SUKAMAHELA II. L’INFERNO “HAKUNA MATATA” DEI LEBBROSI

Sono passate due settimane dalla missione di bonifica e disinfestazione del lebbrosario di Sukamahela (ad opera dei volantori e delle volontarie de La Terra di Piero). Tempo minimo necessario per metabolizzare e riflettere su quanto ho visto. Di seguito una medio-lunga riflessione. Tempo di lettura: quello che volete.

di Gianluca PALMA

I codici sulle pareti esterne fanno pensare a un campo di concentramento. Solo che quando entri dentro, nelle catapecchie – perché di questo si tratta – dei malati, non trovi camerate con letti a castello e poveri cristi ammassati, ma spazi angusti con doghe di legno buttate per terra alla meno peggio e, sopra, pezzi di spugna gialla, che in un altro posto somiglierebbero a materassi, ma qui sono tutti bucherellati da tane di cimici, blatte e scorpioni. Su qualcuno resistono ancora aggrovigliati pezzi di stoffa sbiadita che, altrove, identificheremmo come copri materassi e lenzuola.

Non ci credi che possa esistere un posto del genere sulla stessa terra che calpesti pure tu, anche se qualche migliaio di chilometri più a nord. Eppure, quaggiù, nel distretto di Manyoni, a sud-est dell’Africa nera, nelle sue periferie fangose e abbandonate – anche dagli aiuti umanitari – il lebbrosario di Sukamaela è vivo, vegeto e purtroppo ancora popolato.
In realtà nel giro di un anno la popolazione si è dimezzata: da 70 lebbrosi ne sono rimasti circa 30, perché con questa malattia che qui continua a mietere vittime come l’HIV, medici e ricerca non sono ancora riusciti ad avere la meglio.
Nell’ultimo anno s’è portata via anche 5 bambini. CINQUE BAMBINI.

Navigando un po’ troviamo i dati per l’anno 2019 dell’Annuario Statistico della Chiesa, secondo cui a oggi esistono al mondo 610 lebbrosari di cui 192 in Africa, 55 nelle Americhe, 352 in Asia, 10 in Europa e uno in Oceania. Se si guarda Stato per Stato, le regioni dove si trovano più lebbrosi sono, ovviamente, quelle africane. Sempre secondo la Chiesa missionaria, nel 2015 i dati erano più allarmanti. Il continente nero ne contava 229, di cui proprio all’ombra del Kilimanjaro, in Tanzania, ve ne erano 32. Ventisette in Congo, 26 in Madagascar e 23 in Sudafrica.

In questo contesto desolante il lebbrosario di Sukamahela è un luogo spacciato. Quando si supera il cancello della casetta quartier generale di Suor Maria, che aiuta i malati per come può, sembra un po’ come tornare all’età della pietra. Veramente una discesa agli inferi, dove i lebbrosi vivono allo stato brado. Si arrangiano alla meno peggio. Bevono liquidi non meglio identificati da tipici vasetti del luogo. E passano il loro tempo tra i giacigli dove “dormono”, invasi da ogni insetto possibile e lo spazio antistante al loro inferno.

In questo ghetto creato dallo Stato tanzaniano da diversi anni, come ci spiega sempre Suor Maria, arrivano malati di lebbra da altre parti del Paese. Anche dalla “civile” Dar Es Salaam e dalle montagne del Kilimanjaro. Vengono scaricati qui dalle famiglie che li disconoscono, perché c’è anche da aggiungere che in Africa qualsiasi tipo di disabile o malato più o meno grave è considerato elemento da emarginare. Il popolo africano, in gran parte schiavo dei retaggi del passato, li considera vittima di qualche sortilegio o stregoneria. Questo accade laddove l’accesso alla cultura non è garantito a tutti. Prova ne sono anche i numerosissimi casi di poligamia.

Così, abbandonati a Sukamahela sono le suore e due infermiere a prendersi cura di loro, tra farmaci che scarseggiano e il governo che, una volta ogni tanto, come ricorda la Sorella, manda un po’ di cibo e qualche indumento.
Sempre in questo ghetto, ma dall’altra parte del cancello di Suor Maria, c’è l’altra faccia di Sukamahela: i bambini.
Che la mattina, precisano le consorelle, vanno a scuola, e il pomeriggio vanno a giocare lì anziché stare per strada a non fare niente. Di “watoto” abbandonati per strada in questo Paese se ne vedono a centinaia. Si muovono come sciami di rondini impazzite e quanto vedono te, bianco, europeo, straniero, “mzungu! mzungu!”, ti acchiappano, ti abbracciano con sorrisi disarmanti e non ti mollano più.

“Nelle loro giornate interminabili cadono uno a uno i 54 articoli della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989. Ogni giorno della loro vita è una testimonianza indelebile della crudeltà che si nasconde dietro il benessere dei paesi capitalisti”. Faccio mie, una per una, queste parole scritte qualche giorno fa da Paola Saccomanno, ottima compagna di viaggio con cui ho condiviso questa missione. Sicuramente l’esperienza più forte e sensata che ho fatto finora da laureato in Relazioni Internazionali prima e da video-reporter poi.

La Tanzania non è un’area geografica di emigrazione. Ma è un Paese dove l’educazione scolastica non è garantita a tutti, perché le rette sono molto alte e le scuole private sono la norma. E dove manca la cultura, appunto, è dura sfuggire alla povertà.

Ipogolo, Morogoro, Manyoni, Sukamahela, se si visitano questi luoghi è sconfortante pensare che per tanti altri che da territori limitrofi si mettono in viaggio per sfuggire a guerre (spesso religiose), miseria e malattie anche il Mediterraneo sia diventato luogo di morte e respingimenti.
Mentre qui si operava tra purgatorio e inferno, online leggevo di un altro gommone intercettato dalla guardia costiera libica e del rinvio a giudizio per Mimmo Lucano che a giugno dovrà affrontare il processo. Per questo era rincuorante pensare di essere in compagnia di 20 volontari calabresi in missione con gli stessi obiettivi di solidarietà, giustizia sociale e impegno per i diritti dei più emarginati del mondo. Che nonostante ciò, ti sorridono e ti ringraziano divertiti augurando – loro a te – di stare “hakuna matata!”, senza pensieri.
#pamoja #mzurisana #tanzaniayetu #jambo #habarigana

NOTA A MARGINE
Qui sotto aggiungo due frame indicativi. Nel primo la stessa Paola mostra a mamma e figlia malate di lebbra la foto che aveva fatto loro due secondi prima, regalando (e conquistando) il sorriso (della) alla signora.
Nel secondo un altro paziente, nel senso più profondo dell’aggettivo che, avendo visto i ragazzi e le ragazze “ghostbuster” della #TerradiPiero bonificare le baracche dei loro vicini, avevano tolto fuori tutti i loro averi aspettando e sperando nello stesso trattamento.

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