ di intonaco la tribuna B chiusa 2 anni.. immagino per il resto…..</p>



<p>[…]</p>



<p>Il planetario intanto crolla&#8230;</p>



<p>[…]</p>



<p>Franz Caruso: “Nel Planetario ci sono stati atti vandalici che hanno riguardato anche le lenti Zeiss, che hanno un costo elevato.</p>



<p>Noi non possiamo chiamare Zeiss perchè abbiamo scoperto che non sono stati pagati.</p>



<p>Quell&#8217;opera io non posso metterla in funzione perchè ci vogliono 450 mila euro per pagare la Zeiss”</p>



<p>[…]</p>



<p>Il 4* palazzetto mancava proprio.. ristrutturare e rendere più moderni i tre che abbiamo già no eh?</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="642" height="541" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-5.png" alt="" class="wp-image-10709" style="width:974px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-5.png 642w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-5-300x253.png 300w" sizes="auto, (max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption class="wp-element-caption"><strong>Progetti analoghi in giro per l&#8217;Italia</strong></figcaption></figure>



<p>A queste giuste osservazioni dei cittadini, molti dei quali anche favorevoli al Palasport, risponde la signora Carla Perris, sembrerebbe a nome del Comune di Cosenza, che snocciola alcuni altri finanziamenti per recuperare strutture al momento inagibili perché vandalizzate o nuovi progetti sulle strutture sportive:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>3 milioni e 800 mila euro per il recupero del Palazzetto dello Sport di Casali;</li>



<li>7 milioni di euro per “avvicinare” le curve del San Vito – Marulla.</li>
</ul>



<p>Se facciamo una somma di tutti questi finanziamenti, qui ne abbiamo raccolti solo alcuni, e aggiungiamo la pioggerella di prebende elargite sempre con i fondi PNRR, possiamo realizzare finalmente che i soldi ci sono ma che spessissimo sono male investiti in tutta Italia e alle nostre latitudini, spesso, le opere poi inaugurate sono consegnate “chiavi in mano” alla gestione degli amici degli amici o utilizzate per pagare qualche cambiale elettorale. Pensiamo allo scempio del Parco Acquatico o al Palasport di Villaggio Europa sempre a Rende o ai tanti impianti sportivi ed edifici pubblici lasciati a marcire o regalati a canone zero o quasi a personaggi vicini alle amministrazioni o alle cosche.</p>



<p>Allora, cari amministratori europei, nazionali, regionali o cittadini, la prossima volta, quando si chiederà conto delle strade colabrodo, dei servizi pubblici essenziali inesistenti, delle scuole che cascano a pezzi, della rete idrica “buchi buchi”, del Pronto Soccorso inefficiente, non date la colpa alle precedenti amministrazioni o alla mancanza di risorse: confessate più candidamente che avete pensato per il nostro bene di investirli in palazzetti, parchi acquatici, campi di padel, cittadelle dello sport e in una miriadi di altre strutture pubbliche che presto verranno dimenticate, vandalizzate e che poi serviranno certamente per nuovi finanziamenti atti a ripristinarle!</p>



<p>Va bene lo sport inclusivo &#8211; è salutare, è un ammendante sociale, è una fucina di valori comunitari &#8211; ma, forse, tre cittadelle dello sport tra Rende e Cosenza di nuova costruzione inserite tra le strutture già esistenti (tre palazzetti tra Via Popilia, Donnici e Casali, il Chiappetta Village a Rende, gli Stadi Marulla e Lorenzon, il Campo Scuola, il CUS, l’area del Marchesino, le Piscine di Rende e Cosenza, l’area tra il Marca e la Pro-Cosenza, l’area tra il Real Cosenza e le defunte cupole geodetiche, il viale Parco con i nuovi impianti ed i campi nuovissimi di Viale dei Giardini di calcio a 5 in sintetico e di padel del Centro Storico di Rende entrambi inutilizzati, il Palasport di Villaggio Europa, il Parco Acquatico, le varie palestre scolastiche e quelle private, la bocciofila etc.. etc…) sono effettivamente troppe o comunque inutili: cosa me ne faccio infatti della possibilità di allenarmi e tenermi in forma se poi sono destinato a morire per la carenza di medici ed infermieri presso le strutture sanitarie?</p>



<p>Avremo forse l’Area Urbana più sportiva d’Europa ma senza trasporti pubblici per raggiungere le strutture, con le strade da affrontare preparati come in una gara Off-Road, i marciapiedi invasi di spazzatura non raccolta e senz’acqua per farsi una doccia dopo gli allenamenti viste le troppe falle della rete idrica.</p>



<p>Questa dovrebbe essere la Politica: un’idea di città inserita in una visione del mondo, una costruzione di comunità partendo dal basso verso l’alto, uno sguardo agli esclusi ed agli emarginati del sistema, una partecipazione entusiasta e vibrante al bene comune.</p>



<p>Questa invece è la politica attuale: un copia incolla di progetti pensati in Europa, dall’alto in basso, e gettati sul territorio per il solo scopo di ‘muovere’ le risorse pubbliche ad esclusivo vantaggio dei potentati economico-finanziari.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/08/29/ce-lo-dice-leuropa-la-politica-del-copia-e-incolla/">Ce lo dice l’Europa: la politica del copia e incolla</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 09:22:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9932</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gli attacchi al quadro normativo e programmatico territoriale della Toscana di Alberto Ziparo* Il quadro normativo e programmatico territoriale, messo in piedi in Toscana, nella scorsa legislatura in cui l’assessore di riferimento era l’Urbanista Territorialista Anna Marson, è molto apprezzato in consessi tecnico-scientifici e politico-culturali anche internazionali: la legge urbanistica e il PIT Paesaggistico vengono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/">L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Gli attacchi al quadro normativo e programmatico territoriale della Toscana</strong></p>



<p><em>di <strong>Alberto Ziparo</strong>*</em></p>



<p>Il quadro normativo e programmatico territoriale, messo in piedi in Toscana, nella scorsa legislatura in cui l’assessore di riferimento era l’Urbanista Territorialista Anna Marson, è molto apprezzato in consessi tecnico-scientifici e politico-culturali anche internazionali: la legge urbanistica e il PIT Paesaggistico vengono studiati e analizzati, quale riferimento per professionisti, pianificatori e studiosi in realtà anche assai diverse. Interpretando norme e direttive secondo regole e valori del patrimonio statutario ecoterritoriale, tali strumenti sono considerati tra l’altro in linea con l’esigenza, ormai drammaticamente urgente, di rispondere, anche con opportune strategie per i contesti spaziali, alle minacce della crisi climatico-ecologica; nonché perfettamente coerenti con i principali criteri dell’autentico Green Deal europeo e con le istanze contenute negli appelli del gruppo IPCC/UNEP.</p>



<p>Il Quadro in questione però evidentemente non va bene a gran parte della governance di riferimento, la politica istituzionale toscana, che non perde occasione per tentare di vanificare, ridimensionare, annacquare, edulcorare, l’apparato normativo e programmatico della Legge e del Piano.</p>



<p>Questa volta l’occasione è fornita dalla enfatizzata necessità di approvare “rapidamente e senza intoppi” i progetti toscani legati al PNRR; liberandoli dai meccanismi “più suscettibili di creare ritardi o impedimenti” negli iter procedurali.&nbsp; Con la scusa che si tratta di “provvedimenti singolari per esigenze eccezionali” si attaccano alcuni <em>milestone</em> della Legge urbanistica, con modifiche che, anche laddove assumessero valore unicamente contingente, costituirebbero precedenti da invocare ogni qual volta gli interessi in gioco dovessero richiederlo.&nbsp;</p>



<p>Diverse Regioni, anche gestite da giunte di centrodestra che dovrebbero essere “più veterosviluppiste” di quelle di segno opposto, come la Toscana, non hanno inteso introdurre per la circostanza modifiche permanenti ai quadri normativi o programmatici, ma semplicemente organizzare delle Commissioni di verifica e approvazione dei progetti PNRR “particolarmente attente ai possibili contrasti tra caratteristiche degli stessi e direttive esistenti in leggi e programmi, nonché alle modalità di loro superamento”. In Toscana, invece, si è usata la questione per attaccare ancora e modificare la LUR. E meno male che una prima versione di emendamenti &#8211; evidentemente incostituzionali &#8211; è stata ritirata. Tuttavia anche quella rimasta in campo segna un pesante arretramento del quadro delineato dalla Legge.</p>



<p>Con gli emendamenti approvati, infatti, viene ulteriormente ridimensionata quando non direttamente negata, la valutazione ambientale. La VIA si riduce infatti a procedimento eminentemente formale, in cui esistono scarsissime possibilità di contrastare dichiarazioni e intenzioni del proponente. La VAS viene sostanzialmente abrogata per i progetti in questione. Non si tratta nemmeno di novità assoluta, perché sia la Regione che diversi enti territoriali avevano già tentato simili escamotage in passato: si consolida una tendenza evidentemente sbagliata; tra l’altro in evidente contrasto con la dichiarata transizione o conversione ecologica. Nella stessa logica si tende ad azzerare qualsiasi partecipazione sociale, per velocizzare gli iter. Nella versione emendata della norma, si possono approvare varianti al piano vigente, senza esplicitare il quadro conoscitivo dell’assetto urbanistico di riferimento. Si può approvare un progetto in deroga, richiamando le “varianti per pubblica utilità”, se lo stesso può essere finanziato, anche solo parzialmente, con fondi di provenienza dal “Recovery Plan”. Un precedente pericolosissimo, con meccanismi che possono facilitare speculazioni anche grosse, specie per la messa a rischio di paesaggi ed ecosistemi di notevole pregio, assai appetiti per esempio dall’industria turistica sulla costa o in ambiti collinari e montani peculiari.</p>



<p>In generale si ritorna e si insiste sul concetto di “variante automatica” allo strumento urbanistico, provvedimento-escamotage già bocciato più volte dalla Magistratura competente, Tar, Consiglio di Stato e Consulta. Che in Toscana richiama la vicenda dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze: in cui la pretesa “Variante automatica” del proponente è stata cancellata dall’Autorità Giudicante, a favore del ripristino delle 142 prescrizioni del Ministero dell’Ambiente, la cui ottemperanza di fatto disegna la necessità di nuovo progetto integrale.</p>



<p>In generale la politica istituzionale toscana pare voler continuamente ricordare di non essere all’altezza dello stesso quadro normativo e programmatico territoriale e paesaggistico, assolutamente in linea con le emergenze ambientali e sociali di fase, di cui pure si era dotata. In questo atteggiamento evidentemente giocano il permanere dominante di interessi politico-finanziari che hanno significato molti errori trascorsi con altrettanti elementi di dissesto e degrado ecologico, oltre che di destabilizzazione sociale; nonché l’incapacità culturale di fare realmente i conti con problemi ed esigenze di oggi e del prossimo futuro.</p>



