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	<title>ECONOMIA MONDIALE Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
	<lastBuildDate>Sun, 31 Jan 2021 15:00:32 +0000</lastBuildDate>
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	<title>ECONOMIA MONDIALE Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>RECOVERY FUND: É TUTTO ORO (O TUTTO LORO) QUELLO CHE LUCCICA?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/07/23/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2020 13:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Bersani* Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare&#160; il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo. Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco Bersani*</p>



<p>Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare&nbsp; il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo.</p>



<p>Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, accarezzano da tempo l’immagine di un Paese che finalmente rialza la testa e porta a casa dei risultati per migliorare la loro condizione. E di suscitare accuse di lavorare per il nemico nei pochi, in cattiva fede, per i quali è vietato disturbare il manovratore. Ma, poiché i fatti non corrispondono al racconto che ne viene tramandato, a questi occorre attenersi e così farò.</p>



<p><strong>I numeri dell’accordo</strong></p>



<p>Il Recovery Fund sarà dotato di 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come trasferimenti (erroneamente definiti “a fondo perduto”) e 360 come prestiti. Rispetto alla proposta iniziale, che prevedeva 500 miliardi come trasferimenti e 250 miliardi di prestiti, l’accordo ha dunque modificato la ripartizione.</p>



<p>Di questa somma, l’Italia porterà a casa 81,4 miliardi di trasferimenti e 127,4 di prestiti. Sono indubbiamente cifre importanti, ma da dove arrivano?</p>



<p>Saranno raccolte sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond da parte della Commissione Europea, che metterà a garanzia il bilancio dell’Unione Europea.</p>



<p>Di conseguenza, il bilancio dell’Unione Europea verrà aumentato, e, poiché, il bilancio dell’Ue è formato dai finanziamenti quota parte di ogni singolo Stato, occorre tener conto della cifra che il nostro Paese dovrà versare, per permettere l’avvio del Recovery Fund.</p>



<p>E qui troviamo un primo dato sorprendente, perché la quota parte aggiuntiva che l’Italia dovrà mettere corrisponde a 96,3 miliardi<a href="https://www.attac-italia.org/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/#_ftn1">[1]</a></p>



<p>Riassumendo: <em>l’Italia verserà 96,3 miliardi per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 14,9 miliardi che l’Italia mette in più rispetto a quelli che riceve come “trasferimento”, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito.</em></p>



<p>A basso tasso di interesse, ma, come chiunque può constatare, Babbo Natale non esiste.</p>



<p><strong>Quando arrivano i soldi</strong></p>



<p>Il Recovery Fund sarà incardinato nel bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea. La Commissione potrà quindi effettuare la raccolta sui mercati finanziari a partire dal gennaio 2021. L’accordo prevede che il 70% dei fondi siano erogati nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. Tornando ai conti italiani, il nostro Paese dovrebbe quindi ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023.</p>



<p>La parte dei soldi presa a prestito (che, come abbiamo visto, è l’unica che realmente arriverà all’Italia, dato il saldo negativo del dare-avere sulla parte legata ai trasferimenti) dovrà essere gradualmente rimborsata a partire dal 2027 e fino al 31 dicembre 2058.</p>



<p>E’ previsto dall’accordo un pre-finanziamento pari al 10% -per l’Italia 20,9 miliardi- che dev’essere utilizzato per destinazioni in linea coi programmi generali dell’Unione Europea.</p>



<p>Stiamo di conseguenza parlando di risorse che non saranno disponibili prima della tarda primavera 2021, tempi non certo adatti ad interventi di emergenza.</p>



<p><strong>Le condizionalità dell’accordo</strong></p>



<p>Il pasto non è gratis, tocca ripeterlo. E per ottenere i soldi del Recovery Fund (tutti a prestito, a questo punto credo sia chiaro) il percorso è irto di ostacoli, le famose condizionalità.</p>



<p>Per poter accedere ai fondi Ue l’Italia, così come gli altri Stati membri, deve predisporre un Recovery Plan, un piano triennale (2021-2023), che andrà presentato in autunno. E che, se anche verrà giudicato idoneo, sarà sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche di fondi 2023.</p>



<p>I piani andranno predisposti, tenendo conto che il punteggio più alto di valutazione <em>“deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese”</em> (punto A19 dell’Accordo).</p>



<p>Le raccomandazioni cui si fa riferimento sono quelle del 2019, essendo saltate, causa pandemia, quelle del 2020 e, per quanto riguarda l’Italia, sono: <em>riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito cui vanno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del Pil.</em></p>



<p><em>Ovvero, il ritorno in grande spolvero della trappola del debito pubblico e delle politiche di austerità.</em></p>



<p>Se questa è una vittoria, meglio non pensare a quando arriverà una sconfitta.</p>



<p><strong>Chi giudica e decide</strong></p>



<p>Su indicazione della Commissione Europea, che avrà due mesi di tempo per valutare i piani presentati dagli Stati, sarà il Consiglio Europeo a decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione) se approvare il piano. Il via libera è un atto di esecuzione che il Consiglio adotta entro un mese dalla proposta. Ma bisogna soddisfare i target intermedi e finali. Perciò la Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario se questi target vengono conseguiti. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà interrompere l’erogazione dei finanziamenti, chiedendo di affrontare la specifica questione in una riunione apposita del Consiglio Europeo. E’ il famoso “freno a mano” ottenuto dal ‘paradiso fiscale frugale’ dei Paesi Bassi per dare il via libera.</p>



<p><em>Un percorso sorvegliato passo dopo passo, che per un Paese come il nostro, che già oggi ha un rapporto debito/pil intorno al 150%, rischia di riservare più di una brutta sorpresa.</em></p>



<p><strong>Prima considerazione</strong></p>



<p>Se è vero che in Europa si è finalmente aperto uno scontro sul profilo dell’Unione Europea, occorre constatare come tale conflitto sia rimasto totalmente all’interno di una visione liberista della dimensione europea.</p>



<p>Prova ne è il fatto che nessuno abbia posto la necessità di affrontare il nodo principale: il ruolo della Banca Centrale Europea e la sua cosiddetta indipendenza (dall’interesse generale, non da quello dei mercati).</p>



<p>Rivendicare un carattere pubblico della Banca Centrale Europea (analogo a quello di tutte le banche centrali del mondo), avrebbe permesso a tutti gli Stati di dotarsi delle risorse necessarie, senza ulteriori gravami sul debito pubblico e soprattutto senza le famigerate condizionalità.</p>



<p><strong>Seconda considerazione</strong></p>



<p>Se è vero che l’Unione Europa ha evitato il tracollo arrivando a sottoscrivere, dopo quattro giorni, un accordo, occorre constatare come tale risultato ne peggiori il profilo di comunità politico-sociale e le capacità d’intervento strategico sulle grandi sfide di questo tempo.</p>



<p><em>Sotto il profilo politico,</em> basti la concessione ai cosiddetti Paesi di Visegrad (Ungheria e Polonia in primis) di svincolare gli aiuti finanziari dal rispetto dello stato di diritto.</p>



<p><em>Dal punto di vista della strategia d’intervento,</em> basti pensare che, con la nuova ripartizione fra trasferimenti e prestiti (che abbassa notevolmente i primi e aumenta i secondi), vengono tagliati fondi cruciali ai programmi congiunti europei, a partire da quelli relativi alla transizione eco-sostenibile.</p>



<p><em>Dal punto di vista decisionale,</em> si riafferma, di fatto, un’Unione europea come mera giustapposizione di Stati, ciascuno interessato al proprio interesse nazionale e in diretta competizione con gli altri.</p>



<p>Contrariamente a quanto racconta la narrazione massmediatica, non siamo di fronte a nessun cambio di paradigma nelle nostre istituzioni europee.</p>



<p>Perché, dopo la pandemia niente sia davvero più come prima, diviene urgente, per il prossimo autunno, <em>&nbsp;predisporre un Recovery Plan delle mobilitazioni sociali.&nbsp;</em></p>



