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Le città nell’epoca neo-liberista

di Carlotta Caciagli

13 Gennaio 2019

tratto da https://jacobinitalia.it/le-citta-nellepoca-neo-liberista/

Gli spazi urbani prendono la forma della storia. Oggi il mercato ne è padrone attraverso turismo e consumo, mentre la politica si fa piccola piccola se non quando si trasforma in ordine pubblico. Ma le alternative esistono

«Lillian, ho affittato il mio appartamento su Airbnb».

«Come hai potuto! Che avevi in testa? Quelli di internet li vuoi portare nel nostro quartiere ora?».

«Avevo pensato di ottenere 80 dollari per comprare un meraviglioso set di mantelle che ho visto in un negozio di merceria…».

«Ma non capisci? Sono degli hipster e portano la gentrificazione!»

Titus e Lillian, due protagonisti della serie “Unbreakable Kimmy Schmidt”, parlano davanti a un edificio fatiscente – dove entrambi vivono – in una periferia newyorkese. Lillian ha avvistato qualche giorno prima due giovani turisti che si aggiravano per le vie del quartiere con reflex al collo, capelli spettinati e aria sognante (forse anche un caffè di Starbucks fra le mani). Di fronte ai vestiti trasandati degli abitanti, ai negozi old style, alle finestre rotte degli scantinati devono essersi detti: «siamo nel posto giusto, questa è l’esperienza urbana che cercavamo». Una scena che si svolge oltre oceano ma che potrebbe essere ambientata in una qualsiasi città d’Italia e d’Europa. Una scena che riassume in poche battute gli assi portanti delle città neo-liberiste: turismo pervasivo e consumo.

Ma le città non sono sempre state così come questa scena le descrive. Lo spazio esprime e contribuisce a riprodurre le relazioni sociali in forza. In poche parole, la città prende la forma della storia: della storia dei modelli economici e dei processi produttivi. Ma la città riguarda anche qualcos’altro: riguarda il processo per il quale si diventa zoon politikon, animali politici. La città intesa come polis è dimensione di partecipazione politica e sociale. Una dimensione che però sembra essere sotto assedio, fagocitata da dinamiche opposte.

Da Henri Lefebvre in poi molti studiosi hanno analizzato la relazione fra il sistema capitalista e l’organizzazione dello spazio urbano. Uno di questi è David Harvey, geografo marxista che ha fornito una delle interpretazioni più sistemiche del rapporto fra evoluzione della città e sviluppo del capitalismo. Secondo la sua analisi il capitalismo ha un rapporto peculiare con lo spazio perché permette un meccanismo cruciale alla riproduzione dello stesso: il processo di accumulazione tramite «spossessamento». Detto in modo un po’ tranchant, il capitale è predatorio: recupera gli spazi, fisici e simbolici, e li costruisce secondo le proprie esigenze. Non è perciò per mero gusto estetico che con il radicarsi del modello neo-liberista si è indagato in lungo e in largo i quartieri, le strade, le piazze e le case delle città. Lo si è fatto piuttosto per analizzare i meccanismi riproduttivi del capitale.

Ma, esattamente come le famiglie di Tolstoj, ogni città occidentale è una città neo-liberista, ma ognuna è neo-liberista a modo proprio. Ecco perché fare un ragionamento globale sul locale appare quanto mai complicato. Alcuni tratti distintivi però possono essere tracciati. Due in particolar modo: la supremazia del turismo e del consumo rispetto alla pianificazione urbanistica; e una visione dello spazio urbano come spazio di ordine pubblico.

La valorizzazione targata turismo e consumo

Con il processo di deindustrializzazione, le città si sono trovate piene di luoghi abbandonati e spazi vuoti. In assenza di una pianificazione pubblica, questi spazi sono stati facilmente recuperati dal capitale che da luoghi di produzione li ha trasformati in luoghi di consumo, re-inserendoli così nel processo dal quale erano stati scartati. Questa trasformazione va di pari passo con un processo che, sebben nasca già nella Parigi di metà Ottocento del prefetto Haussmann, caratterizza le città neo-liberiste: la gentrificazione.