<p>Ciò che è dimostrato anche dalle vicende urbanistiche e trasportistiche dell’area fiorentina, in cui una reale innovazione tecnica sociale e programmatica, oltre che modalità coerenti di risoluzione dei problemi, vengono bloccate da una governance prigioniera di logiche vetuste e vecchi macroprogetti: quelli ormai evidentemente falliti, per infattibilità o obsolescenza programmatica, come il citato ampliamento aeroportuale di Firenze o il sottoattraversamento TAV; o quelli che esaltano gli interessi politico-finanziari, come la svendita, o la cessione in uso, del patrimonio costruito della città storica, o il “Pozzo di San Patrizio” rappresentato dal sistema tranviario fiorentino. Quest’ultima opera detiene una sorta di record mondiale di costi (costo/chilometro più che triplo rispetto alla media europea), che evidentemente gratifica, a scapito della collettività, il sistema di potere interessato, “felicemente legato alle ricadute incentivanti” di un modello di spesa votato agli sprechi. Che tra l’altro impedisce di muovere verso azioni di mobilità sostenibile autenticamente ecosmart, invece che subire gli impatti percettivi e funzionali di linee aeree, pali e binari, nonché dei cantieri dai disagi prolungati; scartando così alternative che risulterebbero pure &nbsp; infinitamente meno costose (ma forse è proprio questo il problema).</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * </p>



<p>* Ingegnere Urbanista, Alberto ZIPARO è professore associato di <em>Tecnica e pianificazione urbanistica</em> presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Fa parte del Consiglio direttivo della <em>Società dei Territorialisti/e</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/">L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>IL TERRITORIO COME COSTRUZIONE SOCIALE AL TEMPO DEL COVID</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/12/20/il-territorio-come-costruzione-sociale-al-tempo-del-covid/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Aldo Bonomi* Per trattare di territorio come costruzione sociale al tempo del Covid è necessario ripartire dalla comunità, ancorché sradicata dalla prossimità fisica. La dimensione sociale della comunità non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti. La parola ‘cura’, in un’accezione non esclusivamente sanitaria, sollecita un lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/20/il-territorio-come-costruzione-sociale-al-tempo-del-covid/">IL TERRITORIO COME COSTRUZIONE SOCIALE AL TEMPO DEL COVID</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>di Aldo Bonomi<strong>*</strong></p>



<p>Per trattare di territorio come costruzione sociale al tempo del Covid è necessario ripartire dalla comunità, ancorché sradicata dalla prossimità fisica. La dimensione sociale della comunità non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti. La parola ‘cura’, in un’accezione non esclusivamente sanitaria, sollecita un lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino, partendo dai territori del margine densi di pratiche ed esperienze tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale da portare al centro per città più abitabili. A tal fine è necessario che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità. Non c’è <em>green economy</em> senza <em>green society</em>, un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale. In termini di governance parrebbe logico tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà… dato lo stato del dibattito, un’utopia.</p>



<p>L’articolo è tratto da <em>Scienze del territorio. Rivista di Studi Territorialisti</em>, numero speciale “Abitare il territorio al tempo del Covid”, 2020 Firenze University Press, pp. 118-125. </p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Che fine ha fatto il territorio come costruzione sociale ai tempi, non certo conclusi, del&nbsp; Covid-19. In altre parole, dove si colloca e quale torsione di senso ha assunto la parola territorio in tempi di ‘geografi a del contagio’, di verticalizzazione da stato di emergenza, di centralizzazione delle responsabilità sanitarie e di ordine pubblico sul potere statale,&nbsp; di comunicazione unilaterale top-down, con tanto di rumore di fondo digitale, e di gestione delle emergenze economiche via decreti? E ancora, qual è il posto del territorio&nbsp; nella traslazione senza ritorno di parte delle nostre vite sul digitale e, in prospettiva,&nbsp; come oggetto/soggetto delle politiche che discendono dai <em>Recovery Funds</em> europei?&nbsp; Il territorio sarà in qualche modo protagonista nel mondo post-Covid al di là dei momentanei effetti redistributivi della popolazione ‘dalle metropoli alle campagne’?</p>



<p>Messe così le risposte sembrerebbero semplici, il territorio e le sue diversità, almeno sino ad ora, sono stati appiattite e sussunte nella logica di un rapporto verticale tra Stato e cittadini, tra Rete e utenti, con poco o niente in mezzo. I territori erano il vuoto delle città nel <em>lockdown</em>, erano le comunità locali attraversate dall’imperativo dell’immunità da distanziamento, erano le sirene delle ambulanze a rompere il silenzio, erano luoghi di turbolenze tra salute e lavoro.&nbsp;</p>



<p><strong>Microcosmi territoriali e comunità di ‘cura’ non solo sanitaria</strong></p>



<p>Seguendo il filo dei miei “microcosmi”[1], a partire da marzo cerco di contribuire ad andare oltre l’appiattimento, ripartendo dalla parola comunità sussunta nel circuito comunicativo del regime di emergenza e accostata alla parola nazione, sradicata dall’accezione di prossimità fisica, alimentando quella che forse era ed è un’inevitabile retorica nazionale necessaria alla semplificazione dei messaggi dall’alto. Invitavo allora a non dimenticare che comunità non è un termine da usare con leggerezza buonistica, che presa in questa accezione un po’ pelosa non aiuta all’orientamento nel labirinto delle paure (BONOMI, MAJORINO 2018), ma doveva essere declinata come comunità di cura in un’accezione larga, basata su meccanismi di riconoscimento soggettivo e auto-riconoscimento collettivo. La comunità di cura non era ‘solo’ eroica filiera sanitaria ma questione sociale che chiamava in causa la necessità di mettersi in mezzo tra rancore e immunità. Cosa che non poteva e non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti, ma doveva e deve mettere in gioco una società di mezzo radicata sul territorio capace di orientare lo spaesamento e le paure indotte dalla fine di <em>un</em> certo mondo e non la fine <em>del</em> mondo, per riprendere la distinzione di Ernesto De Martino (2019) nel suo ragionare di “apocalisse culturale”. Per questo ho sempre parlato di ‘cura’ in un’accezione non esclusivamente sanitaria ma in senso più articolato, come lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi, cercando di ragionare, per quanto possibile, con un piede fuori dal contesto emergenziale. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino in una società in continua accelerazione, in cui il territorio rimane il contesto nel quale questo travaglio va in scena. Senza mettere in mezzo la comunità di cura, in tempi di traslazione in community virtuali, non è infatti possibile rimarginare lo iato tra intelletto, la nuda vita, e la vita nuda del corpo in tempi biopolitici in cui i medici fanno politica e i politici fanno i medici. Abbiamo così rapidamente preso coscienza che il flusso Covid-19 genera una lacerazione estrema: da una parte comprime e riduce i segni di socialità (<em>immunitas</em>), dall’altra induce e porta a riscoprire senso e significato dell’essere in comune (<em>communitas</em>, ESPOSITO 1997). Partendo dalla “voglia di comunità”, mai così forte nei mesi in cui non ci si poteva tenere per mano ed abbiamo riscoperto la comunità di cura, è diventato urgente interrogarsi sulla “comunità che viene” (BONOMI ET AL. 2015). Come ‘comunità di cura larga’, attenta ed orientata alla cura della natura, in grado di cambiare le economie verso modelli di comunità operose, temperando le tre paure che stanno in una: la comunità della paura alimentata dalla crisi ecologica, dalla crisi pandemica e da quella di natura economica. Tutto ciò partendo dalle tante solitudini che alimentano le comunità, che rimandano al ricostruire le forme di convivenza partendo dalla prossimità del fare comunità riscoprendo che il far politica, nella sua forma antropologica ‘significa dire al tuo prossimo che non è solo’, riscoprendosi così tutti in una comunità di destino esistenziale.</p>



<p>Che rimanda al lavoro sociale da operatori di comunità per tessere e ritessere coesione sociale soprattutto in tempi in cui, a fronte del venire avanti della comunità della paura come involuzione del rancore, non mancano gli ‘imprenditori politici delle paure’, soprattutto quando di paure ce n’è in abbondanza. Questo mi pare il senso del ritrovarsi oggi a cercare di dare senso e significato al destino esistenziale del “nessuno si salva da solo”. Partendo dal territorio, dai territori del margine che definiamo marginali ma sono densi di pratiche ed esperienze di intreccio ‘antisolitudine’ tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale. Da portare al centro per le città più abitabili dove abbiamo riscoperto la dimensione del quartiere, da dove ripartire nella fragilità di quella geografia delle megalopoli e delle ‘città-Stato’ che hanno evidenziato come nella metamorfosi che attraversiamo il pieno, il ritrovarsi soli nella moltitudine, produce disagio ed angoscia. In questo occorre continuare a riflettere partendo dalle opportunità della nostra geografia contaminata da una coscienza di luogo che intreccia piccoli comuni, l’Italia borghigiana e quella delle cento città, le città distretto e le aree metropolitane in divenire partendo dal margine che si fa centro, non viceversa. Più si va giù nelle terre basse delle città distretto delle nostre imprese e si entra con l’eterotopia della green economy dentro i cancelli delle fabbriche la comunità larga si fa più stretta ed interrogante le forme del come e del cosa produrre e le forme dei lavori. Si fa ricerca e si raccontano i territori delle piattaforme produttive in una transizione difficile verso geo comunità sostenibili animate da imprese e forme dei lavori in metamorfosi verso un nuovo tempo economico e sociale. Passaggio non secondario verso l’Italia che verrà, che interroga rappresentanze e parti sociali, anche loro attori non secondari nel rompere la solitudine da individualismo proprietario o da innovazione solitaria da <em>startup</em> e da partita IVA al lavoro senza comunità larga di appartenenza.</p>



<p><strong>Fra comunità e </strong><strong><em>community</em></strong><strong>, quale innovazione sociale capace di benessere collettivo?</strong></p>



<p>L’empatia è stata interrotta da Covid-19 e dalla distanza sociale. Noi l’abbiamo sostituita con la simultaneità dei <em>webinar</em>, facendo community dove non ci sono gli invisibili raggiunti nelle loro solitudini causate da differenze sociali e territoriali solo se c’è un welfare di comunità. A questo alludo quando, scrivendo di comunità larga, racconto di un’innovazione sociale necessaria per cambiare le forme di rappresentanza degli interessi professioni e della politica.<br>Mi ha confortato leggere nella “Media Ecology Newsletter” di Luca De Biase, la riflessione “Tra pubblico e privato, la comunità”. Perché “la vera dimensione nella quale viviamo non è quella dello Stato o quella del mercato. Noi viviamo la comunità”. Affermazioni che rimandano a interrogarsi su quale Stato, quale mercato per quale comunità di destino esistenziale, se vogliamo andare oltre le solitudini del Noi da individualismo proprietario e da monadi da tastiera. Molto dipenderà dalla capacità dell’innovazione sociale di alimentare coesione. Senza giri di parole, o l’innovazione sociale riesce a ‘contaminare’ le articolazioni della società e dell’economia, diventando parte di una nuova società di mezzo, esito delle alleanze tra pratiche innovative e istituzioni storiche (quindi nuova politica in grado di incrociare le grandi questioni collettive), altrimenti rischiano di rimanere forme di storytelling di una fase nascente di buone pratiche creative condannate alla piccola scala.</p>



