NON SIGNIFICA TORNARE INDIETRO

di Hobo – Laboratorio dei sapere comuni

“il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua d’origine” (Marx)

“Non siamo venuti a dirvi come andrà a finire. Siamo venuti a dirvi come comincia” (Matrix)

Questa è una lettera di congedo. Congedo dal “movimento”, inteso solo più come sommatoria di gruppi. È la storia di una fase da cui veniamo e la rivendichiamo per intero, come sempre si fa con la propria storia, assumendone i limiti e le ricchezze. Semplicemente, come tutte le storie di una fase, è finita. Ripetere il già noto, accanirsi sul malato terminale, incuranti della marginalità sociale e dell’insignificanza politica, è l’errore da non commettere. Sopravvive chi vuole riprodurre il proprio ego o giocattolo scassato, non chi vuole fare qualcosa come la rivoluzione.

Il “movimento”, divenuto irreale e ostacolo per quelli reali, è l’ultima propaggine della sinistra – da cui non abbiamo mai dovuto prendere congedo per il semplice fatto che la sinistra no, non appartiene alla nostra storia. Il “movimento” è diventato di sinistra da quando ha incorporato il senso della sconfitta e inseguito l’umanitarismo, compiacendosi delle vittime e della sfiga, rinunciando a qualsiasi prospettiva di rottura rivoluzionaria e accontentandosi di una misera quotidianità. I centri sociali che, tronfi di sé, declamano con enfasi nelle assemblee “la nostra struttura è qui da dieci, venti, cent’anni”: ecco, è proprio questo il problema. Come se la lotta fosse il mezzo e la “struttura” il fine. Al contrario, l’unica continuità che ci interessa è quella dei processi di organizzazione della soggettività rivoluzionaria, ce ne infischiamo della botteguccia. Non ne possiamo più dei volantini preconfezionati, dei comunicati trionfalistici che non legge neppure chi li scrive, quelli che si aprono con “grande giornata di resistenza!” e si concludono con “è solo l’inizio!”, le inascoltabili playlist ammuffite, gli interventi gergali che servono solo a timbrare il cartellino di un attivismo diventato lavoro e burocrazia. Poi, usciti dai propri ghetti di comfort ideologico, i compagni sono quelli che più accettano i rapporti di sfruttamento e dominio. E finché si è in quegli spazi guai a nominare gli argomenti tabù: avete mai sentito discutere il problema delle droghe o delle molestie, quelle presenti tra i compagni intendiamo? No, perché come in tutte le famiglie la sporcizia va nascosta sotto il tappeto, o il lurido bancone del bar, altrimenti facciamo un favore al nemico. Senza renderci conto che è proprio continuare a produrre una soggettività infetta il più grande favore al nemico. Un nemico che, diciamocelo francamente, magari ci reprimesse: in realtà, gli siamo indifferenti o quasi.

C’è un momento in cui bisogna avere il coraggio di rompere. Senza polemica con nessuno, ci mancherebbe: con alcuni compagni già andiamo avanti per un’incerta strada comune, con altri – siamo convinti – ci reincontreremo; a chi resta, facciamo i migliori auguri di sopravvivenza, ovvero le condoglianze. Non ci è mai appartenuto il ruolo della critica critica, dei testimoni scontenti dell’esistente, degli eterni rappresentanti dell’insoddisfazione: dopo la pars destruens, ci vuole la pars construens. Ma innanzitutto bisogna rompere con noi stessi, con il centrosocialismo che ci portiamo dentro, il virus che ci consegna alla terapia intensiva del conflitto e immunizza il corpo nemico. Osare rompere con il noi che siamo, per scoprire il noi che vogliamo e possiamo diventare.

Arriviamo quindi al punto. Hobo nasceva dentro quell’ultima fase di “movimento”, forse dentro e contro, o quantomeno cercando di costruire uno scarto. Adesso è venuto il momento di fare un balzo: non più dentro, ma oltre. Per congedarci dalla storia centrosocialista, dobbiamo allora congedarci anche da quella storia che sta dentro di noi. Ricominciare da zero, per saltare in avanti. Hobo finisce qui.