<p><em><strong>*Attac Italia </strong></em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="https://www.attac-italia.org/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/#_ftnref1">[1]</a> È scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al “<a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/assessment_of_economic_and_investment_needs.pdf">Commission Staff Working Document</a>“, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final).</p>
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		<item>
		<title>LA GRANDE TRAPPOLA DELLA RINEGOZIAZIONE DEI MUTUI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/25/la-grande-trappola-della-rinegoziazione-dei-mutui/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2020 12:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un recente intervento ponevamo l’accento sulla necessità − ineluttabile visti gli effetti della crisi pandemica – di un orientamento complessivo verso una «società della cura» come possibilità sostanziale di rottura del paradigma della messa a valore imposto dal dogma produttivista. Affinché questo sia possibile devono innanzitutto saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In un <a href="http://www.malanova.info/2020/06/01/riprendiamoci-la-cassa-un-confronto-con-marco-bersani/">recente intervento</a> ponevamo l’accento sulla necessità − ineluttabile visti gli effetti della crisi pandemica – di un orientamento complessivo verso una «società della cura» come possibilità sostanziale di rottura del paradigma della messa a valore imposto dal dogma produttivista. Affinché questo sia possibile devono innanzitutto saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che non permettono agli enti locali di garantire pari opportunità e pari diritti a tutti.</p>



<p>Ma la recente soluzione, proposta dal Governo e attuata da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di rinegoziazione dei mutui ha soltanto traslato il peso del problema debitorio sulle future generazioni. Un&#8217;operazione semplice quanto pericolosa: Il debito non è scomparso, ma è stato semplicemente spalmato su più anni con un meccanismo che non farà altro che accrescere il valore complessivo degli interessi sul mutuo. È vero: la rinegoziazione ha prodotto della liquidità immediata che le amministrazioni locali potranno utilizzare, ma è il classico cane che si morde la coda perché il fardello finanziario legato alla rimodulazione degli interessi colpirà inesorabilmente la futura capacità di spesa delle amministrazioni facendo gravare il tutto, ancora una volta, sulle spalle delle comunità.</p>



<p>Nonostante sia evidente la trappola del debito, questa operazione è stata salutata positivamente da migliaia di amministratori locali, tant’è che proprio ieri Fabrizio Palermo, amministratore delegato di CDP, ha dichiarato che «circa un ente su due ha rinegoziato le proprie posizioni: un dato che testimonia il successo dell’iniziaitiva». Regioni ed enti locali hanno rinegoziato il 60% dei loro mutui rivedendo 80mila contratti con Cassa Depositi e Prestiti (su un totale di 135mila) per un debito residuo che si attesta sui 20 miliardi di euro.</p>



<p>Questa operazione, che ha interessato 3100 amministrazioni locali, per l’anno corrente ha liberato risorse per 800 milioni di euro. Il dato regionale è decisamente sopra la media nazionale con moltissimi enti che hanno aderito all’iniziaitiva di CDP: 292 enti locali calabresi hanno rinegoziato oltre 8300 mutui per un debito residuo complessivo di 1,5 miliardi liberando risorse per oltre 55 milioni di euro per interessi non pagati nell’immediato ma che, come si accennava sopra, verranno restituiti a caro prezzo perché semplicemente posticipati con il meccanismo finanziario della distribuzione degli interessi sugli anni residui di vita del mutuo contratto.</p>



<p>Spingere il problema più in là negli anni non è certamente la soluzione migliore perché vuol dire trasferire i problemi economico-finanziari alle future generazioni. Avrebbe avuto molto più senso una richiesta allo Stato di poter accendere, per tutto il prossimo biennio, mutui a tasso zero, sulla falsariga di quelli concessi alle imprese private.</p>



<p>In soli due giorni, e per giunta con la garanzia dello Stato, il Governo ha dato il via libera all’erogazione di un prestito del valore di 6,3 miliardi a FCA (che ha sede fiscale all’estero), ma non si capisce perché – con altrettanta solerzia − non si riescano a reperire analoghe risorse per i Comuni, al fine di farli uscire dall’emergenza con una possibilità concreta di spesa ordinaria e straordinaria.</p>



<p>Sono proposte che ogni Sindaco dovrebbe considerare come prioritarie per la propria azione di governo senza ipotecare il futuro di una intera comunità territoriale ai meccanismi perversi del debito.</p>



<p><strong><em>Redazione di Malanova</em></strong></p>
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		<item>
		<title>QUESTA VOLTA L’AUTUNNO SARÀ VERAMENTE CALDO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/23/questa-volta-lautunno-sara-veramente-caldo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 13:02:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli stati generali di Villa Pamphili si chiudono con moltissimi dubbi e poche certezze sulla tenuta dell’economia italiana e soprattutto sull’efficacia degli strumenti economici e sociali programmati dal governo per reggere l’impatto della crisi economica post pandemica. Se la ricetta di abbassare l’aliquota iva per agevolare la ripresa, puntando sostanzialmente su un incremento dei consumi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli stati generali di Villa Pamphili si chiudono con moltissimi dubbi e poche certezze sulla tenuta dell’economia italiana e soprattutto sull’efficacia degli strumenti economici e sociali programmati dal governo per reggere l’impatto della crisi economica post pandemica.</p>



<p>Se la ricetta di abbassare l’aliquota iva per agevolare la ripresa, puntando sostanzialmente su un incremento dei consumi, potrebbe dare una parziale boccata d’ossigeno, resta però del tutto fumoso il contenuto della bozza del cosiddetto <em>Piano rilancio</em>. Al di là delle tante proposte uscite dal consesso di Villa Pamphili e in attesa di sapere quello che realmente diventerà operativo in termini di risposte alla crisi economica e sociale, ci concentriamo su un dato che appare parzialmente consolidato, quello della cassa integrazione guadagni (cig).</p>



<p>Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico aveva promesso che tutti i pagamenti relativi alla cig sarebbero stati chiusi entro il 15 giugno, tant’è che il 17 giugno il ministro del lavoro Cantalfo ha comunicato cifre “rassicuranti” dichiarando che il 96% dei versamenti sono stati effettuati e che restano da pagare “soltanto” 124mila persone.</p>



<p>Qui inizia la battaglia dei numeri tra il Ministro del Lavoro, l’Inps e i sindacati e si scopre così che in realtà i dati non sono proprio rassicuranti.</p>



<p>Un documento dell’Inps − che a quanto pare doveva restare interno ma che è stato reso pubblico dall’opposizione – evidenzia come tra cassa ordinaria, cassa in deroga e fondo d’integrazione salariale, i lavoratori rimasti ancora da pagare sono circa un milione e 200mila, dieci volte quanto dichiarato dal governo.</p>



<p>Come al solito il trucco sta nell’interpretazione dei dati: il governo fa riferimento alle sole domande pervenute nel mese di maggio mentre il documento dell’Inps fa la differenza tra i lavoratori la cui azienda aveva prenotato la cassa e quelli che l’hanno effettivamente percepita. L’Inps ha vagliato sostanzialmente i modelli con codice SR41 presentati finora dalle aziende; tuttavia, ci sono ancora moltissime imprese che, pur avendo prenotato la cig, non hanno ancora provveduto a inviare la richiesta. Il rischio che si sta palesando è quello di non avere fondi a sufficienza per far fronte alla totalità delle domande. A quanto pare in Campania e Lazio, tanto per fare un esempio, i soldi sono già finiti.</p>



<p>Una parte dei dati sono stati volutamente oscurati. Sindacati e fronte padronale sollevano dubbi sulla capacità di tenuta del fondo del FIS che eroga l’assegno ordinario; un fondo che prima dell’emergenza Covid ammontava a circa 1,6 miliardi di euro.</p>



<p>Inutile sottolineare il fatto che la maggior parte dei lavoratori in attesa di percepire l’integrazione si trova al Sud. Agli ultimi posti della classifica troviamo tre regioni meridionali: la Puglia, con il 21% delle domande ancore inevase, il Molise con il 20% e in fondo alla classifica la Campania con il 19%.</p>



<p>Il dato sicuramente più allarmante resta l’80% delle aziende che hanno «già esaurito le 14 settimane di cassa integrazione e necessitano di anticipare le ultime 4 settimane», come ha dichiarato a «Il Messaggero» Pasquale Staropoli, responsabile della <em>Scuola di alta formazione della Fondazione studi dei consulenti del lavoro</em>.</p>



