L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO

Dal Rapporto Svimez 2018 si denota un generale divario amministrativo su istruzione, sanità, rifiuti, qualità della vita a svantaggio del Sud. Alcuni stralci del rapporto ci possono aiutare a meglio comprendere tale divario.

L’ampliamento delle disuguaglianze territoriali in termini di indicatori sociali riflette, in un contesto economico difficile ma che ha mostrato capacità di reazione, un forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione. Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici documentano un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento proprio al settore dei servizi socio-sanitari, che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie.

La cittadinanza “limitata”, connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. Si tratta di carenze di servizi che si riflettono sulla vita dei cittadini e che condizionano decisamente anche le prospettive di crescita economica, perché diventano fattori che giocano un ruolo non accessorio nel determinare l’attrazione di nuove iniziative imprenditoriali.

L’analisi dei dati di spesa nei vari settori della P.A. mostra, a dispetto di tanti luoghi comuni, l’esistenza di ampi divari territoriali, con un generale svantaggio del Mezzogiorno cui fa seguito una inevitabile compressione della qualità dei servizi offerti, che nel Sud risente tuttavia anche dei condizionamenti ambientali e “interni”. Anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce una accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.886 euro per abitante nel 2016 contro i 7.629 euro del Centro-Nord (Tab. 5.1).

Per effetto delle variazioni di segno opposto registrate tra il 2007 ed il 2016 (–2,3% per il Mezzogiorno; +2,2% per il Centro-Nord), la spesa pro capite della P.A. (al netto di quella previdenziale) nell’area meridionale ha rappresentato nel 2016 il 90,3% del livello del Centro-Nord, a fronte del 94,5% registrato nel 2007.

Lo svantaggio meridionale è molto marcato nella funzione di spesa relativa agli interventi nell’ambito della Formazione, Cultura e Ricerca&Sviluppo, con una quota pro capite del 71,4% di quella del Centro-Nord (Tab. 5.2).

Il massimo della distanza dal resto del Paese risulta nel Lavoro e nella previdenza, in parte ovviamente dovuta agli squilibri nel mercato del lavoro. Questi importanti strumenti della politica di welfare non riescono a supportare adeguatamente la fragile condizione socio-economica delle famiglie e dei lavoratori più deboli.

Anche al netto della spesa previdenziale, infatti, in questi settori essenziali dell’azione pubblica, il divario della spesa pro capite nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese è di oltre 30 punti percentuali (69,1% del Centro-Nord).

Questo svantaggio, si evince anche dalla dotazione di personale delle P.A.

Sulla base del Censimento permanente delle Istituzioni pubbliche dell’ISTAT relativo al 2015, risulta che il rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione residente è molto diminuito. La flessione, nel lungo periodo, si è soprattutto concentrata sul Mezzogiorno, che rispetto al 2001 ha 214 mila unità in meno (Tab. 5.3).

Nel 2015, i valori più elevati di dipendenti pubblici per 100 abitanti si hanno nel Centro e nel Nord-Est, rispettivamente con il 5,0% e 4,9%. Il Nord-Ovest, per contro, fa registrare il valore più basso (4,1%), mentre il Mezzogiorno si colloca in una posizione intermedia con 4,7% dipendenti pubblici ogni 100 abitanti, dato che evidenzia come l’opinione collettiva di un Meridione affollato di lavoratori della PA, sia un’alterazione della realtà.

Il divario Nord-Sud appare di grande rilevanza nel comparto socio-assistenziale, evidenziando livelli insufficienti dei servizi per le categorie più deboli della popolazione: l’infanzia, gli anziani e i non autosufficienti.

Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta livelli di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale, come dimostra la griglia dei Livelli Essenziali di Assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, le quali, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati.

I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale sono la fotografia più chiara delle carenze del sistema ospedaliero meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e della lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri.

Il saldo netto di ricoveri extra-regionali dalle regioni meridionali ha raggiunto nel 2016 le 114 mila unità, con la conseguenza di un cospicuo trasferimento di risorse dal Sud verso Nord (Tab. 5.4).

I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali è anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie, con il conseguente impatto negativo sui redditi. Strettamente collegato a ciò è il fenomeno della cosiddetta “povertà sanitaria”, secondo il quale si verifica sempre più frequentemente, soprattutto nel Mezzogiorno, che l’insorgere di patologie gravi costituisca una delle cause di impoverimento delle famiglie: in Italia, nel 2015, l’1,4%% delle famiglie italiane si è impoverito nel 2015 per sostenere le spese sanitarie non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale; nelle regioni meridionali la percentuale sale significativamente, raggiungendo il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia.

L’efficienza nell’erogazione di servizi di pubblica utilità da parte della P.A. è molto modesta per l’intero territorio nazionale e nel periodo che va dal 2007 al 2016 è peggiorata sensibilmente. I tratti negativi rilevati per l’Italia, nel complesso, si ritrovano accentuati nel Mezzogiorno.

Nell’ambito delle public utilities, uno dei comparti più critici per il quale l’Italia è sottoposta al controllo dell’Unione europea, è quello dello smaltimento dei rifiuti. La quota di rifiuti conferiti in discarica, sia pur in riduzione in entrambe le ripartizioni, rimane ancora molto elevata nel Sud (42,4%) con un valore che risulta più che doppio rispetto a quello del Centro-Nord (16,7%) (Tab. 5.5).

Sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana, la SVIMEZ ha costruito un indice sintetico della performance delle Pubbliche Amministrazioni nelle regioni italiane. Fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige), le regioni meridionali presentano valori mediamente inferiori del 50% (vedi tab. 5.1).

Lo sviluppo concreto dei diritti di cittadinanza è la chiave fondamentale per mobilitare le enormi risorse, umane, ambientali, culturali ancora inutilizzate presenti nel Mezzogiorno, che, se messe a valore, potrebbero contribuire significativamente alla stessa ripresa del Paese.

Occorre assumere la consapevolezza che la politica di coesione non può consistere solo della politica “spaziale” di intervento (attraverso incentivi fiscali, contratti di sviluppo, investimenti pubblici), ma deve essere accompagnata da politiche territorialmente differenziate nel Mezzogiorno, in grado di riequilibrare la qualità di alcuni beni pubblici essenziali.