Senza scendere troppo nell’archeologia del termine, per gentrificazione si intende un processo tale per cui l’area in cui avviene diventa più costosa e più esclusiva. Imprenditori edili e proprietari finanziari vedono in un’area urbana una zona di potenziale profitto e iniziano una serie di investimenti che cambiano le caratteristiche originarie di quell’area. Le ex zone industriali sono ottimali per questo processo perché mettono a disposizione grandi aree su cui è possibile costruire. Ecco che zone considerate fino a poco prima degradate diventano attrattive per una certa popolazione, tendenzialmente giovane: artisti, musicisti, giovani coppie e studenti. Vivere in una zona povera non è più una necessità dunque, ma uno stile di vita. Riempite dalla classe media, queste zone vengono gradualmente “riqualificate”, o almeno con questo termine vengono descritte le trasformazioni a cui sono soggette.

Ma cosa sottintende il termine “riqualificazione”? A beneficio di chi va questo presunto miglioramento? Be’, non certo alla popolazione che originariamente abitava queste aree, che viene gradualmente spinta fuori dal quartiere e dalla città. Questo accade non solo perché il costo delle case sia in vendita che in affitto aumenta, ma anche perché un numero significativo di abitazioni non sarà più a scopo residenziale, ma piuttosto a brevi soggiorni . Sarà dunque destinato al turismo: fenomeno prima sconosciuto nell’area non ancora riqualificata. Sarà difficile infatti che i proprietari – che sono sempre di più grandi multinazionali – non vogliano sfruttare l’aumento degli affitti che si è prodotto: perché guadagnare di meno se si può guadagnare di più?

E poi: in cosa consiste questa riqualificazione? Si potrebbe pensare che consista nell’aumento di servizi e in una manutenzione più puntuale del territorio, ma non è così. Consiste principalmente nel moltiplicare occasioni e spazi di consumo. Piazze e strade (magari pedonalizzate e marchiate dal brand del green) vengono colonizzate dai dehors dei bar da 15 euro a bevuta. Un esempio perfetto di questo ci viene dalla descrizione che il sociologo Giovanni Semi fa della gentrificazone del Rione Monti, nel cuore della capitale italiana. Un rione un tempo povero e degradato che in pochi anni è diventato appannaggio esclusivo di pizzerie gourmet, enoteche e lounge bar in cui consumare vini biodinamici e cibi a chilometro zero. Insomma, quello che la “riqualificazione” sottrae al degrado viene consegnato al consumo e, di conseguenza, a chi può consumare (che sono in larga parte i turisti). Lo spazio urbano diventa fruibile solo a determinate condizioni dunque. Sempre da Semi, le città sono descritte come delle piccole Disneyland: dei parchi giochi pieni di divertimenti e uguali in tutti gli angoli del globo. Il brand dell’urban style colonizza ogni tipo di esperienza urbana tanto che se visitiamo una città e non ci troviamo lo stesso tipo di locali, qualcosa manca. Vogliamo quello che ci aspettiamo di trovare, l’esperienza urbana che abbiamo già trovato altrove: siamo educati ai gelati di Grom e alle prelibatezze di Eataly. Non si tratta solo di consumare, ma di farlo in modo conforme in tutte le città.

Il consumo è talmente pervasivo che recupera anche gli spazi che nascono deliberatamente contro la sua logica. Ciò che prima della riqualificazione sarebbe stato considerato degradato potrebbe diventare la location perfetta per un video di musica indie. Per esempio, un edificio occupato dipinto di murales potrebbe essere il protagonista della scena urbana. Apprezzato per le sue caratteristiche estetiche ma detonato del proprio potenziale politico e conflittuale.