<p>Perché questo non accada, la prima condizione è che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Sempre più da ricostruire nella società della potenza dei mezzi di fronte all’incertezza dei fini. Da qui l’urgenza di una ‘nuova grammatica del pubblico e del privato’ condivisa tra soggetti privati, sociali, pubblica amministrazione e imprese, che possa costituire la base per l’affermarsi di un nuovo linguaggio. Fatto di politiche, pratiche sociali e progettualità imprenditoriali orientate ad affrontare, attraverso modalità nuove ed economicamente autonome, questioni e problemi che le politiche tradizionali non hanno risolto, dagli invisibili per il welfare state, sino alle forme dei lavori apolidi solo per citare due polarità iperattuali. Per farne un linguaggio occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità che nascono dai fianchi della metamorfosi/crisi del sistema di rappresentanza e intermediazione degli interessi e delle passioni eredità del secolo breve novecentesco. Già costituiscono nel loro proliferare sui tre temi chiave del welfare, della crisi ecologica e della digitalizzazione, tracce di azione collettiva e/o di imprenditorialità individuale o collettiva come reazione alle spinte di disintermediazione che hanno caratterizzato il salto di secolo.<br>Le accelerazioni indotte dal Covid-19 hanno reso più espliciti i nodi fondamentali della nostra epoca. Dalle retoriche sulla globalizzazione siamo passati ad interrogarci sul ‘new normal’. La nuova normalità scavata dal virus ha posto in luce faglie già attive nel nostro sistema e ne ha prodotte di nuove. Allo stesso tempo, il fronteggiamento del Covid ha prodotto tracce di una maggiore propensione degli attori ad inquadrare i rischi collettivi all’interno di una cornice di interdipendenza. Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi. Come spesso accade vengono assunte dall’alto per postulare una nuovo orizzonte di normalità, intrinsecamente migliore della precedente. Tuttavia, se la società territorializzata non ha il giusto spazio di protagonismo nel determinare la trasformazione ecologica e digitale, più che soglie di dialogo essa genera forze di reazione che alimentano potenti tensioni nella faglia. Non c’è green economy senza green society, dialettica che vale anche tra smart city e social-city, tra umano e digitale, tra prossimità e simultaneità.</p>



<p><strong>La </strong><strong><em>green economy</em></strong><strong> non basta: una possibile rigenerazione Umanista</strong></p>



<p>Questo discorso vale a maggior ragione oggi, in rapporto alla faglia madre del rapporto tra natura, cultura e tecnologia, che rimanda alla crisi dell’Antropocene, al rapido venire avanti del Tecnocene e alla necessità di mettere in mezzo un Umanesimo radicato nelle comunità e nella società. Tre sono le dimensioni di una possibile rigenerazione umanista.</p>



<ol class="wp-block-list"><li><em>Umanesimo digitale</em>: si tratta di capire se l’economia del dato sarà al servizio dell’uomo, a partire dai suoi bisogni riproduttivi di base (salute, alimentazione, abitazione) secondo criteri di prossimità e cura, di libertà e responsabilità diffuse, oppure se sarà al servizio dell’uomo come macchina biologica, terminale dei consumi e puro dispositivo desiderante.</li><li><em>Umanesimo industriale</em>: si tratta di capire se l’economia produttiva fatta di impresa e lavoro riuscirà a coniugare l’essere congiuntamente motore di modernizzazione e modello di civilizzazione (essere macchina di profitto e istituzione), così come accadde nel Rinascimento in cui “l’uomo è misura di tutte le cose” oppure se l’industrializzazione procederà secondo logiche puramente estrattive di valorizzazione economica, anche con riferimenti ai territori.</li><li><em>Umanesimo sociale</em>: si tratta di capire se la società avrà un ruolo autonomo e propulsivo rispetto all’economia e alla politica o se ne sarà alternativamente considerata un semplice aggregato di consumatori o un un semplice aggregato di elettori. Le articolazioni sociali organizzate, i corpi intermedi e le funzioni pubbliche di base (sanità e istruzione) sono asset fondamentali di una società umanistica.</li></ol>



<p>Come si declina questa faglia epocale nelle faglie territoriali? E come fare soglia? Il Covid accelera il processo di riconversione ecologica come incorporazione del limite nelle filiere produttive e nelle economie locali ridefinendo il rapporto tra metropoli smart city, aree dei margini ad alta dotazione di risorse ambientali e città medie-smart land di commutazione di saperi e competenze. Tre dimensioni tenute assieme nello spazio di rappresentazione di piattaforme a geometria variabile in cui si ridefinisce il rapporto tra Italia ed Europa, Nord e Sud del Paese, Sud e Mediterraneo, macroregioni agganciate al processo di riconfigurazione della globalizzazione nel medio raggio europeo.</p>



<p>Qui la faglia tra avanguardie territoriali e imprenditoriali e corpaccione in lenta riconversione impatta sulla filiera istituzionale Europa-Stato-Regioni. La riconversione induce riposizionamento delle rappresentanze sociali, interroga sul ruolo delle <em>multiutilies</em>, sul sistema del credito e dei saperi. Le faglie territoriali diventano così campo di una possibile rigenerazione del ruolo delle politiche pubbliche come statualità diffusa che accompagna ed innerva con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci le piattaforme territoriali, le città sino ai piccoli comuni. La possibile rigenerazione umanistica dei territori è questione di Antropocene ma anche questione di ruolo della comunità di cura nella ridefinizione del welfare, come campo di esercizio di un’economia sociale territorializzata, responsabilizzante per le collettività locali, per i tecnici e per gli amministratori locali, in rapporto con la comunità operosa dell’impresa in transizione. Se la faglia dell’Antropocene aveva già prodotto un pur lento e contraddittorio percorso di riconversione ecologica, che speriamo possa avere impulso dalle risorse europee, la faglia del Tecnocene è invece venuta avanti con tutta la sua forza tellurica proprio in corrispondenza dell’emergenza pandemica. La massiccia e rapida dislocazione di tanta parte della vita produttiva e riproduttiva sul digitale si è tradotta in una generale remotizzazione dei rapporti sociali tale da aprire numerose faglie che si muovono da questioni macro della governance dei big data, al rapporto tra chi raccoglie/produce dati e chi li trasforma in beni e servizi di valore, al rapporto tra modelli di sviluppo e riproduzione sociale. L’imporsi del capitalismo delle piattaforme digitali impatta anche sui territori, ridefinendo il rapporto densità/dispersione urbana con effetti rilevanti sulle politiche urbane, sul governo delle città, di ridefinizione delle politiche dell’abitare e dei servizi di riproduzione sociale, quindi sui mercati real estate, sulle reti di mobilità, etc. Questo effetto rimanda all’impatto della digitalizzazione sulle forme dei lavori, sullo statuto del lavoro digitale, sulla determinazione del valore del lavoro a distanza e il rapporto tra lavori di front office e di back office. Da qui l’aprirsi di altre faglie sociali. La digitalizzazione pone nuove questioni di ridefinizione del welfare, al centro della quale sta una diversa concezione del rapporto tra tecnostrutture e dimensione umana. La complessità del combinato disposto tra Antropocene e Tecnocene richiede un grande investimento in capacità di governo, che non si riduce al dibattito più o meno Stato, ma è anche questione di mettere in mezzo un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale.</p>



<p><strong>Il problema del margine è al centro: per una eterotopia (utopica) della rappresentanza</strong></p>



<p>Il salto d’epoca nell’Antropocene ha rovesciato il paradigma: il problema non è il vuoto, ma il pieno; non è il margine, ma il centro il problema. Non è solo questione che riguarda il paese e ciò che resta della comunità, ma rimanda alla città e alla società che viene avanti. Non è solo questione di paesologia o di urbanisti riconvertiti o di ministero per le aree interne. A maggior ragione nell’arcipelago fatto di migliaia di piccoli comuni, di cento città e di aree metropolitane non ancora megalopoli che ci rimanda la geografia del nostro Paese. Partendo dal margine occorre mettersi in mezzo ai grandi interrogativi epocali che interrogano le forme di convivenza. Alzando lo sguardo, come ci invita a fare l’antropologa Tarpino, dalla sociologia delle macerie dei paesi abbandonati che sono una risorsa del vuoto (TARPINO 2016). Ma anche guardando al pieno abbassando lo sguardo verso le terre basse delle città infinite dell’urbano regionale delle villette a schiera, fabbrichetta dopo fabbrichetta, capannone dopo capannone, perché non ci sarà smart city senza smart land. Pare se ne siano accorti anche laggiù, quelli dell’Economia, di essere «terre fragili» se sto all’ultimo libro di Antonio Calabrò (2020). Che parte dalla parola da noi sempre evocata, «comunità», con tanto di riflessione sulla fragilità della «grande Milano» per arrivare a interrogarsi sull’umanesimo di impresa. Giustamente discutiamo e guardiamo alla tenuta delle ossature verticali della società: alla sanità e al vaccino, alla scuola nelle fibrillazioni della ripartenza. Poi alle macchine verticali del pubblico impiego e dei grandi gruppi come Eni e alle grandi banche con i loro annunci di quanto si remotizzeranno nel lavoro e infine al tessuto manifatturiero delle medie imprese in riposizionamento nella geografia del produrre per competere. Abbiamo cultura per il dialogo e anche per negoziare nella verticalità. Ne abbiamo meno per seguire non tanto il capitalismo molecolare riconosciuto nei distretti, selezionato e incluso nelle filiere, ma il suo frammentarsi in un “volgo disperso” nel disagio molecolare della moltitudine indistinta dello sfarinamento del terziario di servizio che circonda, alimenta e sorregge la verticalità. Era già diventato questione sociale con forme di luddismo dei territori del margine rispetto al centro sull’antico asse città/campagna evocato dai gilet gialli. E una nebulosa-pulviscolo del disagio di ristoratori, baristi, parrucchieri, commercianti, lavoratori dello spettacolo, precari del lavorare comunicando, gestori di discoteche in difesa del ‘distretto del piacere’, proprietari a cottimo con i camioncini della logistica, addetti alle pulizie in false e vere cooperative e i tanti sommersi nell’economia informale&#8230; Già ai tempi del <em>lockdown</em> era apparsa una moltitudine di invisibili non catalogabili nel codice inclusivo del welfare state. Ma oggi l’invisibilità sociale, riguarda il corpaccione della società leggibile più che con le statistiche, attraversando la nebbia che si estende dalle periferie della città, intravedendo le tante serrande abbassate delle attività. Non sarà un caso se il sindaco della Milano attraente e affluente ha posto il tema del come rigenerare la città e la sua composizione sociale in metamorfosi. Questa nebbia non avvolge solo lo sguardo del “flâneur metropolitano”, è semmai il prodotto di un vasto processo sociale generato da una spinta verticale alla modernizzazione che fa grande fatica a tradursi in civilizzazione diffusa, determinando disallineamento tra le traiettorie accelerate del progresso tecno-scientifico e delle relative tecnostrutture funzionali che io colloco nella dimensione dei flussi, e la lenta metabolizzazione politica, sociale e antropologica radicata nei luoghi. Lo iato tra verticalità e orizzontalità non riguarda solo i grandi centri, ma caratterizza l’urbano regionale delle nostre città medie, delle città distretto sino ai piccoli comuni.</p>



