Nella Rende del 2026 si procede molto velocemente, e nel massimo silenzio, a ricalcare un processo amministrativo già praticato in altre grandi città univeristarie italiane. Si sà, al Sud le novità sono sempre più lente ad arrivare. Anche in questo caso ci troviamo di fronte all’arroganza del capitale che è riuscito ancora una volta a sussumere a suo uso e consumo il ciclo di lotte studentesche per il diritto allo studio del 2023.

Tre anni fà, infatti, dopo le forti contestazioni sul diritto allo studio fatte da molti studenti universitari nei vari Atenei e che rivendicavano la possibilità di alloggi con costi calmierati, si è sviluppato un dibattito pubblico che è sfociato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Al di là dei proclami governativi di sostegno agli studenti, si registrò un cambiamento profondo di paradigma: dalla garanzia di un diritto sociale al sostegno indiretto al mercato privato.
“La Ministra Anna Maria Bernini, […] ad oggi, ha emendato 660milioni di euro per la creazione di nuovi posti letto, ma non si tratta di nuovi fondi, bensì di risorse che sono state sbloccate dalla Commissione Europea: il punto è che queste risorse andranno per lo più ai privati, con il solo obbligo di garantire agli studenti fuorisede il 15% in meno rispetto al canone di mercato”. [1]
Il PNRR, infatti, destinò circa 960 milioni di euro all’aumento dei posti letto per studenti universitari, con l’obiettivo di passare da circa 40mila a oltre 100mila entro il 2026. Un traguardo ambizioso che però nelle versioni definitive del Piano si spostava dal diritto allo studio ad una logica meramente quantitativa che puntava esclusivamente all’incremento dell’offerta abitativa, senza vincoli sociali stringenti.
Termini ambigui come “prioritariamente destinati” introducevano pieghe che hanno in effetti consentito ai soggetti privati di accedere ai finanziamenti pubblici senza l’obbligo reale di riservare una quota significativa di alloggi agli studenti economicamente svantaggiati. Mano a mano nei bandi è del tutto scomparso l’obbligo – presente in precedenza – di destinare almeno il 20% dei posti agli studenti beneficiari delle borse di studio. Di fatto, una parte consistente delle risorse PNRR finisce a grandi operatori privati dell’housing universitario, come Camplus o Campus X. Questi soggetti possono realizzare e gestire residenze che, pur finanziate con fondi pubblici, operano secondo logiche di mercato, con canoni spesso inaccessibili per la maggioranza degli studenti fuori sede.
Un ulteriore elemento critico, riguarda la definizione stessa di “offerta abitativa”. Il PNRR introduce la nozione di “offerta strutturata”, che include anche posti letto non censiti in precedenza, consentendo così di raggiungere i target dichiarati come obiettivo PNRR senza costruire realmente nuovi alloggi in misura proporzionale. Questo meccanismo rende meno trasparente la valutazione dell’impatto reale del Piano.
“In risposta alla mobilitazione, la ministra Anna Maria Bernini dell’Università e della Ricerca ha annunciato di aver sbloccato 960 milioni di euro stanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per affidare ai gestori di studentati la creazione di 60mila nuovi posti letto entro il 2026. Con questi fondi, da spendere in due fasi, i gestori possono acquistare o prendere in locazione immobili e appartamenti da destinare a studenti, con un vincolo d’uso che è stato ridotto da venticinque a dodici anni. Gli immobili acquistati resteranno di loro proprietà”. [2]
La residenza della Campus X a Tor Vergata a Roma ha beneficiato di oltre undici milioni di euro per 500 posti. A Venezia la Restudent ha ricevuto più di 22 milioni di euro per acquistare un immobile dove ha apero un nuovo studentato con 284 camere. Solo per fare qualche esempio. Tutti questi immobili acquistati con soldi pubblici rimarranno alla fine del ciclo di proprietà privata.
Questa manovra, complessivamente, non ha rafforzato il diritto alla casa come diritto universale, ed in particolare come diritto allo studio, ma ha contribuito a consolidare un modello in cui il pubblico finanzia l’investimento privato che rimane sostanzialmente senza rischio d’impresa. Una classica manovra speculativa che “ruba ai poveri per dare ai ricchi”.
La contro-riforma ha concesso ai gestori degli studentati fino al 75 per cento di finanziamento equiparandoli al regime fiscale riservato all’edilizia sociale, rivolta alle fasce sociali che faticano a pagare canoni di mercato. In realtà il progetto complessivo ha avuto il risultato di aprire ad operatori privati un settore tradizionalmente gestito da enti pubblici.
