QUALE LAVORO NELLA SOCIETÀ CHE VOGLIAMO?

DOCUMENTO DI INTRODUZIONE PER L’ASSEMBLEA DEL 1° MAGGIO A RENDE (PARCO ROBINSON- ORE 18:00)

Il tema del lavoro nel terzo millennio si è trasformato in un vero e proprio incubo per analisti e sociologi, in cui i paradigmi classici con i quali si leggevano e si interpretavano le dinamiche sociali del mondo del lavoro, non consentono più di agire lo spazio sociale del mondo del lavoro con facilità.

L’impatto delle politiche ultraliberiste ha finito per azzera le già residuali garanzie sociali e le politiche di welfare, provocando allo stesso tempo una frammentazione nel tessuto sociale che ha bloccato l’elaborazione di alternative all’esistente credibili. Anche chi si oppone all’esistente, infatti, fatica a elaborare alternative che vadano oltre una serie di critiche frammentate a singoli aspetti.

Precarietà, lavoro gratuito e innovazione tecnologica

Le parole d’ordine in tema di politiche sul lavoro, dalla seconda metà degli anni ’70 in poi, sono state due: flessibilità e abbattimento del costo del lavoro. Una vera e propria crociata che ha raso al suolo le garanzie conquistate nei “trenta gloriosi” e che ha portato a una vera controriforma del diritto del lavoro. L’esplosione del lavoro con forme contrattuali cosiddette flessibili ha terremotato il mondo che conoscevamo, trasformando radicalmente la vita di milioni di uomini e donne, che oggi si trovano impossibilitati a progettare una vita “normale”.

Se fino ai primi anni 2000 l’unico spauracchio era quello della disoccupazione, oggi a fare strage è il fenomeno della sottoccupazione. Lavori sistematicamente sottodimensionati rispetto alla formazione dei lavoratori e delle lavoratrici, senza alcuna tutela a livello di stabilità e di diritti sindacali.

Al punto che molti “giovani” (categoria che è ormai possiamo tranquillamente estendere ai quarantenni) si trovano intrappolati in forme di lavoro che hanno travalicato il limite che separava lo sfruttamento dalla schiavitù, con una diffusione sempre maggiore del lavoro gratuito (stage, collaborazioni, alternanza scuola-lavoro) giustificato da una sorta di imperativo morale che vede nello status di occupato la condizione necessaria per sfuggire alla stigmatizzazione sociale. Meglio lavorare gratis piuttosto che finire nella categoria dei fannulloni.

La crisi sistemica (di sovrapproduzione) del sistema neoliberista e la sua esplosione nella crisi finanziaria del 2007 ha segnato un punto di non ritorno. La crescita della disoccupazione ha infatti accelerato il fenomeno della competizione al ribasso e la crescita della cosiddetta Gig Economy, la nuova forma di organizzazione dell’economia digitale, che in Italia prende sarcasticamente il nome di “economia dei lavoretti”, così come quella del capitalismo di piattaforma ne sono il sintomo più evidente. 

Quest’ultimo è la perfetta sintesi della visione neoliberista del mondo, in cui il datore di lavoro evapora e si trasforma in una piattaforma digitale che, almeno formalmente, si limita a favorire l’incontro tra domanda (i clienti) e offerta (i lavoratori). 

Il futuro prossimo (che sfuma nel presente) non riserva nulla di buono e tra i nuovi fattori che porteranno inevitabilmente al peggioramento delle condizioni di lavoro di milioni di donne e uomini nel nostro paese c’è quello legato allo sviluppo della cosiddetta Industria 4.0.

L’attuale rivoluzione industriale, guidata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale che progressivamente sta sostituendo gli esseri umani nelle attività produttive e dei servizi, ha infatti caratteristiche inedite, che la rendono molto diversa dalle precedenti.

L’impatto in termini di occupazione non è nulla di nuovo. Ogni rivoluzione industriale, infatti, ha comportato un aumento di produttività e, di conseguenza, l’espulsione di forza lavoro dai settori interessati (esercito industriale di riserva…).

In passato, però, questo fenomeno è stato (almeno parzialmente) compensato da una ricollocazione dei lavoratori in nuovi settori a più alto contenuto professionale. Banalizzando: la sostituzione uomo-macchina interveniva sui lavori manuali meno qualificati (robotizzazione) e spingeva i lavoratori in carne e ossa verso impieghi maggiormente qualificati.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale cambia tutto: la macchina sostituisce l’uomo nell’ambito impiegatizio, manageriale e in alcuni casi anche cognitivo e manageriale. La ricollocazione verso l’alto, quindi, diventa marginale. Gli spazi lasciati intatti dalla competizione uomo-macchina sono invece quelli che siamo abituati a considerare “poco qualificati”, come il lavoro di cura.

L’impatto sociale di questo processo è ancora tutto da verificare, ma secondo i meno ottimisti potrebbe sfociare in una perdita di posti di lavoro che potrebbe interessare, in una decina di anni, l’80% della popolazione mondiale, innescando una competizione al ribasso senza precedenti di cui è difficile immaginare le conseguenze.