<p>La nebbia che copre le nostre piattaforme produttive segnala la crisi ecologica a cui si aggiunge la metamorfosi del capitalismo molecolare a rischio di farsi disagio molecolare. Da qui il senso del ripensare green economy e green society. Tematiche da lunghe derive della storia come ci insegna Aldo Schiavone nel suo saggio sul senso della nozione di “progresso” nella nostra epoca (SCHIAVONE 2020). Molto dipenderà da quanto questo sussulto, anche di ingenti risorse, si farà flusso dall’alto o processo dal basso nell’eterno ritorno del verticale verso l’orizzontale nella dialettica tutta politica tra potere e microfisica dei poteri. Solo partendo dai territori dove oggi, nella nebbia delle classi, si intravede il volgo disperso che un tempo veniva avanti “dai campi e dalle officine” sarà possibile rendere visibili gli invisibili. Questione che rimanda alla progettazione del futuro in mediazione operosa tra logiche ministeriali e/o territoriali e al ricostruire dentro la composizione sociale in mutamento, tessiture sociali e rappresentanze adeguate al salto d’epoca. Suadenti futurologi a proposito di digitale ci dicono sia per il lavoro e il commercio e anche per il tessere e ritessere legame sociale che, come nel lockdown che ha accelerato i tempi, basterà potenziare la rete. Anche qui credo sia necessaria una mediazione operosa tra “società automatica” e umanesimo digitale, tra quanto la banda sarà stretta o larga socialmente tra padroni degli algoritmi e microfisica dei poteri. Non credo che ci aspetti una semplice e comoda disintermediazione che rende tutto e tutti visibili. Anzi, per temperare il disagio molecolare mai come oggi occorre ricostruire rappresentanza per una nuova intermediazione intorno alla quale si ristrutturano i dispositivi di visibilità e invisibilità sociale. Come abbiamo visto, il salto d’epoca necessita di mediazioni operose sia per il come e cosa produrre che sul come comunicare legame sociale. Fa tornare attuale ciò che sembrava inattuale: quei corpi sociali che erano deputati a rappresentare le passioni e gli interessi delle persone. Certo, occorre andare oltre la sola difesa corporativa di quelli dentro le mura o nelle filiere verticali e riscoprire l’orizzontalità di una moltitudine di nuovi invisibili che sono aumentati sia per quantità che varietà sociale. Solo rappresentando e dialogando sarà possibile far diventare ambiente e digitale le parole chiave del “progresso” che tutti auspichiamo.<br>Per cercar di capire il “non ancora” (BONOMI ET AL. 2015), mi son messo a rileggere Becattini e De Rita. Due antropologi del capitalismo di territorio: dal sommerso ai capannoni ai distretti alle filiere e alle piattaforme che vorremmo far rivolare nel mondo per competere. Rileggere il ‘com’era’ serve a capire il ‘come sarà’. Aiuta a disegnare mappe più da antropologi dello spirito del capitalismo che da economisti in questi tempi di vita nuda le cui regole sono scritte dalla cura dei corpi che producono merci e servizi, ma anche contagio. Becattini (2015) a proposito di corpi e distretti, titolava: «Intimo è bello, ovvero verso la coralità produttiva dei luoghi», sostenendo che non è questione di piccolo è bello, ma di intimità dei nessi produttivi. De Rita (2017) scrive che occorre andare: “rasoterra e dappertutto” per capire il “localismo poliarchico” del nostro tessuto produttivo. Intimo e dappertutto sono parole negate in tempi di distanziamento sociale. Sono pratiche che negano il riprodurre nelle imprese dell’Italia fatta a mano (RAMPELLO 2019) la trasmissione dei saperi contestuali “bocca-orecchio” in tempi di “giusta distanza”. Ci aiuteranno i saperi formali incorporati nelle stampanti 3D (MICELLI 2011) in industrie 4.0 nello <em>smart working</em> della rete che fa <em>community</em> dei saperi. Dovremmo imparare dal sociale e dal volontariato e inserire nelle imprese <em>digital angel</em> che si mettono in mezzo tra analogico e digitale. Qui siamo e qui ci tocca saltare. Per spalmare e tessere nuovi saperi, nuove forme dei lavori nei tanti localismi poliarchici delle fabbriche a cielo aperto della pedemontana lombarda e veneta, della via Emilia che chiedono di ripartire ma sono i territori più segnati dalla geografia del male. È il quarto capitalismo dell’asse Treviso-Bologna-Milano che ha espresso il nuovo presidente di Confindustria ed è il territorio dove, più che altrove, è messa alla prova quella che Calabrò (2019) ha definito «l’impresa riformista».</p>



<p>Qui chiamata alla sfida di un umanesimo industriale in grado di incorporare per ripartire innovazione sia nella tecnica sia nella tutela dei corpi. Perché in tempi di pandemia non è più solo un immettere la giusta distanza nella catena del valore dentro la fabbrica, ma anche il ridisegnare la ragnatela del valore. Sarà una eterotopia, ma ridisegnare la ripartenza significa anche avere un’idea del come sarà la fabbrica diffusa delle piattaforme territoriali in rapporto alla conoscenza globale in rete a base urbana della logistica e dei servizi che la innervano e avere un’idea, che è mancata, del rapporto con la medicina di territorio nel nostro capitalismo di territorio. La ripartenza può essere un dramma se lo faremo solo con la testa rivolta al “come eravamo”, se non volgiamo lo sguardo al ‘come sarà’. Certo un’eterotopia, ma se non ora quando? Già la crisi climatica aveva battuto un colpo, Covid-19 ha suonato la campana. E la campana suona anche per le parti sociali, le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori. Ho preso da un’intervista a Papa Francesco l’immagine di Enea che si prende sulle spalle Anchise per andare nel “non ancora”, immaginando le rappresentanze che si caricano sulle spalle il vecchio modello di sviluppo per andare oltre. Vale per il quarto capitalismo delle medie imprese se vogliamo che ce ne sia un quinto; per il sindacato con sulle spalle il lavoro che si è fatto moltitudine dei lavori; per le filiere agroalimentari con gli invisibili migranti diventati visibili e necessari… Anche qui non bastano né le relazioni industriali né gli enti bilaterali del “come eravamo”, occorre un’eterotopia della rappresentanza, perché nessuno si salva da solo. Se sollevo lo sguardo dal territorio e guardo nel cielo della politica vi ritrovo, anche per la ripartenza, il dilemma della governance: quello che rimanda alla piramide statale o al tempio greco, tante colonne con un frontone che tutto tiene. Visto dai territori dai localismi poliarchici parrebbe logico partire dalle piattaforme, tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà&#8230; Più che un’eterotopia mi pare, dato lo stato del dibattito, un’utopia. Anche queste servono di questi tempi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>*Aldo BONOMI</strong>, sociologo, ha fondato e dirige l’istituto di ricerca AASTER e la rivista <em>Communitas</em>; su temi quali le dinamiche sociali, antropologiche ed economiche dello sviluppo territoriale ha scritto per il <em>Corriere della sera</em> e <em>Il Sole 24 ore</em> e pubblicato numerosi volumi, tra cui (con F. Della Puppa e R. Masiero) <em>La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy</em> (Roma 2016).</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1] Titolo della rubrica che l’autore tiene sull’edizione domenicale de <em>Il Sole 24 ore</em>.</p>



<div style="height:46px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>BECATTINI G. (2015). <em>La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale</em>, Donzelli, Roma.</p>



<p>BONOMI A., MAJORINO P. (2018,) <em>Nel labirinto delle paure</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</p>



<p>BONOMI A., REVELLI M., MAGNAGHI A. (2015), <em>Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora</em>, DeriveApprodi, Roma.</p>



<p>CALABRÒ A. (2019),<em> L’impresa riformista. Lavoro, innovazione, benessere, inclusione</em>, Università Bocconi Editore, Milano.</p>



<p>CALABRÒ A. (2020) <em>Oltre la fragilità. Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali</em>, Università Bocconi Editore, Milano.&nbsp;</p>



<p>DE MARTINO E. (2019), <em>La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali</em>, Einaudi, Torino.</p>



<p>DE RITA G. (2017), <em>Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana</em>, Mondadori, Milano.</p>



<p>ESPOSITO R. (1997), <em>Communitas. Origine e destino della comunità</em>, Einaudi, Torino.</p>



<p>MICELLI S. (2011), <em>Futuro artigiano</em>, Marsilio, Venezia.</p>



<p>RAMPELLO D. (2019), <em>L’Italia fatta a mano. I beni culturali viventi. Dialogo con Antonio Carnevale</em>, Skira, Milano.</p>



<p>SCHIAVONE A. (2020), <em>Progresso</em>, Il Mulino, Bologna.</p>



<p>TARPINO A. (2016), I<em>l paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini</em>, Einaudi, Torino.</p>
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		<title>LA RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE DELLE CITTÀ E LA RIGENERAZIONE DEI FONDI D’INVESTIMENTO</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 09:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Alberto Ziparo* È senza dubbio positivo che il Governo spinga per approvare &#8211; sia pure con dotazione non rilevantissima di risorse rispetto al fabbisogno totale &#8211; il “Programma Nazionale di Rigenerazione Urbana”; sancendo ancora una volta come le nostra città debbano (almeno) evitare di consumare ulteriore suolo per crescita urbana, che sarebbe ormai antistorico, [&#8230;]</p>
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<p>di Alberto Ziparo<strong>*</strong></p>



<p>È senza dubbio positivo che il Governo spinga per approvare &#8211; sia pure con dotazione non rilevantissima di risorse rispetto al fabbisogno totale &#8211; il “Programma Nazionale di Rigenerazione Urbana”; sancendo ancora una volta come le nostra città debbano (almeno) evitare di consumare ulteriore suolo per crescita urbana, che sarebbe ormai antistorico, e che vada perseguita “l’urbanistica delle R”: riqualificazione, riuso, recupero, restauro.</p>