Ma se sempre meno persone (a reddito medio basso, ça va sans dire) risiederanno nel contesto urbano consolidato, non certo meno persone lo attraverseranno. Meno abitanti, ma sempre più city users, persone che non vivono in città ma che in città ci vanno, per lavorare o per la movida. Persone cioè che contribuiscono a produrre lo spazio urbano ma che non ne possono beneficiare. L’economia “gig” e di piattaforma ha reso ancora più evidente che l’esperienza urbana deve essere codificata dalla costante messa a valore. Chi ha redditi precari o discontinui può far fruttare il proprio tempo libero: facendo consegne a domicilio per le piattaforme di food delivery in pausa pranzo, oppure dando un passaggio in auto a qualcuno. La nostra presenza in città deve stare sempre dentro la cerchia del valore: o nella posizione di chi consuma, o in quella di chi produce. Ma questa non è certo una contraddizione. Come ci ricorda Ilaria Agostini, questa popolazione è l’ideale per la città neo-liberista, ha poche rivendicazioni e non chiede conto alla politica delle scelte di gestione: viene, produce, consuma e se ne va.

Meno politica c’è e meglio è

Ma se nelle città neo-liberiste il mercato fa da padrone nell’organizzazione dello spazio, sarebbe sbagliato non dare a Cesare quel che è di Cesare: anche la politica gioca la sua parte. E la sua parte è quella di farsi piccola, di non imporre direzioni o visioni ma di creare le condizioni migliori affinché il mercato si sviluppi in modo indisturbato. Per esempio, se ci sono tanti edifici abbandonati in città e tante famiglie che non si possono permettere una casa, non sarà compito della politica intercedere per affrontare quest’emergenza sociale, perché significherebbe togliere al capitale l’occasione per riprodursi. Le città hanno smesso, da tempo immemore, di essere luoghi di gestione di risorse e di distribuzione di servizi e sono diventate città imprenditoriali, con le stesse caratteristiche che si richiedono alle persone: di essere promotrici di sé stesse, attrattive per chi potrebbe voler investire su di loro. La chiave del successo è dunque una competizione inter-urbana: bisogna attrarre gli investimenti dei privati prima che lo facciano gli altri. Questo approccio ci sembra scontato, l’unico possibile perché da decenni siamo immersi in narrazioni che ci dicono che di soldi non ce ne sono e che le città, quindi noi che ci viviamo, hanno bisogno degli investimenti privati.

Ma la centralità del privato nella costruzione della città è causa o conseguenza della marginalità del pubblico? Be’, è un po’ come rispondere all’enigma se sia nato prima l’uovo o la gallina. Di certo all’aumentare del potere dell’uno, diminuisce il margine di manovra dell’altro. Perché il ruolo centrale dell’investitore privato non potrebbe essere giocato in una città pianificata da un soggetto pubblico con un progetto di sviluppo. L’urbanistica dunque, intesa come disciplina che regola in base a una visione di civiltà e società ha smesso di adoperarsi in questo senso. Alla città neo-liberista si confà piuttosto l’urbanistica contrattata, che sia la risultanza di accordi fra proprietari, costruttori e amministrazioni locali. Meccanismo, questo, che Ilaria Agostini e Enzo Scandurra spiegano diffusamente nel libro dello scorso anno Miserie e Splendori dell’Urbanistica. Per decidere di investire in una città, i capitali finanziari hanno bisogno di essere liberi dai lacci e laccioli dei piani regolatori, legati a una concezione superata di città e di stato sociale. Le giunte di sinistra degli ultimi quarant’anni sono state le apripista di questa tendenza. Un esempio su tutti è il “Modello Roma” inaugurato dalla giunta guidata da Walter Veltroni e che ha dato seguito all’approccio del “pianificar facendo”. In poche parole, liberalizzazione e privatizzazione degli spazi sono le parole chiave dello sviluppo urbano neo-liberista, efficienza e immediatezza il loro modus operandi.