<p>Al di là dei soliti meccanismi distorsivi nella comunicazione dei dati economici, appare chiaro come il numero dei lavoratori che avranno bisogno a breve di integrazioni salariali o che sono in attesa degli aiuti previsti dai decreti emergenziali è di gran lunga più elevato rispetto a quello diffuso dall’Inps.</p>



<p>Seppur in prima battuta resta da privilegiare l’utilizzo della cassa che, a differenza del bonus agli autonomi, è l’ammortizzatore sociale che meglio di tutti tutela pensioni e assegni familiari, va però ricordato che questo strumento sociale è finanziato, normalmente, con i contributi che i lavoratori forniscono tramite la trattenuta in busta paga.</p>



<p>Ma il vero problema resta un altro: la cassa integrazione messa in piedi in questo periodo emergenziale è legata al blocco dei licenziamenti (fino al 17 agosto) imposto dal governo per impedire una vera e propria Waterloo. Il messaggio che Conte e le forze politiche di governo (e di opposizione) hanno mandato agli industriali è stato fin troppo chiaro: voi non licenziate e nel frattempo i lavoratori li paghiamo noi. In più ad alcuni di voi (Fca e Benetton, ad esempio) saranno garantiti cospicui finanziamenti pubblici, magari a fondo perduto.</p>



<p>Ma i tempi ipotizzati per la fine del lockdown sono andati ben oltre ogni ottimistica previsione: gli effetti sull’economia nazionale sono sotto gli occhi di tutti. Si potrebbe, nell’immediato, attingere ai 20 miliardi del SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in Emergency), lo strumento adottato dal Consiglio europeo e destinato a sostenere l’incremento della spesa pubblica dei governi dei Paesi membri «al fine di aiutarli a proteggere i posti di lavoro e tutelare i dipendenti e i lavoratori autonomi dal rischio di disoccupazione e perdita di reddito a seguito della pandemia di Covid-19», ma resta il fatto che per la cassa integrazione servono 6 miliardi al mese e quindi risulta un rimedio momentaneo, ma non utile a tamponare una crisi economica che si prospetta peggiore di quella del 2007.</p>



<p>Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro alla Università Bocconi, in una recente intervista sul «Corriere della Sera» ha paventato il pericolo di <em>firing day</em>, una sorta di <em>giorno del licenziamento simultaneo</em> in cui le aziende potrebbero decidere di abbattere i costi della produzione tagliando sul numero dei lavoratori dipendenti. Se così fosse, sarebbe una ecatombe.</p>



<p>Neanche i recenti dati Istat sulla povertà vengono in aiuto di Governo e Inps. Gli indici 2019 presentati dall’Istituto nazionale di statistica ci dicono che in Italia la povertà non è stata abolita come dichiarò Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi. Tutt’altro! Il 6,4% della popolazione (quasi 4,6 milioni di individui) versa in condizioni di povertà assoluta con il 45,1% di questi residenti nel Mezzogiorno (oltre due milioni di persone). Il Reddito di Cittadinanza ha influito positivamente su questo dato, abbassando di un mezzo punto percentuale il valore della povertà assoluta rispetto al valore del 2018 (7%), ma è comunque uno strumento spuntato in relazione a quelle che risultano essere le reali necessità reddituali della popolazione. Inoltre, i valori della povertà assoluta per il 2020 saranno decisamente più drammatici se non si predisporranno adeguati strumenti di tutela salariale e sociale atti a contrastare efficacemente gli effetti post-pandemici.</p>



<p>Questi dati, a ogni modo, ci suggeriscono alcune considerazioni.</p>



<p>Da una parte, osserviamo gli enormi interessi delle imprese, della finanza e delle élite politiche liberiste che, abbiamo visto, sono già in campo per drenare ulteriore ricchezza collettiva dalla società, scommettendo sulla possibilità di un&#8217;accettazione disciplinata e supina di una nuova fase di impoverimento di massa. Dall’altra, i soggetti sociali − soprattutto quelli più colpiti dalla crisi − iniziano a mobilitarsi seppur timidamente e con alcuni elementi contraddittori.</p>



<p>Con molta probabilità a settembre − finito l’effetto degli ammortizzatori sociali – operai, lavoratori autonomi e precari si affacceranno sulla scena del conflitto affiancandosi a chi già in questi giorni sta iniziando a mobilitarsi. L’effetto combinato potrà avere un portato quantitativo e soprattutto qualitativo di una certa rilevanza.</p>



<p>Per certi versi ci troviamo difronte a una situazione inedita in cui è evidente l&#8217;insostenibilità del modello capitalistico e al contempo è urgente la costruzione di un altro modello di società basato sul diritto alla vita, alla salute, al reddito, sulla giustizia climatica e sociale, sull&#8217;uscita dal patriarcato, sulla democrazia reale.</p>



<p>Sarà dunque un autunno in cui la crisi economica e sociale deflagrerà: sarà fondamentale costruire momenti di convergenza che oggi, molto più che in passato, appaiono necessari per incidere efficacemente dentro il conflitto sociale e politico. Ma per fare questo occorre fin da subito fare un salto di qualità che ci permetta di superare il divario oggi esistente tra le pratiche prodotte quotidianamente e la loro reale efficacia in termini di partecipazione, mobilitazione sociale e conflitto. Solo così potremo collettivamente affrontare la crisi e provare a determinare ciò che accadrà.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>CAMMINIAMO INDIFESI VERSO LA GRANDE CRISI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/22/camminiamo-indifesi-verso-la-grande-crisi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 13:48:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Corrado ODDI* Si sono dunque conclusi gli Stati generali dell’Economia promossi dal governo e, in primis, dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.Mi pare sbagliato etichettarli come una semplice passerella dei vari soggetti, né peraltro si può dire che, al di là dei titoli del piano di rilancio annunciato per settembre, essi siano approdati a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Corrado ODDI*</p>



<p><strong>Si sono dunque conclusi gli Stati generali dell’Economia</strong> promossi dal governo e,<em> in primis</em>, dal Presidente del Consiglio <strong>Giuseppe Conte</strong>.<br>Mi pare sbagliato etichettarli come una semplice passerella dei vari soggetti, né peraltro si può dire che, al di là dei titoli del piano di rilancio annunciato per settembre, essi siano approdati a decisioni chiare e definitive. In realtà, quest’appuntamento è semplicemente servito ad <strong>evidenziare meglio le posizioni in campo</strong> sul come affrontare la profonda crisi economica e sociale che si è aperta con il Coronavirus. Andando per schemi, quello che si può dire è che, intanto, è emersa con una certa forza la ricetta del <strong>tandem Colao-Confindustria</strong>.<br>Li metto insieme non perché le proposte siano coincidenti, ma perché accomunati da <strong>una medesima filosofia</strong>. La si può così sintetizzare: per uscire&nbsp; dalla crisi, bisogna semplicemente <strong>affidarsi alla centralità dell’impresa e del mercato</strong> e l’intervento pubblico deve limitarsi a svolgere un ruolo ancillare a questo fine. Tutto discende da lì: è l’impresa che crea ricchezza e occupazione ed essa va <strong>sciolta dai ‘lacci e lacciuoli’ </strong>che le impediscono di esprimere fino in fondo questa sua vocazione. Da qui il <strong>sostegno indiscriminato alle imprese</strong>, la s<strong>emplificazione amministrativa</strong> – leggi: <strong>meno vincoli e controlli</strong>, a partire dalla revisione del <em>Codice degli appalti</em> –&nbsp;<strong> rilancio delle Grandi Opere</strong>, eliminando il ‘potere di veto’ degli Enti locali e spingendo ulteriormente le <strong>privatizzazioni nei servizi pubblici</strong>, a partire da quello idrico, turismo, arte e cultura letti unicamente in chiave economica, come <em>brand</em> per il Paese: E <strong>niente su scuola e sanità</strong>, con la scusa che non era questo il campo su cui la commissione Colao doveva esercitarsi.<br>Per certi versi, quanto espresso da<em> Confindustria</em> traduce quest’impostazione in una logica ancora più grezza, della serie <strong>“prendi i sodi e scappa”</strong>, addirittura presentando in termini rivendicativi il rimborso alle imprese per 3,4 miliardi relativo alle accise sull’energia elettrica, con un’idea per cui bisogna <strong>alzare ancor più la posta</strong>, per intavolare una trattativa con il governo da <strong>posizioni di forza</strong>.</p>