<p>Tuttavia il programma di rigenerazione in questione rischia di accentuare, anziché mitigare, le contraddizioni che segnano da tempo le politiche urbanistiche delle nostre città, favorendone ulteriori sfondamenti nella governance, da parte della speculazione finanziaria; con esiti sociali ed ecologici esattamente opposti a quelli di “Riconversione” dichiarati nell’apparato retorico del piano stesso; oltre che nelle dichiarazioni governative.</p>



<p>I progetti contenuti nel dossier “Rigenerazione Urbana”, infatti, risentono quasi sempre di contraddizioni e problematicità già presenti in molta programmazione istituzionale e governativa, da cui scaturiscono e discendono; e in linea con le criticità contenute in tutta l’armatura del “piano grande e miracoloso” all’ordine del giorno: quel PNRR che dovrebbe rilanciare “meravigliosamente” economia e ambiente nazionali.</p>



<p>Già il programma PINQUA, di cui la versione attuale del piano (2,8 miliardi di Euro per 159 progetti, mentre altri 400 circa restano in attesa di fondi) di rigenerazione costituisce per molti versi l’aggiornamento progettuale e il completamento di spesa, era caratterizzato da forti tendenze ad una “programmazione troppo centralizzata anche a livelli diversi dell’amministrazione”. I relativi progetti, infatti, raramente erano esito sostanziale di una pianificazione urbanistica ecosostenibile e partecipata, sempre invocata (specie nel sempre più frequente materializzarsi dei rischi da cementificazione diffusa in disastri e conseguenti permanenti dissesti dei contesti urbanizzati), ma quasi mai realmente perseguita.</p>



<p>Molti dei progetti contenuti nel PINQUA erano invece esito della “concertazione tra poteri forti” che ha marcato pesantemente le politiche urbanistiche e territoriali nel recente passato e che spesso si traduceva in maggiore o minore permeabilità dell’amministrazione ai diversi livelli rispetto ai soggetti dominanti delle relative governance, in primis gli interessi finanziari, rappresentati dai relativi fondi. La logica, centralizzatrice e “developed Oriented”, della Programmazione Operativa, comunitaria e nazionale, come quella del PNRR, fa il resto.</p>



<p>Non a caso il Ministero in questione (nel frattempo da MIT diventato MIMS, Infrastrutture e Mobilità Sostenibile) dichiara che la città da “prendere a modello” per i programmi di rigenerazione è Milano: laddove le politiche urbanistiche sono “fortemente condizionate” &#8211; per non dire direttamente determinate &#8211; dai fondi di investimento finanziari, dichiarati “irrinunciabili” non solo dagli stessi amministratori; ma anche da autorevoli urbanisti, pure sinceramente progressisti, come Sandro Balducci.</p>



<p>La rigenerazione milanese è infatti mirata soprattutto ai soggetti che Guido Martinotti definiva “MBP” (Metro Business People), cioè quella ristrettissima fascia di persone appartenenti all’alta borghesia internazionale, professionale, commerciale, finanziaria, ludico-mediatica, fino alle élite politico-istituzionali, che si muovono da agiatissimi &#8220;Globetrotter “ tra le “Città Mondiali”.</p>



<p>Laddove la Milano “modello” è una città invece preclusa a vecchi e nuovi abitanti, che subiscono gli ingombri da sottrazione degli spazi e da realizzazione di enormi volumi edificati, da guardare solo da lontano. A meno di non avere redditi da appartenenza alle soggettività citate; ovvero da essere assunti come lavoratori (spesso precari) negli esercizi commerciali, tendenzialmente per consumatori “esclusivamente” dotati, realizzati nelle aree “rigenerate” (vedi CityLife o Santa Giulia), o come “vigilantes” degli enormi volumi (semivuoti, anche se serviti da agenzie internazionali di marketing, che devono piazzarne gli spazi nel mercato mondiale dei MBP), ivi edificati. L’estetica di questi brani urbani è quella della Benjaminiana “città in vendita”, da marketing. Il Greenwashing (altro che riconversione ecologica) rende strumentali verde e apparati vegetali rispetto a simili destinazioni d’uso, con bizzarrie ambientali che diventano architetture “di successo” (“Se Dio avesse voluto i Boschi verticali avrebbe fatto le mucche coi ramponi” – ha commentato un comico assai noto).</p>



<p>Certo non tutte le operazioni di rigenerazione presentano i caratteri morfologici, dimensionali e antisociali delle recenti citate realizzazioni milanesi, ma molte di esse sono marcate dall’“urbanistica dei fondi d’investimento” già presente nella pianificazione concertata degli ultimi periodi (vedi anche le ristrutturazione per vendita ai privati di non pochi palazzi storici fiorentini); sovente sottoposta a forti critiche anche per esulare troppo spesso da qualsivoglia risposta ai problemi di degrado ecologico della città.</p>



<p>A fronte dei connotati di molta della rigenerazione citata, lo stesso “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” non presenta alcun incentivo per nuove politiche abitative. Per l’esattezza non prevede neppure un centesimo per il recupero dell’edilizia popolare (centinaia di migliaia di alloggi inagibili per perdita di abitabilità da degradi o dissesti) né promuove alcuna operazione di riuso di quel quarto di patrimonio abitativo nazionale (circa 7,5 MLN di alloggi ) vuoto o inutilizzato. Si seguita quindi ad attendere che l’ulteriore deterioramento renda tale enorme bene potenzialmente collettivo svendibile &#8211; quasi a prezzi di regalo &#8211; alla grande proprietà immobiliare e finanziaria. Un processo già in atto da lustri.</p>



<p>I programmi di riqualificazione urbanistica e socio-ambientale avrebbero senso se scaturenti da una reale svolta rispetto alle politiche del recente passato, con una pianificazione socialmente innovativa e mirata concretamente anche alla ricostituzione degli ecosistemi urbani e territoriali, che oggi, specie a scala comunale, si intravede solo in un numero limitatissimo di piccole realtà; quasi sempre grazie all’azione di abitanti e attori locali sensibili alla qualità dei luoghi. E come tra l’altro prescriverebbero di operare ormai molti piani territoriali paesaggistici, regionali e sub regionali, che dettano indirizzi di recupero ecologico anche a scala locale.</p>



<p>Certo, anche tra i 159 progetti compresi nel programma in questione, sono comprese alcune operazioni virtuose (per esempio il recupero lungamente atteso dagli abitanti di Messina di alcuni vecchi quartieri “minimi” storicamente degradati). Ma tali opzioni costituiscono eccezioni in un’operazione che, per la gran parte, ripropone molte delle dinamiche, che hanno alimentato &#8211; anziché risolvere &#8211; i problemi sociali, urbanistici e ambientali che oggi gravano sulle nostre città.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>*</strong> Ingegnere Urbanista, è professore associato di <em>Pianificazione Urbanistica</em> presso la Facoltà di Architettura di Firenze dal 1993. È titolare del corso di <em>Analisi e Valutazione Ambientale</em> e tiene il corso di <em>Pianificazione Ambientale</em> presso il corso di laurea di Architettura; insegna Pianificazione Ambientale nel corso di Pianificazione Ambientale e Progettazione del Paesaggio, nel corso di laurea specialistica, e <em>Pianificazione del Territorio e delle infrastrutture</em>, nel corso di laurea triennale di Pianificazione e Progettazione della Città e del Territorio (sede di Empoli). Dal 2004 tiene il corso di <em>Questioni Urbanistiche</em> presso il corso di laurea in Discipline Economiche e Sociali della Facoltà di Economia dell’Università della Calabria.</p>
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		<title>LE NUOVE SPECULAZIONI IMMOBILIARI E LE TENDENZE URBANE</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2021 13:07:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[DISAGIO ABITATIVO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’investimento immobiliare rappresenta uno degli asset sui quali si può misurare la solidità di un sistema economico. Ma la buona salute del mercato immobiliare non è automatica garanzia di benessere; ovviamente tutto fa brodo nella “creazione di PIL” ma questo indicatore, seppure abbia una sua valenza economica, non è di per sé garanzia di benessere [&#8230;]</p>
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<p>L’investimento immobiliare rappresenta uno degli asset sui quali si può misurare la solidità di un sistema economico. Ma la buona salute del mercato immobiliare non è automatica garanzia di benessere; ovviamente tutto fa brodo nella “creazione di PIL” ma questo indicatore, seppure abbia una sua valenza economica, non è di per sé garanzia di benessere diffuso. Nelle fasi di boom, la costruzione e la compravendita di immobili segna la tendenza a investire in beni che forniscono una certa tranquillità: sono beni durevoli e, al netto di disastri, il loro valore riesce comunque a non deteriorarsi troppo.</p>



<p>Una delle cose da tenere presenti nel mercato immobiliare, o meglio nell’estrazione di valore dagli immobili, è la differenza tra il valore in sé e la rendita che si può ottenere dalla locazione: questa è una di quelle peculiarità figlia dei processi di urbanizzazione. Vi sono dei paradossi: un edificio può non valere granché, ma il terreno su cui sorge ha un valore notevole, oppure rende molto di più come bene locato che come bene venduto. Ad esempio, lo storico caso di via Anelli a Padova; si tratta di un ghetto che si presentava con un valore immobiliare basso a causa della nomea di zona malfamata, ma che riusciva a fornire ai proprietari introiti mensili a quattro cifre, dal momento che i canoni di locazione (spesso e volentieri in nero) erano molto alti e gli appartamenti erano abitati da dieci o più persone. Insomma, “il mattone” mantiene un peso rilevante negli investimenti, sia esso volto a edifici residenziali sia destinato a uffici, e mantiene una centralità anche e soprattutto a livello finanziario. Non serve ricordare che la più grossa crisi del nuovo millennio è stata innescata dalla bolla speculativa gonfiatasi sul mercato immobiliare dello zio Sam.</p>



<p>L’importanza o la centralità dell’investimento immobiliare ha assunto una rilevanza sempre crescente a mano a mano che la popolazione urbana superava quella rurale. La concentrazione demografica, da un lato, e la creazione di centri direzionali, dall’altro, hanno avviato una lunga stagione di speculazioni immobiliari che dagli anni &#8217;50 del secolo scorso, con alterne vicende, è giunta fino a noi. Oggi la speculazione si è fatta assai più raffinata dai tempi di Robert “Bob” Moses a New York; oggi sono le rifunzionalizzazioni urbane a tenere banco e le cosiddette “rigenerazioni”[1].</p>