Il risultato è che quello che vediamo intorno a noi non è frutto di un progetto, ma delle occasioni di guadagno che si danno di volta in volta. Chi investirà in città non può, e non deve, essere interessato alla collettività. Il privato cerca degli utili e per ottenerli la sua parola d’ordine è: costruire. Ma di costruire ancora ce n’è bisogno? No, perché i centri si spopolano – spinti dai processi descritti sopra. E c’è un dato ancor più stridente: tantissimi sono sia gli appartamenti privati che gli edifici pubblici abbandonati. Nel 2013 l’istituto Cresme ha appurato che almeno il 10% dello stock immobiliare di Roma era inutilizzato: circa 200mila case vuote. Tantissimi anche gli edifici pubblici che da soli potrebbero rispondere quasi in toto alla domanda di casa delle tremila famiglie in attesa di un alloggio popolare, delle circa seimila che vivono in case condivise e delle circa diecimila che occupano con i movimenti di lotta. Ma questi dati, a quanto pare, contano poco: perché si continua a privatizzare gli spazi e costruire, producendo periferie interminabili e quartieri ghetto.

Ma opporsi a questa tendenza è difficile perché solitamente viene presentata come un’esigenza tecnica. Si, perché l’unico modo che i comuni hanno di battere cassa è riscuotere gli oneri di urbanizzazione da privati e costruttori. Salvo poi dover costruire servizi primari e indebitarsi sempre di più a lungo termine. Privatizzare e svendere non ci appare però come una scelta politica ma come l’unica scelta possibile, la nostra salvezza in tempi di austerity e spending review. Nascosta sotto il grimaldello della tecnica, la politica è deresponsabilizzata del peso della decisione, dovrà limitarsi a far quadrare i bilanci e al resto ci penserà il mercato che, come ben si sa, si regola da solo.

Ma se la politica urbana delega su questi temi strutturali e peculiari della vita collettiva, serve ancora a qualcosa? Be’, ad organizzare eventi per esempio. E per gli amministratori locali non è niente male, perché un evento porta visibilità, li rende riconoscibili per il proprio operato. Vigilare sull’ordinario, sui territori, impegnarsi in progetti di lungo periodo non paga e non è riconducibile a questo o a quell’altro politico. Organizzare delle spettacolari fiere di cibo bio, le città del natale, o meglio ancora delle navette che dal centro storico ti portano direttamente al centro commerciale più vicino invece è qualcosa che si vede, che i cittadini già educati a essere consumatori possono apprezzare. Una smania da “taglio del nastro” permette di, per dirla alla gattopardo, cambiare tutto in superficie, a patto che i rapporti di potere fra mercato e politica rimangano sempre invariati. D’altronde, saranno pure poca cosa, ma gli eventi portano soldi alla città e qualche briciola cadrà per tutti. Poi ci sarà da litigare per chi queste briciole se le prende, ma questa è tutta un’altra storia.

In questo meccanismo oltre il danno c’è la beffa. Più si riducono le competenze della politica, più le istituzioni cercheranno legittimità con strumenti come per esempio il bilancio partecipativo. Strumenti che dovrebbero tranquillizzarci del fatto che, in fin dei conti, la città è nostra e decidiamo noi. Salvo poi non dirci che le decisioni che ci spettano riguardano solo il colore di una panchina, o il modello delle luci natalizie, o l’altezza degli alberi nelle piazze del centro. Il processo politico sfugge al controllo e al coinvolgimento di chi vive la città. E per ironia della sorte, questo potrebbe anche apparire come una cosa bella: non c’è bisogno di prendersi il peso della decisione, ci pensa il mercato.