<p>Il punto è però che, sia pure ammantata da <strong>affermazioni roboanti</strong> sulla modernizzazione del Paese, questa è <strong>una ricetta vecchia e che non funziona</strong>. In fin dei conti, è la medesima ricetta che ci è stata proposta dalla crisi del 2008 e nei gli anni seguenti, forse un po’ meno pesante viste le condizioni sociali oggi ancora più aggravate da allora, ma sempre ispirata dagli stessi assiomi di fondo. Facendo finta di non vedere l’evidente: e cioè che l’idea di una<strong> crescita trainata dalle esportazion</strong>i, cui ci si è affidati negli anni passati, non regge più. Non a caso si stima che nel 2020 il commercio internazionale potrebbe crollare di circa il 10% e che la ripresa non avverrà in tempi brevi e uniformi nei vari Paesi:<strong> A&nbsp;partire dall’autunno,</strong> una volta fuoriusciti dai provvedimenti emergenziali di questi mesi, si prospetta una <strong>drammatica crisi sociale e un forte impoverimento</strong>.<br>Dunque una ricetta vecchia e inefficace. Ce lo dicono con chiarezza i dati di questi anni e quello che sta producendo la crisi da Coronavirus, come ci ricorda la <em>Corte dei Conti</em> nel suo ultimo <em>Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica:&nbsp;</em>“l’attuale recessione colpisce l’Italia in uno stadio nel quale<strong> il prodotto interno lordo ha recuperato solo la metà delle perdite registrate a seguito della doppia recessione del 2009 e 2012</strong> (pari a circa 9 punti di prodotto). Solo le componenti esterne della domanda aggregata hanno superato da qualche anno il livello del 2007. Sia durante le recessioni post crisi 2008, che nelle fasi di ripresa del biennio 2014-15, il <strong>differenziale di crescita</strong> rispetto al complesso dell’Area dell’euro e ai principali partner è rimasto ampio e si è anzi allargato”.<br>La <strong><em>Banca d’Italia</em> stima una riduzione del Pil nel 2020</strong> che può andare <strong>dal 9 al 13%</strong>, un <strong>debito pubblico superiore al 155%</strong> del Pil, una <strong>caduta occupazionale</strong> che può riguardare dalle 900.000 a 1milione e 200.000 unità lavorative. Insomma: <strong>il motore del mercato si è inceppato</strong>, non è più in grado di prospettare una ripresa dello sviluppo e dell’occupazione neanche in termini quantitativi, né qualche presunto intervento ‘modernizzatore’ – da un nuovo grande piano di infrastrutturazione alla digitalizzazione dell’economia – riuscirà a eludere questo dato di realtà. Eppure non si vuole riconoscerlo, con la conseguenza che questa <strong>riproposizione del Pensiero Unico</strong> rischia di essere ‘egemone’ ( ma sarebbe meglio dire <strong>espressione di comando</strong>).</p>



<p>Questo mi sembra anche il portato dell’<strong>atteggiamento&nbsp; del governo</strong>, che in modo balbettante fa capire che l’impostazione di Confindustria è troppo ‘estremistica’, che non si può assecondarla fino in fondo, che andrà mediata anche con altre esigenze e quindi <strong>occorrerà destinare risorse anche al welfare</strong>, in particolare alla sanità, e tutelare un po’ di più il lavoro rispetto alle pretese padronali di azzerarne diritti e passare direttamente ai licenziamenti. E che si vuole produrre un intervento sul fisco, magari abbassando un poco l’IVA con un occhio di riguardo verso i ceti medi. Ma in ogni caso il governo non sembra affrancarsi dalla ricetta neoliberista proposta (imposta) da Confindustria, rimanendone infine <strong>subalterno e imprigionato</strong>.</p>



<p>Non è da questa dialettica tra Confindustria e governo che possiamo aspettarci una risposta positiva per la condizione della gran parte delle persone, gravate oggi, e ancor più da prossimo e vicinissimo autunno, dal <strong>peso della crisi economica e sociale</strong>. Altri soggetti devono <strong>scendere in campo </strong>e far sentire  la loro voce: dal <strong>sindacato</strong>, finora troppo schiacciato in una <strong>logica difensiva</strong> e poco impegnato nella definizione di <strong>un’altra idea di modello produttivo e sociale</strong>, al variegato mondo dei <strong>movimenti sociali</strong> – i soggetti che in questi anni si sono battuti per l’affermazione dei Beni Comuni e dei diritti fondamentali, dall’acqua pubblica alla scuola, come il movimento delle donne e quelli che rivendicano la giustizia climatica e ambientale-  che si trovano davanti alla necessità di <strong>superare la frammentazione</strong> e costruire una nuova dimensione progettuale del proprio agire.</p>



<p><strong><em>*art. pubblicato su <a href="https://www.ferraraitalia.it/camminiamo-indifesi-verso-la-grande-crisi-sotto-il-vecchio-e-inefficace-ombrello-di-colao-e-confindustria-208151.html">ferraraitalia.it</a></em></strong></p>
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		<title>PIANO COLAO? DA CESTINARE, SENZA SE E SENZA MA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/15/piano-colao-da-cestinare-senza-se-e-senza-ma/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 16:06:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco BERSANI* Bisognerebbe sinceramente ringraziare il manager Vittorio Colao che, in mesi di duro lavoro nella clausura del suo loft nella city londinese, ha prodotto un piano per la rinascita dell’Italia chiaro, netto, senza fronzoli più del necessario e comprensibile a tutti. Un piano che ha un grande pregio: se, come tutti hanno affermato, [&#8230;]</p>
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<p>di Marco BERSANI*</p>



<p>Bisognerebbe sinceramente ringraziare il manager Vittorio Colao che, in mesi di duro lavoro nella clausura del suo loft nella city londinese, ha prodotto un piano per la rinascita dell’Italia chiaro, netto, senza fronzoli più del necessario e comprensibile a tutti.</p>



<p>Un piano che ha un grande pregio: se, come tutti hanno affermato, la drammatica esperienza della pandemia rappresenta un monito e uno stimolo a rimettere in discussione un modello economico e sociale che ha dimostrato di non garantire protezione ad alcuno,<strong> il piano Colao è la <em>summa </em>di tutto ciò che NON si dovrebbe fare.</strong></p>



<p>A tutti quelli che in questi mesi da una corsia di ospedale, da un reparto di produzione, da una consegna dettata da un algoritmo, da un portone di scuola sbarrato, dalla solitudine di una finestra hanno gridato<em> “Mai più come prima!”,</em> il pool di manager ha detto a chiare lettere non solo che tutto sarà <em>“come prima, più di prima!”</em>, ma che <strong>sulla destinazione delle risorse non faranno prigionieri.</strong></p>



<p>Nei suoi sei paragrafi e 121 progetti concreti, il piano Colao è attraversato da due chiavi di lettura inequivocabili.</p>



<p><strong>La prima è l’identificazione della società con l’impresa</strong>, per cui sono gli utili di quest’ultima a determinare il benessere della prima. Da questo punto di vista, l’elenco di provvedimenti finanziari, fiscali e normativi proposti per liberare le imprese dai cosiddetti <em>“lacci e lacciuoli”</em> è sterminato. Si va dalla “sburocratizzazione” della pubblica amministrazione, con la proposta di abolizione del codice degli appalti (un primo passo verso la legalizzazione delle mafie?) alla totale deregolamentazione dei contratti e delle condizioni di lavoro (imprenditori e lavoratori sono o non sono entrambi parte dell’Azienda Italia?) ; dagli aiuti finanziari a totale carico dello Stato (è chiaro chi pagherà l’ulteriore aumento del debito pubblico?) all’azzeramento di ogni contributo fiscale delle imprese alla collettività (si sa, gli imprenditori sono illuminati solo se sono gli altri a pagare la bolletta della luce). A dimostrazione che nessun dettaglio è stato trascurato, basti pensare che, fra le proposte, si chiede la defiscalizzazione delle indennità per turni aggiuntivi o per lavoro notturno e festivo.</p>