<p>Oggi la ridefinizione degli assetti urbani passa dalla smart city e da una sostanziale opera di rinverdimento. Inoltre, riassume centralità l’aspetto residenziale. L’Italia in particolare è divenuta meta di stranieri che la scelgono come seconda casa; ciò avviene per tutta una serie di motivazioni, non ultima quella legata a un costo della vita ancora abbordabile se comparato con quello di altre parti d’Europa. C’è da considerare anche un altro punto di non secondaria importanza che riguarda il mercato residenziale, ossia quello legato ai temi di residenza che si sono notevolmente accorciati. Il precariato impone spostamenti continui e flessibilità lavorativa per la stessa azienda, cambi di sede che vanno dai sei mesi a tre anni. La creazione di una domanda così strutturata non può essere soddisfatta solo da contratti di locazione flessibili. Servono anche alloggi che vadano incontro a tali esigenze e quindi, anche in Italia, spuntano i residence con mono, bi o trilocali. Tutto un mercato di appartamenti di piccolo e medio taglio, nel quale i monolocali tendono a costare fino al 25% in più di un appartamento con due o tre stanze. A questa tendenza si associano le trasformazioni di unità residenziali in residenze temporanee come i Bed and Breakfast che, soprattutto nelle città turistiche, hanno polverizzato gli alloggi affittati per periodi medio lunghi, spostandoli di fatto nella periferia o nelle città satellite.</p>



<p>Ma cosa significa realmente questa trasformazione? In primis, bisogna tenere presente un dato molto importante: quando qualcuno investe molto denaro vuol dire che un processo si è già strutturato come domanda quantitativamente rilevante. Ciò vuol dire che quando la ruspa o l’agente immobiliare si muove il processo è già strutturato. Questo dovrebbe dirla lunga su quei pallidi tentativi di denuncia che spesso arrivano a giochi fatti da parte sia di associazioni di consumatori o inquilini, sia da parte dei residuati di movimento. Le dinamiche urbane sono la cartina al tornasole di come si determinano i processi di estrazione di plusvalenze dai territori. La trasformazione urbana alla quale stiamo assistendo scaturisce da una combinazione di fattori e di tendenze, alcune delle quali locali ma molte delle quali globali. Le seconde case acquistate da immobiliaristi d’oltralpe e d’oltreoceano fanno il paio con interi pezzi di città d’arte acquistati dai settori immobiliari di grosse holding finanziarie, alcune delle quali nostrane come San Paolo e Unicredit, ma altre estere come Black Rock[2]. Secondo “Scenari Immobiliari”, nel 2021 si stima che gli acquirenti esteri di seconde case in Italia spenderanno circa 1,8 miliardi di euro. Per oltre la metà si tratta di acquirenti tedeschi seguiti da inglesi, francesi, americani e canadesi[3].</p>



<p>Residenze temporanee, B&amp;B, residence, rifunzionalizzazione di interi quartieri, coworking spaces e tutta una folta schiera di nuovi spazi e nuovi modi d’abitare fanno dei centro-città luoghi molto spesso congestionati di giorno e pressoché deserti di notte, dal momento che spesso il centro è stato destinato alle sole attività commerciali o ai servizi, allontanando sempre più le residenze. Ma sembra essere in atto una tendenza contraria. Già da qualche tempo le downtown cominciano a perdere i loro significato di centro direzionale, vuoi per il fatto che i servizi di comunicazione rendono possibile gestire gli affari da qualunque posto e soprattutto perché il vantaggio competitivo di avere tutti i servizi legali e finanziari alle aziende nello stesso quartiere non è più bilanciato dai costi che sono sempre più alti. Molte aziende, compresi i mastodonti multinazionali, stanno abbandonando i loro storici “headquarters” di Londra o Manhattan, preferendo cittadine più piccole e sostituendo al grattacielo aziendale un edificio hi-tech immerso nel verde, come il quartier generale di Google.</p>



<p>Basta pensare ad alcune tendenze in atto che vedono gli interessi finanziari allungare lo sguardo sui cosiddetti borghi, sempre più spopolati e dimenticati e che durante il lockdown hanno trovato una nuova centralità. Con la pandemia, infatti, alcuni di questi piccoli centri (ma anche diversi luoghi per nulla spopolati ma abbastanza elitari [COSA VUOL DIRE?] come quelli posti in alta montagna) sono tornati a essere luoghi di attrazione per alcuni smartworkers e per i nuovi “cittadini green”, quelli dotati di una forte capacità di mobilità e di una robusta disponibilità finanziaria. Le esigenze di questi due blocchi sociali, come è facile intuire, non sono per nulla sovrapponibili: per un lavoratore precario i piccoli centri periferici possono rappresentare un’occasione di risparmio, mentre per il nuovo “ceto green” (soprattutto quello medio e alto) vivere in un “borgo d’Italia” &#8211; magari in alta quota &#8211; diventa una scelta di vita “alternativa”, lontana dai pericoli legati al cambiamento climatico, oltre, ovviamente, a rappresentare un buon investimento economico.</p>



<p>È infatti proprio la finanza a riscoprire e proporre questi nuovi luoghi del vivere a un target facoltoso e selezionato: <em>vogliamo essere attori di un movimento di rinascimento dei borghi e dei centri storici italiani spesso abbandonati. L’idea è stata accelerata con la pandemia ma il rilancio di questi luoghi è la nostra mission</em>, racconta, dalle pagine del “Sole 24 Ore”, l’amministratore delegato della Crowdvillage srl. Un intreccio di finanza e investimenti immobiliari attraverso una nuova piattaforma di <em>lending crowdfunding</em> interamente dedicata ai borghi dove<em> si potrà investire in progetti di ristrutturazione immobiliare fino a 100mila euro con un rendimento atteso tra il 6 e il 12% </em>senza chiaramente escludere la possibilità di intercettare qualche fondo proveniente dal Pnrr<em>.</em> Le Amministrazioni comunali, in tutto ciò, hanno un ruolo di “facilitatore” delle operazioni finanziarie e di compravendita tra privati. Immobili abbandonati o in stato di degrado vengono venduti a poche migliaia di euro attraverso regolari delibere approvate in consiglio comunale. Ad oggi si contano delibere per&nbsp; 2,5 milioni di euro che hanno coinvolto 4800 persone[4].</p>



<p>Ma ciò come può interessare un soggetto precario che si sposta da una città all’altra come una specie di biglia da flipper? Be’, piaccia o no, le tendenze sono globalizzate; il che vuol dire che se fino a quindici o venti&nbsp; anni fa si poteva trovare una sistemazione decente nella prima cintura periferica di Torino o Roma, oggi per avere condizioni analoghe bisogna spostarsi di qualche chilometro. Nell’area fiorentina, ad esempio, per trovare un appartamento alla portata delle tasche di un precario ci si deve spostare in quel di Novoli o addirittura a Prato. Questo finché le aree di estrema periferia o semirurali non verranno prese di mira per creare zone residenziali di alto bordo, le cosiddette “gated communities”, zone per famiglie danarose, all inclusive, dotate di tutto ciò che serve, compreso un servizio di sorveglianza privata. Questa forma di insediamento, tanto di moda negli States, sta facendo capolino anche in Europa.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * *</p>



<p>NOTE</p>



<p>[1]&nbsp;Robert Moses, funzionario statale e municipale degli Stati Uniti la cui carriera nella pianificazione di lavori pubblici ha portato a una trasformazione del Nuovo Paesaggio di York, fu ampiamente contestato dalla nota sociologa e attivista per i diritti civili Jane Jacobs che pubblicò un testo fondamentale per i diritti urbani “<em>Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane</em>” (1961). Moses incarnò lo spirito dell’Urban Renewal, ovvero la trasformazione urbana da un impianto ottocentesco con gli opifici nel centro, ad una configurazione razionale che prevedeva la delocalizzazione degli impianti industriali in periferia e una riconversione del centro urbano in attività commerciali e ricreative.</p>



<p>[2] Cfr. Redazione, <em>Investimenti immobiliari in Europa, trend e settori su cui puntare nel 2021. </em>Idealista, 09 febbraio 2021. L’articolo è consultabile al seguente URL: <a href="https://www.idealista.it/news/finanza/investimenti/2021/02/09/152730-investimenti-immobiliari-in-europa-trend-e-settori-su-cui-puntare-nel-2021">https://www.idealista.it/news/finanza/investimenti/2021/02/09/152730-investimenti-immobiliari-in-europa-trend-e-settori-su-cui-puntare-nel-2021</a>.</p>



<p>[3] L. Cavestri, <em>Le agenzie straniere sbarcano in Italia a caccia di seconde case</em>, “Il Sole 24 ore”, 18 ottobre 2021.</p>



<p>[4] S. Fillippetti; A. Maccaferri, <em>Per i borghi italiani arriva il crowdfunding in salsa londinese</em>, “Il Sole 24 ore”, 10 novembre 2021.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/11/30/le-nuove-speculazioni-immobiliari-e-le-tendenze-urbane/">LE NUOVE SPECULAZIONI IMMOBILIARI E LE TENDENZE URBANE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>GREEN E SMART CITIES: TRA CONTRADDIZIONI E SPECULAZIONI ECCO IL MODELLO DELLA CITTÀ FUTURA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/12/28/green-e-smart-cities-tra-contraddizioni-e-speculazioni-ecco-il-modello-della-citta-futura/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 11:10:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È già da tempo che si parla di smart cities, declinandole come città “intelligenti” ossia informatizzate, integrate, a misura d’uomo e sostenibili. Capaci quindi di rispondere alle esigenze della contemporaneità, garantendo servizi personalizzati che, grazie alla gestione informatizzata, dovrebbero limitare gli sprechi e garantire l’ottimizzazione e la massimizzazione delle risorse, da quelle energetiche a quelle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/12/28/green-e-smart-cities-tra-contraddizioni-e-speculazioni-ecco-il-modello-della-citta-futura/">GREEN E SMART CITIES: TRA CONTRADDIZIONI E SPECULAZIONI ECCO IL MODELLO DELLA CITTÀ FUTURA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>È già da tempo che si parla di smart cities, declinandole come città “intelligenti” ossia informatizzate, integrate, a misura d’uomo e sostenibili. Capaci quindi di rispondere alle esigenze della contemporaneità, garantendo servizi personalizzati che, grazie alla gestione informatizzata, dovrebbero limitare gli sprechi e garantire l’ottimizzazione e la massimizzazione delle risorse, da quelle energetiche a quelle umane. Queste città smart, tendono a somigliare a macchine sofisticate, interconnesse con altre città in una gigantesca rete, flussi di dati che contribuiscono alla gestione di impianti energetici, idrici, di smaltimento rifiuti, ma anche ospedali, scuole e trasporto pubblico.</p>



<p>Città sempre più informatizzate, ambienti agili e flessibili, pronte a modificarsi per tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, che, come metronomi in accelerazione, pongono non pochi problemi a chi deve pianificare, prevedere e trasformare lo spazio urbano in qualcosa di mutevole. In un certo qual modo la smart city, a ben guardarla, somiglia sempre più ad un sistema integrato, che deve essere continuamente aggiornato per assolvere compiti e ruoli sempre nuovi. Da qui la necessità di aggiornamenti continui, alla ricerca di prestazioni sempre migliori. In sintesi si chiede alle aree urbane di essere competitive in sé.</p>