A peggiorare le condizioni di vita quotidiane degli uomini e delle donne, che si sono visti precipitare in una competizione al ribasso sempre più feroce, è anche quella serie di “riforme” a livello sociale (in particolare a livello previdenziale) che mettono una seria ipoteca sul futuro di chi oggi vive una situazione lavorativa precaria e vede davanti a sé la prospettiva di avere una pensione ridicola. Camuffata come un surreale conflitto tra “giovani” e “vecchi”, la rimodulazione del welfare in chiave ultra-liberista è riassumibile in un sintetico “ognuno per sé” che non lascia sperare nulla di buono.

Mezzogiorno tra disoccupazione e trappola della precarietà

La Calabria, in buona compagnia con il resto del mezzogiorno, si colloca tra le ultime regione d’Europa per numero di occupati. I dati estrapolati dall’ultimo Rapporto Svimez 2018 L’economia e la società del mezzogiorno sono emblematici di una tendenza, oramai storica, di crisi strutturale del sistema economico calabrese e meridionale.

Il numero degli occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276mila unità rispetto allivello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382mila unità.

Il tasso di occupazione è, infatti, ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%).

Un dato che restituisce plasticamente come la crisi abbia aperto uno squarcio nel tessuto economico e sociale del Sud, solo parzialmente rimarginato dalla cosiddetta “ripresina”.

L’emergenza occupazione rimane centrale nel Sud, dove si sommano gli effetti di una domanda di lavoro sempre più inadeguata rispetto alla forza lavoro presente a quelli di un peggioramento della qualità delle tipologie contrattuali.

I dati forniti dall’INPS sui tassi di trasformazione a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a tempo determinato fanno emergere, nel Mezzogiorno, una “trappola della precarietà” da cui, nonostante i tanti incentivi elargiti alle imprese, è sempre più difficile venire fuori. Se analizziamo i tassi di trasformazione dei contratti a tempo determinato in tempo indeterminato nelle due ripartizioni emerge chiaramente come tale tasso sia sistematicamente più basso nelle regioni meridionali: nel Sud la quota di contratti stabilizzata si è dimezzata dal 13,9% del 2015 al 7,3% del 2017. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord.

Con riferimento al tasso di disoccupazione, dobbiamo rimarcare che la definizione ufficiale di disoccupazione sottostima la dimensione di coloro che trovano difficoltà ad entrare e/o a permanere nel mercato del lavoro specialmente al Sud. Va infatti considerato che a fronte di circa 1,5 milioni di disoccupati ci sono nel Mezzogiorno circa 1,8 milioni di persone in età da lavoro che pur non essendo contabilizzati tra i disoccupati dichiarano di cercare lavoro non attivamente o non lo cercano ma sono disponibili a lavorare.

Se consideriamo una definizione più estesa della disoccupazione che include anche questa zona grigia della ricerca di occupazione, il tasso di disoccupazione salirebbe al Sud nel 2017 dal 19,4% ufficiale al 29,7% e quello medio italiano dall’11,2% al 16,8% (superiore alla media Ue che è pari al 7,6%).

Ragguardevole è il ritardo della Calabria anche quando si considerano tutte le regioni dell’UE: in Calabria il tasso di disoccupazione è pari al triplo della media europea.

La Calabria, infine, è tra le 10 regioni europee con il tasso di NEET (giovani tra i 18-24 anni che non sono in percorsi di studio, tirocinio o lavoro) più elevate con un tasso pari al 27,8%, insieme a Sicilia (30,9%), Campania (30,6%) e Puglia (27,7%).

Migrazione e colonialismo interno

Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 183 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero. Quasi 800 mila di essi non sono tornati più nel Mezzogiorno.

Dal Sud sono partiti verso il Nord circa 370.000 laureati, con un costo in termini di diritto allo studio per le regioni meridionali di circa 50 miliardi di euro: una forza lavoro altamente qualificata che si muove verso Nord praticamente a costo zero per il Settentrione d’Italia.

Di fondo non si è mai esaurita quella vena che ha alimentato il processo di emigrazione dal Sud verso il Nord (e verso l’estero), al contrario, esso si è rinnovato nei decenni riflettendo i profondi cambiamenti intervenuti nella società meridionale.

Prima a migrare erano le masse del sottoproletariato agricolo prevalentemente maschili e con ampia rappresentanza di tutte le età del periodo d’oro dello sviluppo, oggi il processo migratorio interessa gruppi sociali di più ridotte dimensioni ma culturalmente formati, equilibrati nel genere, concentrati nelle classi di età più giovani e nella fase riproduttiva.

Ma se i flussi di forza lavoro muovono da Sud a Nord, è bene ricordare che il 70% dei beni prodotti dalle industrie del Nord prendono la via del Sud invertendo il flusso (7 prodotti su 10 che acquistano i meridionali provengono da aziende con sede legale al Nord).

Questo dimostra ancora una volta come l’Italia abbia fondato il suo sistema economico interno su una vera e propria forma di colonialismo permanente che affonda le sue radici nell’unità d’Italia.