<p><strong>La seconda chiave di lettura è l’identificazione della rinascita con l’idea del “grande e competitivo è bello”.</strong> Il piano è un profluvio di lodi alle grandi opere digitali (5G) e materiali (Tav, Tap, chi più ne ha più ne metta, fino al Ponte sullo Stretto), per la realizzazioni delle quali va tuttavia superata la notoria resistenza delle comunità territoriali: ecco allora la proposta di <em>“leggi o protocolli nazionali di realizzazione non opponibili da enti locali”</em>.</p>



<p>Poteva, dentro questo contesto, mancare l’idea che i servizi pubblici locali (acqua, energia, trasporti, rifiuti) devono essere accorpati in grandi multiutility finanziarizzate e competitive? Certo che no, fino a citare&nbsp; espressamente la necessità di modernizzare (leggi: privatizzare) l’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa.</p>



<p>Dal gigantismo non si sottraggono neppure le piccole e medie imprese, perché la proposta del piano Colao è di destinare la gran parte delle risorse disponibili alle grandi aziende multinazionali, che potranno, grazie alla proposta di modifica della legge sui fallimenti, assorbire le piccole maggiormente remunerative, lasciando al naufragio tutte le altre.</p>



<p>Molto si potrebbe aggiungere, ma bastano due definizioni per condensare l’humus che fertilizza il piano: dentro il contesto di rinascita dell’economia, <strong>l’ambiente diventa un “volano per il rilancio”</strong>, mentre <strong>l’arte e la cultura costituiscono un “brand del Paese”</strong>.</p>



<p>Se la pandemia ci ha posto di fronte alla necessità di scelte radicali di fuoriuscita dal modello capitalistico per costruire collettivamente una società diversa, basata sulla cura di sé, degli altri e dell’ambiente, il piano Colao ci proietta dentro la riproposizione in salsa autoritaria della società fondata sull’ideologia del profitto.</p>



<p>Non sappiamo se e quanta parte di questo piano verrà assunta dal governo come linea guida delle scelte politiche di risposta all’emergenza sanitaria, economica e sociale.</p>



<p>Un’idea la vorremmo suggerire: cestinare il piano<em> senza se e senza ma,</em> rispedirne l’autore al suo soggiorno londinese.</p>



<p>Se così non sarà, dovranno essere le piazze d’autunno a porre con determinazione il problema.</p>



<p><strong><em>*Attac Italia</em></strong></p>
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		<title>CEMENTIFICAZIONE, VUOTI EDILIZI E COVID-19</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/01/cementificazione-vuoti-edilizi-e-covid-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 13:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[DISAGIO ABITATIVO]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[CASA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di J. R.* Sarebbe quasi scontato dire che ogni sconvolgimento ed ogni crisi portano a galla le più grosse contraddizioni del sistema che vanno a colpire: il problema è che quando si porta all’attenzione questa ovvietà si assiste ad uno sguainar di spade unito ad un levarsi di scudi, in difesa dell’azione politica che ha [&#8230;]</p>
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<p>di J. R.*</p>



<p>Sarebbe quasi scontato dire che ogni sconvolgimento ed ogni crisi portano a galla le più grosse contraddizioni del sistema che vanno a colpire: il problema è che quando si porta all’attenzione questa ovvietà si assiste ad uno sguainar di spade unito ad un levarsi di scudi, in difesa dell’azione politica che ha determinato le condizioni critiche o, nella peggiore delle ipotesi, si assiste al solito balbettio cianciante di chi non ha idea di cosa dire. Questo succede spesso non tanto per difendere un’idea o una visione politica ma, semplicemente, per coprire le pudenda di una classe politica incapace e completamente supina ad esigenze altre rispetto a quelle della collettività ed evidentemente compartecipe di questi interessi.</p>



<p>La crisi economica post-pandemica non solo non fa eccezione a questo meccanismo ma vista la vastità della sua portata si preannuncia come “la tempesta perfetta”, ossia una combinazione di fattori fortuiti che aumentano l’uno la portata devastante dell’altro.</p>



<p>Per capire quali sono questi fattori dobbiamo partire da alcuni elementi introdotti nel sistema normativo attuale, i quali generano una serie di contraddizioni macroscopiche nei nostri territori. Una di queste contraddizioni, ad esempio, soggiace all’interno del dibattito istituzionale, nel quale impera una coscienza ecologico-ambientalista di cartapesta la quale strologa di consumo di suolo zero, facendo risaltare questo slogan nei documenti ufficiali, negli strumenti strategici della pianificazione urbana, in realtà però l’unico zero che abbia un senso è il livello di adempimento a quello slogan.</p>



<p>Il perché di questo atteggiamento ambiguo è presto detto; c’è bisogno di essere credibili mentre si gira col cappello in mano per svendere il territorio al peggior offerente. I processi che hanno trasformato gli enti locali in mendicanti si chiamano <em>Patto di Stabilità </em>(1997 e successive modifiche),[1] modifica della fiscalità comunale,[2] [3] <em>Fiscal Compact </em>(2012),[4] che ha poi portato all’introduzione dell’assurdità per eccellenza del <em>Pareggio di Bilancio in costituzione </em>(2014);[5] questi processi, soprattutto al livello locale, hanno provocato forti squilibri indebolendo la capacità di spesa degli enti locali in genere e dei comuni in particolare.</p>



<p>Una delle prime conseguenze, misurate soprattutto a causa della modifica della fiscalità comunale, è stata una forte riduzione delle entrate: ciò, unito all’impossibilità di indebitarsi, ha consegnato i territori comunali al ricatto degli immobiliaristi, i famosi “stakeholders” che ogni programma di ridefinizione urbana tiene in debita considerazione. Vengono tenuti così tanto in considerazione che i programmi vengono redatti ascoltando le loro necessità di investimento. Ciò può accadere in quanto uno dei più consistenti introiti sui quali le anemiche casse dei comuni possono contare è fornito dagli oneri di urbanizzazione (primaria e secondaria) a seguito di piani di lottizzazione conseguenti all’approvazione di strumenti urbanistici “strategici”. Peccato che l’unica strategia che riescono a mettere in piedi sia la possibilità per gli enti locali di svendere il territorio alla speculazione immobiliare, derogando quanto basta per consentire una cubatura appetibile, capace di attivare la macchina del cemento; analogo discorso vedasi per le grandi opere e tutte quelle operazioni che utilizzano leve finanziarie e meccanismi speculativi a scapito delle comunità locali.[6]</p>



<p>Un altro nodo, che è venuto al pettine in conseguenza ai mancati introiti, è costituito dagli investimenti nella salvaguardia del territorio in generale e nel mantenimento dei servizi essenziali in particolare; tra questi spunta il diritto all’alloggio, con tutto il portato sociale che questo servizio reca con sé. Soprattutto in una fase come quella che si sta aprendo, che sarà caratterizzata da una consistente riduzione della domanda in termini di consumi a causa della contrazione dei redditi, soprattutto nelle fasce medie e medio basse del corpo sociale, la garanzia di un tetto per chi vive in affitto comincia ad essere una grossa incognita.[7]</p>



<p>Le toppe multicolori che il governo sta cercando di mettere ad una coperta sempre troppo corta, non bastano a risolvere il problema e non fanno altro che procrastinare l’inevitabile esplosione delle contraddizioni accumulatesi negli ultimi lustri.</p>



<p>Bloccare i decreti di sfratto esecutivo fino al 30 settembre non può bastare ed iniettare qualche spicciolo nel mercato degli immobili in affitto potrà servire a limitare le perdite per le grosse società immobiliari ma non è una soluzione, non può esserlo e, di fatto, non lo sarà.</p>