<p>Tempi addietro un agglomerato urbano era competitivo per il livello di produzione di ricchezza legato alle attività produttive che vi si insediavano: più fabbriche c’erano, più persone si attiravano, più persone arrivavano, più attività secondarie si attivavano, più attività secondarie richiamavano altre persone e altre attività. Si innescava un processo attraverso il quale la complessità del sistema produttivo garantiva un abbattimento dei costi inter e intra-industriali che fungeva da richiamo per ulteriori aziende<sup><a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup>.</p>



<p>Dopo l’avvento della deindustrializzazione, almeno nei paesi a capitalismo avanzato, il richiamo si è spostato dalla manifattura ai servizi, le aree metropolitane sono divenute centrali operative di aziende e corporation di ogni genere, quindi il servizio alla manifattura si è trasformato in servizi all’impresa, quindi servizi finanziari, bancari, legali, ecc. L’impiegato ha via via sostituito l’operaio. Queste nuove spinte economiche hanno gettato le basi per quelle che Saskia Sassen definisce “global cities”<sup><a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>, ovviamente solo alcune città nel mondo possono fregiarsi di tale appellativo, ma hanno comunque condizionato il modo di intendere l’ambiente urbano, che deve offrire servizi e possibilità di investimenti vantaggiosi.</p>



<p>Il fatto stesso di dover aggiornare l’impianto e la struttura dell’economia urbana apre le porte ad una serie di operazioni e investimenti che vedono nelle partnership pubblico privato la strategia per massimizzare gli utili e minimizzare i rischi, avendo capitali garantiti o da mutui stipulati da enti pubblici o da obbligazioni statali. Dopo questa brevissima sintesi, non potendo qui per ragioni di spazio addentrarci oltre nelle specificità di una tematica tanto complessa, si può in qualche maniera ravvisare come l’essere smart degli ambienti urbani abbia giocoforza almeno una doppia veste.</p>



<p>Se da un lato abbiamo le immense opportunità fornite dalla tecnologia, con la quale riusciamo a gestire e ottimizzare il consumo di risorse preziose, dall’altro c’è il muro del profitto, che tende a distorcere alcune necessità e che, di fatto, arresta l’economicità introdotta dai sistemi tecnologicamente avanzati. Su un piatto della bilancia vi sono le necessità di città salubri, servizi essenziali garantiti e ambienti meno alienanti o degradanti. Sull’altro piatto vi è la “necessità” di sostenere un circuito economico che si è dovuto reinventare nella produzione di servizi, avendo trasferito buona parte della produzione di beni altrove e ciò che è rimasto è in via di automazione.<sup><a href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup></p>



<p>Una spinta poderosa, quella delle trasformazioni urbane, che riesce a fungere da puntello per un’economia industriale in affanno, così con il consenso di una popolazione altrettanto in affanno, per carenze croniche di servizi e lavoro, il concetto di <em>smart</em> è associato a qualcosa di positivo, tanto quanto quello di <em>green</em>, che appare in tutta la sua narrazione salvifica. Viene letto come uno strategico passo indietro dell’economia su temi vitali, una presa di coscienza delle aziende, l’inizio dell’era del capitalismo etico, ecc. e la narrazione va avanti aggiungendo complessità ad una tematica già di per sé delicata.</p>



<p>Altri concetti, altrettanto complessi, affiancano quelli di <em>smart</em> e <em>green</em>, e che in un certo qual modo dovrebbero coadiuvarli, fornendo loro una struttura e un processo al quale aderire. Parliamo dell’<em>innovazione</em> e della <em>resilienza</em>. Ora se prendiamo la letteratura scientifica che ha trattato (e continua a trattare) questi temi, troveremo che gran parte degli articoli pubblicati su riviste scientifiche, associano all’innovazione semplicemente il processo strettamente legato all’implementazione tecnologica. Seppur questa rappresenti il vettore principale di traino economico degli ultimi 25-30 anni, si tende spesso a spostare l’attenzione sulla mera capacità di un territorio di accedere (leggi acquistare o investire) alla tecnologia, piuttosto che sulla capacità di dare risposte strategiche per eliminare problemi decennali.</p>



<p>Se l’innovazione, per esemplificare al massimo, è concentrare gli sforzi per costruire veicoli per il trasporto individuale o portando agli estremi tecnologici il motore a scoppio estendendone la “sostenibilità” con i motori ibridi, beh, crediamo che non si stia tentando di dare nuove risposte al problema del traffico o dell’inquinamento (acustico, ambientale, di fine vita del prodotto, ecc.) né, più banalmente, al problema parcheggi.</p>



<p>L’innovazione di cui spesso si parla negli articoli scientifici è anche quella finanziaria, che mette in campo strumenti sempre diversi per moltiplicare i capitali investiti, spalmare debiti crescenti sui futuri cicli economici (tipico il caso dei derivati che ha portato al default comuni piccoli e grandi nella prima decade del 2000), sostenere i finanziamenti e gli investimenti per l’innovazione territoriale. Ma in cosa consista questa innovazione è arduo da spiegare, in quanto di innovativo c’è la dotazione di strumenti (normativi, tecnologici, finanziari, ecc.), ma applicati a qualcosa di assai poco innovato, ossia il valore dei suoli e le strategie immobiliari.</p>



<p>Altro “baluardo” del dibattito tecnico-scientifico attuale è il già citato concetto di resilienza, spesso declinato in chiave economica come capacità di reagire agli shock sempre più frequenti. Si innerva la resilienza economica a quella sociale e ambientale, ma ciò che si va a valutare sono sempre gli indici economici: la rapidità di ristrutturazione della domanda di beni e servizi è quindi un insieme di fattori positivi che danno conto di un comportamento resiliente del territorio considerato. È anomalo constatare quanti sforzi economici vengano profusi nella fusione di tecnologia, ingegneria finanziaria e innovazione dei processi di trasformazione urbana, per produrre spesso ambienti fruibili da alcune specifiche categorie di persone.</p>



<p>Da un articolo uscito sul <em>il Sole 24 Ore</em><sup><em><a href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></em></sup>, si evince come un certo numero di persone intervistate nelle maggiori città italiane chiedano esplicitamente un ambiente urbano diverso, con una mobilità più agile, tempi di spostamento di 15-20 minuti. Appare inoltre assai chiaro, sempre nello stesso articolo, come le richieste nelle varie città siano diversificate in quanto a consenso. Vi è tuttavia, un dato ancor più interessante: tra le maggiori impellenze per la vivibilità urbana, la dotazione tecnologica viene avvertita come problema subordinato a questioni più tangibili, tipo le periferie degradate (vedi fig. 1).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="645" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/12/2020.11.17-Infrastrutture-covid_Il-Sole-24-Ore-1024x645.jpg" alt="" class="wp-image-8565" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/12/2020.11.17-Infrastrutture-covid_Il-Sole-24-Ore-1024x645.jpg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/12/2020.11.17-Infrastrutture-covid_Il-Sole-24-Ore-300x189.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/12/2020.11.17-Infrastrutture-covid_Il-Sole-24-Ore-768x484.jpg 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/12/2020.11.17-Infrastrutture-covid_Il-Sole-24-Ore.jpg 1236w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>fig. 1</em></figcaption></figure></div>



<p>Quello che invece sembrerebbe il modello proposto va in un’altra direzione: una città più flessibile e verde e molto più smart, come quelle illustrate nelle riviste di architettura, ordinate ma non schematiche, efficienti ma non oppressive, grandi ma non aggressive. Si cercano soluzioni di prossimità per lo smart working, che per inciso dopo la pandemia rimarrà come valida alternativa ai grossi e costosi spazi aziendali necessari per il coordinamento di vari uffici. Quello che giornali e riviste ci stanno raccontando è una sorta di rivoluzione urbana che viaggia con la velocità di un click. Ma sarà accessibile a tutti?</p>



<p>Crediamo che purtroppo la risposta sia comunque negativa. Non è semplice pessimismo, ma il frutto di una considerazione di base (aggiunta a qualche anno di esperienza sul campo). Se, come si accennava all’inizio, il meccanismo che tenta di trattenere nello stesso processo i concetti di smart, green, innovazione e resilienza ha comunque come ricaduta immediata il valore del suolo e il valore immobiliare di quello che ci sta sopra, allora vuol anche dire che appena si accenna ad una trasformazione, il mercato e il processo di messa a valore dell’esistente cominciano ad attivarsi.</p>



<p>Una nuova linea urbana di metropolitana o tram, ad esempio, comincia a consentire lo spostamento di persone senza mezzo di trasporto proprio, da quartieri periferici. Questo, se da un lato dovrebbe incentivare la decongestione delle zone centrali, in realtà contribuisce ad allontanare alcune categorie sociali dai quartieri serviti dalle nuove linee. Non è un fenomeno paradossale, riguarda la semplice applicazione dei principi cardine dell’economia urbana orientata al mercato. Nuove fermate di mezzi veloci implicano zone di aumento del valore immobiliare, sia per un aumento della domanda, in quanto molte più persone possono vivere distanti dal centro, bilanciando il costo del trasporto con una locazione minore o l’assenza del mezzo di trasporto individuale con l’abbonamento dei mezzi. Il problema è che il fatto stesso di avere la comodità del mezzo di trasporto collettivo fa lievitare il valore immobiliare e di conseguenza il costo di locazione. Quindi chi già vive in zona e arriva a stento alla fine del mese, con un aumento anche minimo del costo della vita (casa in primis) deve allontanarsi in cerca di costi di locazione minori.</p>



<p>Senza entrare nel dettaglio delle operazioni economiche che portano all’effetto gentrificativo, possiamo però individuare qualche strategia di “sviluppo” che è orientata alla valorizzazione delle zone periferiche attraverso il processo definito TOD (Transit Oriented Development) ossia lo sviluppo economico basato sui sistemi di trasporto. I problemi nascono nel momento in cui non c’è un calmiere all’aumento dei costi nella zona, ma il calmiere non può esserci dal momento che l’effetto desiderato è esattamente l’aumento di valore immobiliare che in periodi di stallo contribuisce a mantenere attivi tutta una serie di investimenti.</p>



<p>Sistemi complessi che integrano il TOD assieme ad altri investimenti sono stati utilizzati negli Stati Uniti per stabilizzare il mercato immobiliare in picchiata post crisi 2007; ingenti fondi pubblici sono stati indirizzati alla realizzazione di ferro-tramvie, di nuove linee di metropolitane o all&#8217;implementazione delle linee di autobus, ecc. Anche quei quartieri semideserti a causa delle centinaia di sfratti effettuati in seguito all’impossibilità di onorare i mutui, hanno visto arrestare la corsa in picchiata del valore medio, per poi riprendere quota.</p>