Ma la migrazione per lavoro produce anche alcuni effetti “secondari”.

I deflussi di capitale umano dal Sud verso il Nord (ma anche verso l’estero) hanno provocato un grave depauperamento della struttura demografica e del tessuto sociale.

Il Nord e il Sud del Paese sono investiti da una profonda rivoluzione demografica che, oltre il complessivo declino, sta ridisegnando la struttura della popolazione, con una evidente perdita di peso e di ruolo del Mezzogiorno e delle giovani generazioni.

Le perdite di popolazioni più rilevanti si registrano proprio nelle regioni meridionali: -145mila abitanti solo nel biennio 2016-2017 al Sud. È come se sparisse da un anno all’altro una città meridionale di medie dimensioni.

Le previsioni dell’ISTAT delineano un percorso di forte riduzione della popolazione nei prossimi cinquanta anni, con una caduta più intensa nel Sud (-5 milioni) che nel resto del Paese (-1,5 milioni). Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni.

Il Mezzogiorno perderà una parte consistente della sua componente più giovane (fino a 14 anni, -1 milione 146 mila unità) e in età da lavoro (da 15 a 64 anni, -5 milioni e 278 mila unità) per effetto di un progressivo calo delle nascite e di una continua perdita migratoria.

Lavoro vs salute nella struttura economica coloniale

Le comunità calabresi (e più in generale quelle del Sud) hanno pagato e continuano a pagare un prezzo elevato in termini di malattie, inquinamento e devastazioni ambientali e tutto ciò senza che la Calabria abbia mai avuto uno sviluppo industriale che possa giustificare l’attuale scempio ambientale e socio-sanitario.

Cosa ha permesso tutto ciò?

I rapporti di produzione presentano nel Mezzogiorno le caratteristiche proprie delle aree coloniali anche se la sostanza di tale carattere tende ad essere occultata dall’esistenza di una media e piccola borghesia impiegatizia e professionistica che rimane a galla nell’indotto coloniale.

La piena occupazione (e il relativo ricatto occupazionale) è sicuramente uno di questi caratteri fondanti.

Dal secondo dopoguerra in poi tutti gli interventi industriali cosiddetti straordinari (es. Lamezia Terme, Crotone, Gioia Tauro) avevano come orizzonte (voluto e condiviso anche dalle forze progressiste e sindacali di allora) lo sviluppo industriale e la piena occupazione, sulla falsariga del modello fordista e lavorista del triangolo industriale italiano.

Su queste (false) promesse di sviluppo e benessere diffuso sono state costruite grandi fortune elettorali con effetti devastanti per le comunità meridionali: povertà, miseria, marginalità sociale, devastazioni ambientali con le relative e pesantissime ripercussioni sulla salute della popolazione, sono state il frutto avvelenato della logica predatoria e coloniale dei gruppi industriali del Nord.

Tutto ciò ha permanentemente e drammaticamente posto al centro dell’esistenza di ogni singolo individuo la scelta esistenziale tra l’avere uno straccio di reddito da lavoro e tutelare la propria salute e il proprio ambiente. In questo le drammatiche vicende della Marlane di Praia a Mare o dell’Ilva di Taranto, stanno lì a dimostrarci come la tutela della salute e la difesa del territorio siano incompatibili con l’avidità di profitto espressa dal capitale.

Ripensare il lavoro

Di fronte a questo panorama, la classica dimensione rivendicativa è del tutto insufficiente per individuare soluzioni che possano segnare un cambio di paradigma. Gli stessi movimenti si trovano davanti alla sfida di immaginare qualcosa di radicalmente diverso, partendo da proposte già compiute come la riduzione progressiva dell’orario di lavoro, passando per vere e proprie rimodulazioni dello schema che regola il rapporto tra produzione e salario attraverso formule che sgancino incondizionatamente il reddito dal lavoro.

Naturalmente non si tratta di individuare formule magiche per trasformare la società in cui viviamo, ma di individuare un obiettivo che possa segnare il percorso verso una società del lavoro a misura d’uomo, in cui la funzione sociale sia centrale rispetto alla logica del profitto, dove il valore d’uso viene anteposto a quello di scambio, dove si mette in discussione l’essenza stessa del lavoro.

Se oggi la società ha sposato acriticamente l’idea che il lavoro sia regolato esclusivamente dalla logica delle leggi di mercato, diventa centrale pensare ad un mondo del lavoro alternativo capace di costruire una società ispirata all’uguaglianza e alla giustizia sociale.

La riappropriazione sociale dei mezzi di produzione, dei beni comuni e dei servizi diviene la base per la costruzione di una nuova soggettività che sappia mettere in campo un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, partendo dalla condivisione collettiva su “cosa, come, dove e per chi produrre”affinché nessuna debba più morire di lavoro. Una soggettività che si riappropri della ricchezza sociale prodotta per garantire redistribuzione e investimenti socialmente utili e che faccia della partecipazione sociale diretta l’humus per una nuova società.

Alla nostra discussione collettiva del 1° maggio, quindi, il compito di mettere a fuoco tutti gli spunti necessari affinché si possa definire il lavoro che vogliamo.