<p>Ecco quindi che inciampiamo in un paradosso, il primo di una lunga serie: da un lato abbiamo un patrimonio immobiliare sia pubblico sia privato assolutamente vuoto, in disuso e semplicemente chiuso che supera ampiamente la domanda di alloggi attuale e supererebbe perfino la domanda che a breve giungerà: si parla di circa 7 milioni di immobili di varia natura vuoti.[8] Dall’altro lato abbiamo persone che non hanno un alloggio, comuni che non conoscono la reale consistenza del loro patrimonio di edilizia pubblica, che non assegnano o che non mantengono e lo Stato che elargisce qualche spicciolo per non far perdere la casa in affitto ad un numero crescente di famiglie. In questo paradosso, di chi praticamente muore di sete con un bottiglia d’acqua in mano perché non ha idea di come aprirla, c’è tutto il portato di quelle contraddizioni cui la politica di ha oramai abituati, con in più l’alibi dei bilanci bloccati e della penuria di fondi.</p>



<p>In un momento in cui si potrebbe approfittare dello shock da pandemia per ripristinare un minimo di princìpi e mettere in discussione il patto di stabilità, il pareggio di bilancio ed il fiscal compact, si preferisce tornare a legarsi mani e piedi a quei meccanismi che aumenteranno l’efficacia e l’efficienza delle politiche liberiste per dare il colpo di grazia a quel poco di welfare che resta. Già diversi comuni hanno immaginato di mettere sul mercato buona parte del patrimonio degli alloggi popolari, nella speranza di fare cassa, con la prospettiva di avviare programmi di social housing gestiti da privati e sovvenzionati dal pubblico. Inutile dire che vista la crisi del mercato immobiliare in arrivo sarebbe un boccone ghiotto per i soliti noti, magari gli stessi che avevano fatto incetta di unità immobiliari per farne B&amp;B nelle città universitarie o turistiche.</p>



<p>A fronte di un patrimonio immobiliare sterminato, che potrebbe essere rimesso in sesto con una spesa forse minore rispetto a quella attualmente destinata per sostenere il mercato degli affitti, si potrebbe mettere in sicurezza una grossa fetta di società che sta in bilico sul baratro della povertà. Inutile ricordare quanto il valore sociale di un alloggio sicuro, che non erode buona parte del reddito già scarso, possa significare all’interno di una prospettiva di precarizzazione dell’esistenza; essere un po’ meno ricattabili rispetto ad offerte di lavoro impietose.</p>



<p>In conclusione il contraccolpo economico generato dal blocco forzato delle attività commerciali e produttive (lungi dall’essere orizzontale e colpire tutti allo stesso modo) scoperchierà un vaso di Pandora di proporzioni titaniche; l’atavica inefficacia dell’azione politica però, tutta appiattita su istanze di salvaguardia di interessi economici immediati, in altre parole l’interesse di quel gruppo, di quel settore, di quella catena di valore ecc. non riuscirà a cogliere l’occasione per scrollarsi di dosso i legacci delle politiche liberiste, esattamente perché quei precipui interessi derivano e traggono la loro forza di coercizione esattamente da quel corpus normativo che ha sancito nero su bianco la supremazia della ragion di mercato sulla sopravvivenza e la capacità di riproduzione della società.</p>



<p>Le contraddizioni per quanto macroscopiche saranno sempre offuscate da una cortina fumogena di finti problemi su questioni di lana caprina per giunta sintetica: è a questo che serve il teatrino della politica d’intrattenimento e da avanspettacolo, un circo per distrarre e fabbricare consensi sempre più effimeri, creando nemici dal nulla. La pandemia sta in qualche modo indicandoci il vero nocciolo del problema, come un dito ossuto che indica la Luna ma noi cosa stiamo realmente guardando?</p>



<p>*<strong><em>Umanità Nova n.19 | 31 maggio 2020 </em></strong></p>



<p><strong><em>note:</em></strong></p>



<p>[1] https://www.camera.it/leg17/465?tema=il_patto_di_stabilit_e_crescita</p>



<p>[2] http://www.parlamento.it/parlam/leggi/07244l.pdf</p>



<p>[3] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2011-03-14;23!vig=</p>



<p>[4]<a href="https://temi.camera.it/leg17/post/trattato_fiscal_compact.html?tema=temi/le_regole_della_governance_economica_europea">https://temi.camera.it/leg17/post/trattato_fiscal_compact.html?tema=temi/le_regole_della_governance_economica_europea</a></p>



<p>[5] <a href="https://leg16.camera.it/465?area=1&amp;tema=496&amp;Il+pareggio+di+bilancio+in+Costituzione">https://leg16.camera.it/465?area=1&amp;tema=496&amp;Il+pareggio+di+bilancio+in+Costituzione</a></p>



<p>[6] Alberto Ziparo. “Emergenze ambientali e territoriali: anche nel Mezzogiorno la svolta innovativa deve arrivare dal basso” <a href="http://www.osservatoriodelsud.it/2018/02/18/emergenza-ambientali-territorialianche-nel-mezzogiorno-la-svolta-innovativa-deve-arrivare-dal-basso/">http://www.osservatoriodelsud.it/2018/02/18/emergenza-ambientali-territorialianche-nel-mezzogiorno-la-svolta-innovativa-deve-arrivare-dal-basso/</a></p>



<p>[7] JR. “Chi pagherà lo scotto?”. <a href="https://www.umanitanova.org/?p=12154">https://www.umanitanova.org/?p=12154</a></p>



<p>[8] Rosy Battaglia. “Stop al consumo di suolo: le case ci sono, non ne servono altre”. <a href="https://valori.it/stop-consumo-suolo-case-ci-sono">https://valori.it/stop-consumo-suolo-case-ci-sono</a></p>
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		<title>UNITED COLORS OF PREDATOR</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/22/united-colors-of-predator/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2020 11:01:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Bersani* Poteva mancare l’impero Benetton nell’assalto alla diligenza (le nostre risorse collettive)? Certo che no e, infatti, subito a ruota di Fca, ecco spuntare, puntuale come un orologio svizzero, la richiesta del gruppo Atlantia (che controlla Autostrade per l’Italia) di 1,8 miliardi di finanziamenti a totale garanzia dello Stato. La richiesta ha dell’incredibile [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco Bersani*</p>



<p>Poteva mancare <strong><em>l’impero Benetton</em></strong> nell’assalto alla diligenza (le nostre risorse collettive)?</p>



<p>Certo che no e, infatti, subito a ruota di Fca, ecco spuntare, puntuale come un orologio svizzero, la <strong>richiesta del gruppo Atlantia </strong>(che controlla Autostrade per l’Italia) di <strong>1,8 miliardi</strong> di finanziamenti a totale garanzia dello Stato.</p>



<p>La richiesta ha dell’incredibile perché parliamo di una società, contro la quale, dopo il disastro del crollo del ponte Morandi a Genova, è stata approvata una norma che stabilisce la revoca della concessione (art.35 Legge n.8/2020).</p>



<p>Tra l’altro, essendo il contenzioso ancora aperto, non è secondario ricordare come, ad oggi, la ricostruzione del Ponte Morandi sia stata interamente pagata dallo Stato e <strong>neppure un euro sia stato versato dal privato</strong>, il quale ha però chiesto, in caso di ritiro della concessione, 20 miliardi di indennizzo.</p>



<p>Nel bel mezzo di questa relazione di amorosi sensi, ecco la richiesta di fondi pubblici, motivata dalla situazione debitoria di Autostrade per l’Italia, attribuibile, secondo la holding, al blocco determinato della pandemia e alla conseguente riduzione delle entrate.</p>



<p>Peccato che, dentro questa arguta analisi economica, nessuna menzione sia riservata al fatto che <strong>negli ultimi due decenni siano stati drenati da Autostrade per l’Italia oltre 10 miliardi di dividendi,</strong> che, invece di essere investiti nelle infrastrutture, sono stati utilizzati <strong>per uno shopping internazionale,</strong> con cui i Benetton hanno incamerato gli aeroporti di Roma e di Nizza, il 15,5% dell’Eurotunnel e il 50% delle autostrade spagnole (Albertis).</p>



<p>La holding controllata da Benetton ha anche chiesto a Cassa Depositi e Prestiti di riattivare una linea di credito aggiuntiva stipulata nel 2017 per 1,3 miliardi e sinora mai utilizzata (guarda caso, dovevano servire a potenziare investimenti sulla rete autostradale, in particolare relativi agli interventi ambientali e alla sicurezza).</p>