L’ordine pubblico contro il diritto alla città

E mano a mano che si assottiglia la concezione dello spazio urbano come un’arena politica e sociale, si afferma la concezione della città come spazio di ordine pubblico. La retorica della sicurezza e del decoro, così come la lotta al degrado diventano narrazioni indispensabili per il funzionamento della città del consumo e del turismo, della città neo-liberista insomma. Tutto ciò che potrebbe scalfire la città vetrina, attrattiva per i capitali e allettante per i consumatori, viene silenziato. In nome dell’ordine pubblico è possibile e doveroso fare di tutto, negare qualsiasi diritto, delegittimare qualsiasi rivendicazione. È trascorso meno di un anno da quando a Firenze, dopo l’uccisione del senegalese Idy Diene il sindaco della città, Dario Nardella, spese dure parole contro i suoi connazionali che, chiedendo giustizia e un’interlocuzione con l’amministrazione, avevano spaccato una fioriera nel centro storico. La priorità non fu quella di denunciare un omicidio a sfondo razzista, ma ribadire la centralità delle buone maniere e dell’impegno civico contro il degrado che una fioriera rotta si porta con sé. Si pecca forse nella manutenzione di strade, di case popolari ma di certo non si lascia che lo spazio urbano diventi la manifestazione di conflitti o di disagi sociali profondi.

L’ordine pubblico diventa una clava da usare contro tutti quei soggetti collettivi che rivendicano o mettono in pratica il diritto alla città al grido di cities for people and not for profit. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli strumenti legislativi e punitivi che vanno in questa direzione. Per esempio, sono state messe a punto varie sanzioni amministrative per coloro i quali protestando mettano in discussione la normale fruizione dello spazio urbano. Potranno essere facilmente sanzionabili, con multe che possono essere anche di diecimila euro, coloro che organizzano un sit-in per impedire l’inizio di un cantiere o chi fa picchetti anti-sfratto. E come non citare l’introduzione dei daspo urbani? Uno strumento che permette al sindaco di espellere, come la città fosse una casa privata, i soggetti considerati minacciosi per la sicurezza pubblica. Questi soggetti sono quasi sempre mendicanti che importunano le persone che vanno a fare acquisti nel centro, o militanti di organizzazioni politiche e sociali. Insomma, se la lotta alla povertà non è una prerogativa della politica urbana, lo è senza dubbio la lotta ai poveri e ai contestatori.

Nei centri storici si vieta di sdraiarsi sulle panchine, sui gradini dei monumenti, di “bivaccare”. Al contrario, se si bivacca seduti a bar esclusivi, quelli che colonizzano con i propri dehors le piazze, magari sorseggiando birra artigianale e mangiando un hamburger gourmet, allora va tutto bene. Se si spende molto si può andare in deroga al decoro.

Praticare alternative

Sebbene la città intesa come arena di partecipazione politica e di conflitto sociale, sia sotto attacco del turismo de-regolamentato, del consumo e della concezione di “ordine pubblico”, ciò non significa che la città abbia smesso di essere polis. Pur radicato, il neo-liberismo rimane un modello storico, quindi ribaltabile. E di esperienze che provano a ribaltarlo ce ne sono. Esperienze che si riuniscono e organizzano negli spazi urbani. Basta pensare alle lotte dei riders, i ciclofattorini delle piattaforme di food delivery, che da prodotti di un modello liberista sono diventati protagonisti di rivendicazioni che si sono create e organizzate proprio nelle strade e nelle piazze delle città. O basta pensare ai movimenti per il diritto all’abitare, che all’espulsione di un’intera classe sociale dalla città non si rassegnano e sottraggono edifici abbandonati dalla loro “messa a valore”, dandoli in uso a chi rivendica il proprio diritto a un tetto sopra la testa. Questo significa che la politica dal basso, almeno una parte, non ha rinunciato ancora a costruire la città. Dire che non per forza il profitto (di pochi) non deve avere limiti è un’affermazione tanto scontata quanto potente. No, queste città esclusive ed escludenti non sono le uniche possibili. Altri modelli ci sono, sono praticati e sì, possono essere decisamente migliori.

*Carlotta Caciagli è dottoressa di ricerca in sociologia e scienza politica presso la Scuola Normale Superiore. Si occupa di movimenti urbani e resistenze al neoliberismo.