La scusa ministeriale per giustificare tanti finaziamenti ai privati è stata quella della lentezza del pubblico nel realizzare posti nuovi. Così si è scelto sostanzialmente di finanziare la gestione di posti privati già esistenti. Si è trattato, dunque, di una scelta ideologico speculativa pro-mercato.
Fin da subito, mentre si ultimavano i primi studentati sovvenzianati, si è registrata la reale ricaduta sulla questione abitativa per gli studenti. Senza un reale vincolo di destinazione al diritto allo studio si è puntualmente verificato che dei 9.179 posti finanziati due terzi erano gestiti da privati. Molti di questi non erano nuovi posti ma sono stati ricavati in strutture preesistenti ed a canoni che arrivano anche fino a 800 euro a Milano e a 750 euro a Torino per una stanza singola. [3]
Basta fare un giro su internet per constatare che ad oggi i prezzi a regime non si sono affatto sgonfiati [4]: “Vieni a scoprire il secondo campus per studenti più grande d’Italia! Camere ed appartamenti per qualsiasi gusto, spazi condivisi dove potrai studiare, rilassarti, divertirti, allenarti, fare nuove amicizie e creare ricordi speciali. Un posto solo, con tutto quello di cui hai bisogno”.
Il marketing chiama questi studentati Campus che offrono agli studenti comode soluzioni a partire da 650€ per una doppia da 37mq a 820€ per una singola da 17mq, tutto ammobiliato e con il wi-fi!
Campus X si presenta inoltre come una città privata nella città pubblica, una città sociale!
“Il campus vanta vasti spazi comuni, dalle aree sportive dove socializzare, alla rinfrescante piscina per momenti di relax e svago. Questi spazi incarnano la filosofia di CX: unire studio e divertimento in un ambiente stimolante, dove il networking e la condivisione di idee sono incoraggiati. Inoltre, i 6.921 mq di aree verdi offrono un’oasi naturale per momenti di tranquillità, unendo perfettamente la vita accademica con la bellezza della natura. Il campus è strategicamente posizionato vicino alla stazione ferroviaria, facilmente accessibile tramite un percorso pedonale e ciclabile che attraversa il nuovo parco, agevolando il collegamento con il trasporto pubblico e rendendo il campus rapidamente raggiungibile. Questa “Città sociale” è un riflesso delle trasformazioni in atto nell’area di Milano, una città in cui cresce l’attenzione per la comunità, stili di vita sostenibili e condivisi, che dialogano con la città esistente e con quella del futuro. “ [5]
A dire il vero, nella città di Rende, un Campus esiste già ed è interamente pubblico. L’Unical è, infatti, un’università a carattere residenziale che mette a disposizione dei propri studenti circa 2.500 posti alloggio. Sono nati, dall’anno della sua istituzione, ben 10 quartieri residenziali “con spazi Comuni auto-gestiti da un comitato di studenti eletto dall’assemblea degli studenti alloggiati nel quartiere”. Anche le residenze universitarie “sono strutturate in monolocali, camere singole o doppie con arredo moderno e funzionale, dotate di servizio portierato, wi.fi, lavanderia, spazi per lo studio cooperativo, le attività ricreative e sportive”.
La differenza sta nei canoni veramente agevolati dell’Unical e che prevedono graduatorie e posti riservati agli studenti con redditi bassi. Una vera edilizia sociale. L’accoglienza nel Campus è completata da un servizio mensa che è gratuito per gli studenti con ISEE basso.

La domanda oziosa è: perché non destinare i fondi pubblici per potenziare eventualmente il patrimonio residenziale pubblico dell’Università della Calabria e delle altre università nazionali? Perché agevolare la costruzione di studentati privati che andranno a cementificare altre parti di una città che già vede migliaia di fabbricati costruiti ma che rimangono sfitti?
Un’altra domanda oziosa è: perchè l’amministrazione socialista di Rende non prende le distanze da una simile programmazione urbanistico-territoriale ma al contrario comunica trionfalmente la costruzione di alcuni studentati privati (campus) nella città che ospita la più grande università calabrese (campus) ed una tra le più grandi d’Italia? [6]
NOTE:
[1] https://www.fattialcubo.it/affitti-troppo-cari-la-protesta-dei-fuorisede-si-estende-a-tutta-italia/
[3] Ivi
[4] https://www.cx-place.com/it/
[5] Ivi
[6] https://quicosenza.it/news/rende-progetto-urban-life-alloggi-studenti/