<p>Che, nel frattempo, i mancati investimenti abbiano provocato il crimine di Ponte Morandi e abbiano&nbsp; reso il passaggio sopra i viadotti di gran parte della rete autostradale una sorta di roulette russa per autotrasportatori e semplici viaggiatori non ha destato alcuna preoccupazione.</p>



<p>Neanche da parte del Ministero competente, che avrebbe dovuto vigilare ed intervenire.</p>



<p>Ma perché farlo, quando arriva una pandemia che tutti i raggiri nasconde via, e si può tranquillamente addossarle ogni difficoltà insorta per l’imprenditore privato?</p>



<p>Il quale può quindi mettersi diligentemente in fila davanti alle casse pubbliche e intonare col labiale il “Fratelli d’Italia” di Mameli, mentre&nbsp; nelle viscere vibra il <strong><em>“chiagni e fotti”</em>, unico inno dei capitani coraggiosi.</strong></p>



<p>Cosa risponderà il governo a questa accorata richiesta di aiuto?</p>



<p>Non lo sappiamo, ma mentre languono <strong>i quattro miliardi necessari a rendere degne le scuole</strong> e a permettere a otto milioni di bambini e giovani di recuperare il loro posto nella società e mentre <strong>ai Comuni sono negati cinque miliardi </strong>per permettere loro di svolgere appieno la funzione pubblica e sociale che gli compete, decine e decine di miliardi sono pronti per adempiere il motto “se sta bene l’impresa, sta bene la società”.</p>



<p>La loro.</p>



<p><strong><em>*Attac Italia</em></strong></p>
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		<title>L’ITALIA SI È FERMATA A SIBARI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/08/litalia-si-e-fermata-a-sibari/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 08 May 2020 16:05:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[R.A.S.P.A.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore infrastrutturale del trasporto ha avuto e continua ad avere un peso non indifferente sul livello di produzione interno e mondiale di ricchezza, non soltanto per le ricadute immediate sui settori imprenditoriali direttamente e a vario titolo coinvolti nella realizzazione delle opere stesse, ma soprattutto per il ruolo strategico che oggi le reti e [&#8230;]</p>
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<p>Il settore infrastrutturale del trasporto ha avuto e continua ad avere un peso non indifferente sul livello di produzione interno e mondiale di ricchezza, non soltanto per le ricadute immediate sui settori imprenditoriali direttamente e a vario titolo coinvolti nella realizzazione delle opere stesse, ma soprattutto per il ruolo strategico che oggi le reti e il sistema nodale infrastrutturale nel suo complesso ricoprono per la valorizzazione delle merci. Se il punto di vista resta quello delle merci è innegabile che un capillare sistema infrastrutturale rappresenti una condizione necessaria per aumentare la produttività e la competitività di un territorio. Necessaria ma non sufficiente.</p>



<p>Come ci ricorda la <em>Banca d’Italia</em>, le misure di dotazione fisica non sono tuttavia <em>sufficienti a stabilire la necessità di un investimento. Le indicazioni da essa fornite variano in funzione della variabile di scala adottata: la popolazione, la superficie, l’attività economica. Va assicurata una dotazione adeguata di infrastrutture in tutte le aree del Paese, in particolare va prestata attenzione alle carenze nel Mezzogiorno, ma è importante confrontare le dotazioni fisiche con la domanda, mediante il grado di utilizzo delle strutture</em>.<strong>(1)</strong></p>



<p>Restando alle sole infrastrutture stradali, secondo i dati <em>Eurostat</em>, il trasporto su gomma rappresenta il metodo di spedizione di gran lunga più utilizzato nel nostro Paese. Il 76,4% del traffico merci domestico – circa 900 milioni di tonnellate movimentate all’anno – viaggia su gomma e soltanto il 17,4% e il 6,2% viaggiano rispettivamente su rotaia e via acqua. Giocoforza siamo anche il Paese con i costi del trasporto pesante su gomma tra i più elevati in Europa, con un saldo negativo di 3,2 miliardi (anno 2017) pari al 54,6% sul totale trasportato.</p>



<p>Anche i dati riportati in un recente rapporto dell’<em>Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica</em><strong>(2)</strong> chiariscono i flussi della merce nel nostro Paese. Alla ripresa dell’economia nell’ultimo triennio è corrisposta una ripresa, anche se lenta, del traffico delle merci nel suo complesso; il dato resta a ogni modo sotto i volumi di merci pre-crisi del 2008.</p>



<p>Per quanto riguarda le destinazioni, l’ANFIA riporta Germania, Polonia, Austria e Francia come Paesi principali in uscita, mentre i principali Paesi di origine delle merci in entrata sono stati Germania, Austria, Francia, Polonia e Ungheria.</p>



<p>Basandosi sui dati rilasciati dal <em>Logistic Performance Index 2018</em> (Banca Mondiale) possiamo notare come l’Unione Europea la faccia ancora da padrone in tema di trasporto internazionale. Nei primi 20 posti infatti 10 sono dell’UE, con l’Italia che si colloca diciannovesima.</p>



<p>Parliamo di 3.661 miliardi di tkm (tonnellate per chilometro): è questo il numero di merci mobilitato nel 2016 nell’intera Unione Europea. Un dato importante, che è però inferiore dell’8,2% rispetto ai valori pre-crisi del 2007. Questo dà la misura di come sia stata impattante la crisi del 2008 ma anche dell’enorme mole di merci che inizia il suo processo di valorizzazione lungo gli assi stradali europei.</p>



<p>Rimanendo su un piano nazionale non è assolutamente un caso se le infrastrutture di trasporto rappresentano una quota rilevante della copertura artificiale di suolo: con diverse metodologie di calcolo, l’impatto può essere valutato a oggi tra il 30 e il 40% del totale, con molteplici effetti negativi su habitat frammentati e attrazione di nuovo consumo e degrado.<strong>(3)</strong></p>



<p>Il <em>Conto nazionale delle infrastrutture e dei trasporti anni 2017-2018 (Mit, 2018)</em> evidenzia che al 31 dicembre 2017 la rete stradale complessiva italiana ha un’estensione di 246.215 km. Se consideriamo inoltre una stima dell’<em>Agenzia europea per l’ambiente</em><strong>(4)</strong> è possibile quantificare l’impatto sul consumo di suolo, in base alla tipologia stradale, tra 0,7 e 2,5 ha/km (ettari per chilometro quadrato) e riferito al solo consumo diretto cioè relativo all’area direttamente coperta dalla infrastruttura di trasporto. Considerando, dunque, le estensioni riportate nel rapporto del Conto nazionale, è possibile stimare la superficie a livello nazionale direttamente coperta dalla rete stradale in un valore di 3.277 km<sup>2</sup> pari al 14% del totale di suolo consumato.</p>



<p>Stime più recenti, che si sono spinte a considerare anche le strade secondarie sterrate (prevalentemente in aree agricole) utilizzando anche i dati dell’osservazione della Terra, ci indicano valori nettamente superiori: 8320 km<sup>2</sup> pari al 40% del totale del suolo consumato (<em>ISPRA, 2013</em>) e 6627 km<sup>2</sup> pari al 29% del totale del suolo consumato (<em>SNPA, 2018</em>).</p>



<p>L’<em>Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale</em><strong>(5)</strong> in un recente studio ha evidenziato come il consumo di suolo in Italia produce un danno economico potenziale che può raggiungere i 3 miliardi di euro all’anno, dovuti proprio alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo tra l’altro minacciato da processi di erosione, perdita di habitat e desertificazione.</p>



<p>Queste stime indicano con estrema chiarezza che le infrastrutture del trasporto rappresentano una quota rilevante sul totale del suolo consumato in Italia e appare chiaro come la stima della dimensione economica della perdita di servizi ecosistemici potrebbe, se adeguatamente presa in considerazione, inficiare molte analisi sui costi e i benefici di un opera infrastrutturale.</p>



<p>Se a queste associamo lo stato di degrado in cui versano le infrastrutture stesse, il limite del ragionamento economicista si palesa.</p>