<p>Cosa accade o cosa potrebbe accadere alle nostre latitudini e nelle nostre aree urbane? Possiamo intanto immaginare che tra i fondi che giungeranno con il <em>recovery plan</em>, e la potenza di fuoco messa in campo con il <em>green deal</em>, possiamo attenderci un periodo che vedrà concentrarsi sulle aree urbanizzate una serie di programmi di rinnovamento. Il problema risiede nel tipo di intervento: se da un lato non ci sarebbe nulla di male nel vedere periferie ammalorate, finalmente servite da servizi di base di qualità, se persiste la visione del lavoro precario e una redditualità sostanzialmente bassa, l’effetto di aumento del costo della vita innescherà una migrazione verso zone più accessibili.</p>



<p>Senza voler estremizzare le proiezioni verso visioni apocalittiche di nuovi ghetti o altro, rimane il fatto che a reddito basso corrispondono zone con scarse dotazioni di servizi, ossia la riproposta di quartieri dormitorio, anche se distanti da quelli tirati su dagli anni ’60 in poi. Si tratterà verosimilmente di frazioni periferiche dei grossi centri urbani che nel giro di poco tempo vedranno aumentare la popolazione, senza che di pari passo vi sia la necessaria dotazione di servizi. Una creazione di periferie.</p>



<p>Dall’altro lato, vi è in atto una tendenza che prevede la riattivazione dei centri minori, ma solo ben definite categories di persone che possono migrare in queste realtà rurali. Si tratta di lavoratori che accedendo al lavoro a distanza possono distanziarsi fisicamente dall’azienda: sono impiegati, consulenti, dirigenti e altro. Categorie con contrattazione diversa da un cassiere, da una commessa o da un artigiano, che sono funzionalmente legati allo spazio fisico del loro lavoro.</p>



<p>In conclusione, la tendenza attuale vede nelle trasformazioni urbane uno dei punti di forza per l’economia, dal momento che la produzione di merci ha subito un progressivo rallentamento, per tutta una serie di fattori (delocalizzazione e automazione in primis), ed è stata soppiantata dalla produzione di servizi, di cui la logistica è uno dei principali. Così, ci ritroviamo con aree da recuperare, da ricollocare sul mercato. Se la tipologia di valorizzazione che sembra andare per la maggiore è quella che transita dall’innovazione che, come prima accennato, fruisce di una visione molto ristretta, è verosimile attendersi che i modelli messi in cantiere siano molto simili alle sperimentazioni degli ultimi due o tre lustri.</p>



<p>Parliamo quindi di aree ad alto valore aggiunto trapuntate di edifici hi-tech e della rimozione progressiva dell’economia di quartiere fatta di botteghe artigiane (le poche che ancora sopravvivono), di attività di varia natura (mercerie, ferramenta, piccole riparazioni, ecc.) soppiantate dalla cosiddetta <em>main street</em>: la strada che alterna shopping e movida, ma che difficilmente crea un tessuto socialmente ed economicamente duttile. Zone nelle quali il lavoro è precario e non specializzato, quindi scarsamente remunerato (addetti alle friggitrici, commessi, cameriere, banconisti, ecc.), secondo una tendenza che ha ampiamente dimostrato i suoi limiti. Sono attività intimamente legate ad una certa disponibilità a spendere, situazioni di consumo voluttuario, non legate direttamente all’economia di prossimità o a esigenze residenziali (piccoli interventi di manutenzione o riparazione di oggetti o indumenti, ecc.) che risentono immediatamente di provvedimenti restrittivi e del calo dei redditi.</p>



<p>Se il modello ipotizzato è quello della città scintillante e illuminata dai touch-screen, con servizi tagliati su un target di consumatori propensi a spendere o ben disposti ad indebitarsi, se, insomma, parliamo di un modello che tiene a distanza la dinamica di quartiere e il rapporto di vicinato, è verosimile attendersi una rimodulazione degli abitanti allontanati tanto dall’aumento del costo della vita quanto da eventuali interventi normativi sul decoro, che semplicemente spostano mendicanti e questuanti fuori dalle zone più agiate rispedendoli in periferia magari con un daspo urbano. Un modello del genere di smart e green ha molto poco.</p>



<p><strong>Redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>note:</p>



<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a> Le economie di agglomerazione sono tutti quei vantaggi di ordine economico che le imprese ottengono da una localizzazione concentrata, per una analisi più dettagliata dell’argomento si rimanda tanto ai testi di economia urbana come ad esempio “economia urbana” di Alberto Camagni, 2005 o “economia urbana” di Evans Alan W. 1998.</p>



<p><a href="#sdfootnote2anc">2</a> Cfr. Saskia Sassen,&#8221;Le città nell&#8217;economia globale&#8221;, 2004, Il Mulino.</p>



<p><a href="#sdfootnote3anc">3</a> Cfr. “Automazione, robotica e intelligenza artificiale cambieranno per sempre il lavoro (che non c’è)”.</p>



<p>&#8220;Malanova&#8221;, disponibile on line al seguente URL: https://www.malanova.info/2020/05/13/automazione-robotica-e-intelligenza-artificiale-cambieranno-per-sempre-il-lavoro-che-non-ce/.</p>



<p><a href="#sdfootnote4anc">4</a> Cfr. Giorgio Santilli, “Infrastrutture e spazi degradati, priorità delle città post COVID”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/12/28/green-e-smart-cities-tra-contraddizioni-e-speculazioni-ecco-il-modello-della-citta-futura/">GREEN E SMART CITIES: TRA CONTRADDIZIONI E SPECULAZIONI ECCO IL MODELLO DELLA CITTÀ FUTURA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>NAPOLI. UN VIDEO E UN MURALES PER UGO RUSSO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/11/09/napoli-un-video-e-un-murales-per-ugo-russo/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2020 08:20:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 29 febbraio e l’1 marzo Ugo Russo, un ragazzo di 15 anni dei quartieri spagnoli di Napoli, è stato ucciso da un carabiniere fuori servizio. Una morte su cui grava fortissimo il sospetto che sia stata un’esecuzione, in quanto Ugo è stato ucciso con tre colpi di pistola, dal carabiniere al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/09/napoli-un-video-e-un-murales-per-ugo-russo/">NAPOLI. UN VIDEO E UN MURALES PER UGO RUSSO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra il 29 febbraio e l’1 marzo Ugo Russo, un ragazzo di 15 anni dei quartieri spagnoli di Napoli, è stato ucciso da un carabiniere fuori servizio. Una morte su cui grava fortissimo il sospetto che sia stata un’esecuzione, in quanto Ugo è stato ucciso con tre colpi di pistola, dal carabiniere al quale stava cercando di portare via un orologio con una pistola finta; il terzo colpo lo avrebbe raggiunto alla nuca, mentre cercava di fuggire ferito dagli altri due spari. Il militare, che in totale ha sparato cinque volte cercando di colpire anche l’amico di Ugo in fuga, è stato subito indagato per omicidio viste le circostanze e la dinamica della morte, ma da allora è calato il silenzio totale. Dopo oltre otto mesi non esiste neanche il risultato pubblico dell’autopsia…</p>



<p>Sulla morte di Ugo, da quel giorno di marzo, una valanga di fango si è abbattuta sulla sua memoria, sulla sua famiglia e sull’intera questione. Il discorso giornalistico e di gran parte dell’opinione pubblica, invece di interrogarsi sulle circostanze di quella che a tutti gli effetti sembra una condanna a morte senza appello, si è invece concentrato sulla sua famiglia, accusata di appartenere a un contesto criminale e camorristico. Nessuno si è interessato alla vita di questo ragazzo di 15 anni, cresciuto in un quartiere popolare e in un territorio con poche prospettive, sul fatto che Ugo si alzasse ogni giorno per fare lavori precari e sottopagati, sui desideri e le aspirazioni di un giovane con tutta una vita davanti.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-4 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1-1024x768.jpeg" alt="" data-id="8351" data-full-url="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1.jpeg" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=8351" class="wp-image-8351" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1-1024x768.jpeg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1-300x225.jpeg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1-768x576.jpeg 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_1.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2-1024x768.jpeg" alt="" data-id="8352" data-full-url="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2.jpeg" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=8352" class="wp-image-8352" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2-1024x768.jpeg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2-300x225.jpeg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2-768x576.jpeg 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_2.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3-1024x768.jpeg" alt="" data-id="8353" data-full-url="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3.jpeg" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=8353" class="wp-image-8353" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3-1024x768.jpeg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3-300x225.jpeg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3-768x576.jpeg 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_3.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4-1024x768.jpeg" alt="" data-id="8354" data-full-url="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4.jpeg" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=8354" class="wp-image-8354" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4-1024x768.jpeg 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4-300x225.jpeg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4-768x576.jpeg 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/11/UGO-RUSSO_4.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul></figure>



<p>La narrazione dominante, sorretta da un’opinione pubblica legalitaria e perbenista, si è concentrata unicamente su ciò che Ugo stava facendo quella sera, schiacciando tutta la complessità della sua giovane vita su una presunta “vocazione criminale”. Un discorso che, ogni volta che si parla di Napoli e dei suoi quartieri popolari, ma anche del Sud in generale, tira fuori la storia del contesto criminale e della camorra, mentre un silenzio colpevole copre le responsabilità sociali e “istituzionali” delle condizioni di marginalità e mancanza di prospettive che colpiscono questi territori.</p>



<p>È dunque necessario chiedere verità e giustizia per Ugo, ma anche riflettere su temi come quello degli abusi polizieschi e dell’impunità garantita a chi commette tali abusi. Un tema ormai diventato globale dagli Usa all’Italia, dal Brasile alla Nigeria. Contesti e significati complessi e differenti, ma in tutti i casi un tema che tocca la tenuta delle garanzie democratiche di un paese.</p>



<p>È su questa riflessione che è nato il “<strong>Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo</strong>”, non solo per chiedere verità e giustizia per la morte di un ragazzo di 15 anni, ma anche e soprattutto per interrogare un&#8217;intera comunità sulle responsabilità mancate e sulle reali opportunità rese disponibili ai tanti Ugo Russo di costruirsi una strada. Ragazzi sempre più dimenticati dalla politica &#8220;ufficiale&#8221;, ridotti a etichette e facili retoriche, intrise spesso del razzismo sociale che investe i meno garantiti.</p>



<p>Questo video, curato da <strong>CITTA – Collettivo di inchiesta su territori, trasformazioni, autorganizzazione</strong>, cerca di raccontare la storia di Ugo attraverso la voce di familiari e amici, di strapparla alle semplificazioni e alle retoriche giustizialiste, e vuole chiedere una riflessione collettiva sul destino dei ragazzi dei nostri quartieri popolari.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/11/09/napoli-un-video-e-un-murales-per-ugo-russo/">NAPOLI. UN VIDEO E UN MURALES PER UGO RUSSO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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