Senza lacrime e sentimentalismi, senza esitazioni e timori: è grazie al fatto che Hobo c’è stato che oggi possiamo tentare di aprire una nuova storia. In questi anni, infatti, parallelamente a cose che non hanno funzionato e abbiamo abbandonato, si sono sviluppati e maturati progetti, ambiti di radicamento strategico e, soprattutto, tante compagne e compagni. Oggi quel piccolo vaso in cui abbiamo piantato un seme sette anni fa, è diventato inadeguato. È una crisi di ricchezza, pensiamo. Ma anche la crisi di ricchezza è comunque una crisi. E le crisi vanno sempre aggredite, mai subite. Non bisogna aspettare che passino, per rialzare le saracinesche dei nostri spazietti. Bisogna trasformarle in occasione politica. Non è vero che squadra che vince non si cambia. La squadra va cambiata quando ottiene risultati. Proprio nel momento in cui ci sembra di aver afferrato qualcosa di importante, dobbiamo avere la forza e soprattutto il coraggio di spiazzare il campo, rimetterci in discussione e porci nuovi problemi in avanti. È quando abbiamo conquistato la risposta che dobbiamo subito cambiare la domanda. Non ci interessa la reiterazione del punto di partenza, ma il processo da costruire.

Del resto non si ripete da mesi come un mantra lo slogan cileno, “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema”? Proviamo, per una volta, a portarlo fino in fondo, a essere conseguenti: è la nostra normalità il problema. Non ci rassegniamo alla gestione del nostro triste esistente, dell’identità povera di gruppo, del riconoscimento microcomunitario. Accettare quello che siamo è la più imperdonabile forma di resa. Il termine “tenuta”, laddove è diventato sinonimo di gestione centrosocialista della marginalità, è un equivoco da spazzare via. L’unica tenuta della soggettività rivoluzionaria è la capacità di rilanciare in avanti, di rivoluzionare noi stessi.

Ci riusciremo? Questa è la scommessa. Sbaglieremo? Ne siamo certi: sbaglieremo tante volte, forse ancora più che in passato. Accade così, quando ci si muove nell’ignoto. Non siamo preoccupati di questo. Davanti agli occhi abbiamo il capolavoro di Albrecht Dürer: un guerriero a cavallo, sorridente, marcia verso il fitto bosco. Ha scelto di volgere lo sguardo verso l’ignoto, di sfidarlo e penetrarlo, perché solo lì, dove massimo è il pericolo, può trovare la salvezza. La sua marcia è continuamente tentata, dal diavolo che lo segue e dal teschio alla sua sinistra: il primo per noi è il capitale, il secondo il centrosocialismo. Conosciamo bene entrambi, ci offrono riconoscimento e tranquillità: uno nella forma della libertà mercificata, l’altro nella forma della comunità mortifera. Sono questi i nostri nemici, ce li portiamo dentro. Contro di loro dobbiamo continuamente riaffermare la scelta del conflitto e della rottura, per avanzare nell’inquietudine produttiva, senza mai voltarci indietro. Per calarci progettualmente dentro l’ambiguo magma della composizione sociale, dobbiamo abbandonare un’armatura di forme organizzative arrugginite ereditate dagli anni Novanta. Non perché fossero sbagliate dall’inizio, perché lo sono diventate nel momento in cui non sono più state in grado di favorire l’avanzata nel bosco.

Per noi l’autonomia non è mai stata un logo, un’etichetta, una felpa. Non è alle nostre spalle, ma è lì, nel bosco. L’autonomia sta nel nostro desiderio di rottura, nella volontà di attaccare, nella potenza che non abbiamo ancora scoperto. Sappiamo cosa lasciamo, non sappiamo cosa incontreremo. Sappiamo però dove stiamo andando e dove non vogliamo tornare, e questo per ora è già tanto. Fondamentale è l’irriducibile scelta di campo e il nemico contro cui giocare; a partire da qui, schemi e ruoli siamo pronti a cambiarli in continuazione, anche a stravolgerli se necessario. Perché non siamo mai stati affezionati ai nomi, siamo fedeli alla direzione. Ecco perché non ci sciogliamo in un’altra sigla, ma in una composizione possibile. Ci sciogliamo per decidere noi i tempi e i luoghi, per non essere dove ci aspettano i nostri nemici – tra cui ci sono la pigrizia, la coazione a ripetere, la paura di scommettere. Non stiamo abbandonando la partita. Stiamo iniziando, ora, a disputarla seriamente. Ci sciogliamo per diventare più solidi. Perché ogni tanto, quando il gioco si fa duro, c’è bisogno di sciogliersi per cominciare a giocare duramente.

Le compagne e i compagni che hanno fatto parte di Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

Bologna, 25/06/2020

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