<p>È proprio di ieri l’articolo del <em>Sole24ore</em><strong>(6)</strong> relativo al ritardo nella stesura della mappa dei grandi rischi relativa alle strutture stradali. Dopo quasi due anni dal crollo del viadotto Morandi a Genova, la maggior parte delle strade e delle opere a esse connesse resta fuori dall’<em>Archivio Informatico delle Opere Pubbliche (AINOP) </em>che, istituito nell’ottobre del 2018 dal cosiddetto Decreto Genova, doveva essere uno strumento operativo per il monitoraggio permanente delle condizioni strutturali delle nostre arterie viarie. I diversi soggetti gestori nazionali sono indietro nel lavoro di implementazione del database: <em>Aspi</em> ha caricato le schede di 4500 opere mentre l’<em>Anas</em> ha iniziato a farlo solo dopo il recente crollo del viadotto sul Magra. Si tratta sostanzialmente soltanto di schede anagrafiche di ponti, viadotti e gallerie ma ancora nulla sui valori relativi a controlli e ispezioni di tipo strutturale.</p>



<p>A questo punto potremmo chiederci come mai non viene pianificato un enorme intervento pubblico per la messa in sicurezza delle rete infrastrutturali nazionali. Sarebbe più razionale e garantirebbe più occupazione rispetto alla realizzazione di nuove arterie lineari.</p>



<p>Ma, come accennavamo nell’introduzione, il capitale ha altre necessità; deve chiudere il suo ciclo di messa a valore spingendo le proprie merci in ogni angolo del mondo e poco importa se le condizioni strutturali delle strade esistenti siano pessime, se ogni tanto crolla qualche ponte e ci scappa il morto o se il trasporto su gomma risulta ecologicamente più impattante rispetto ad altri vettori; l’importante per il capitale è avere a disposizione una maglia infrastrutturale sempre più ampia e soprattutto sempre più veloce.</p>



<p>Non è un caso che i cosiddetti lavori di “adeguamento” alle normative vigenti di molte infrastrutture viarie (vedi ad esempio i lavori sull’ex A3 SA-RC, ora A2 del Mediterraneo) hanno ben poco a che fare con la sicurezza del viaggiatore e hanno invece come scopo “adeguare” l’asse viario e la sezione trasversale per permettere un transito più agevole e veloce ai vettori-merce.</p>



<p>Anche la permanente kermesse politica sul 3° megalotto della SS 106 risponde a questa logica: creare un corridoio Tirreno-Adriatico che possa permettere una circolazione più fluida delle merci che, dallo svincolo di Firmo posto lungo l’asse autostradale tirrenico, dovranno raggiungere velocemente la dorsale adriatica con buona pace per tutti i sostenitori delle <em>magnifiche sorti e progressive</em> di questa grande opera che avrebbe dovuto portare sviluppo, benessere e posti di lavoro per la Calabria intera. Appare del tutto evidente che gli interventi ex novo sulla SS 106 moriranno con il 3° megalotto; il resto sarà solo <em>restyling</em> dell’esistente. Parafrasando Carlo Levi potremmo dire: <em>l’Italia si è fermata a Sibari</em>!</p>



<p>Dentro la profonda crisi di identità comunitaria e territoriale, oramai da decenni si baratta il territorio con pochi posti di lavoro che, tra le altre cose, anno dopo anno vengono retribuiti sempre peggio. Ma oggi a smentire i dati occupazionali non sono i lavori d’inchiesta, spesso pubblicati dalle pagine di questo giornale, ma sono i dati ufficiali comunicati dal Sottosegretario alle infrastrutture e trasporti Salvatore Margiotta in una missiva inviata al capogruppo del PD del consiglio regionale della Calabria e pubblicata recentemente dal <em>Quotidiano del Sud</em><strong>(7)</strong>.&nbsp; Tra le diverse informazioni, oramai arcinote, sulla lunghezza del tracciato e altri dati tecnici, vengono esplicitamente dichiarati i dati sulla forza lavoro potenziale (e non necessariamente reale) che potrebbe garantire il cantiere: si parla di circa 330 addetti che potranno essere impegnati durante l’intera durata del lavoro che, lo vogliamo ricordare, è di 7 anni circa. Anche i numeri (sempre potenziali) sull’indotto appaiono modesti: 1170 persone tra fornitori, subfornitori e subappaltatori.</p>



<p>Chi è del mestiere sa benissimo che questi numeri, una volta incrociati con i dati del reale cronoprogramma dei lavori, avranno un impatto sul tessuto economico locale pressoché nullo se distribuiti su un arco temporale di 7 anni. Probabilmente qualche signorotto locale avrà i suoi lauti guadagni, ma la comunità nel suo intero continuerà a vivere nelle condizioni attuali di marginalità economica.</p>



<p>In conclusione continuiamo a ribadire un concetto: un reale benessere collettivo (che è cosa diversa dallo sviluppo) lo raggiungeremo se saremo in grado di valorizzare le nostre risorse esogene. Se proprio dobbiamo chiedere un’occupazione stabile facciamolo per un lavoro “ad alto contenuto sociale” come ad esempio quello legato alla cura e alla tutela del territorio. Facciamo assumere centralità alla riproduzione sociale rispetto alla produzione economica, spezziamo la catena della valorizzazione del capitale che passa attraverso la messa a valore delle comunità e dei suoi territori. Non abbiamo altre vie se non quelle dell’alterità e dell’incompatibilità. Iniziamo a praticarle!</p>



<p><em><strong>Re</strong></em><strong><em>dazione di Malanova</em></strong></p>



<p>*****</p>



<p><strong>Note:</strong></p>



<p>(1) Banca d’Italia, 2011 &#8211; <em>L’efficienza della spesa per infrastrutture.</em></p>



<p>(2) Anfia (Area studi e statistiche), 2019 &#8211; <em>Dossier: Trasporto merci su strada.</em></p>



<p>(3) Ecoscienze n.6/2019 &#8211; <em>Il consumo di suolo delle infrastrutture stradali.</em></p>



<p>(4) Eea, Environmental issue report No 23/2001 &#8211; <em>Indicators tracking transport and environment in the European Union.</em></p>



<p>(5) Ispra, Rapporti 288/2018 &#8211; <em>Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici</em>.</p>



<p>(6) Il Sole24Ore, 07/05/2020 &#8211; Autostrade, c’è la prima mappa dei grandi rischi sulla rete Aspi.</p>



<p>(7) Il Quotidiano del Sud, 05/05/2020 &#8211; <em>Terzo Megalotto il 12 maggio apre il cantiere.</em></p>
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		<title>L&#8217;ECONOMIA ASIMMETRICA DELL&#8217;UE TRA FALCHI E BATTERI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/04/leconomia-asimmetrica-dellue-tra-falchi-e-batteri/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 04 May 2020 13:06:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Margrethe Vestager, la commissaria alla Concorrenza della Commissione Europea, sta procedendo alacremente all’autorizzazione dei pagamenti relativi ai fondi per il sostegno che ogni singolo Stato membro chiede per le proprie aziende in sofferenza a causa del lockdown. A fine aprile si è arrivati alla cifra di circa 1900 miliardi di euro. Tutto ciò è possibile [&#8230;]</p>
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<p>Margrethe Vestager, la commissaria alla Concorrenza della Commissione Europea, sta procedendo alacremente all’autorizzazione dei pagamenti relativi ai fondi per il sostegno che ogni singolo Stato membro chiede per le proprie aziende in sofferenza a causa del lockdown. A fine aprile si è arrivati alla cifra di circa 1900 miliardi di euro.</p>



<p>Tutto ciò è possibile all’interno dell’azione che consente agli Stati membri di utilizzare la piena flessibilità prevista dalle norme sugli aiuti di Stato per sostenere l&#8217;economia nel contesto dell&#8217;epidemia di coronavirus. Il <em>Temporary Framework</em>, modificato il 3 aprile 2020, prevede sostanzialmente la concessione di finanziamenti o la copertura finanziaria per la richiesta di finanziamenti alle banche. Tutto ciò senza pesare sui limiti di bilancio.</p>



<p>Ovviamente, quindi, gli aiuti concessi stanno seguendo proporzionalmente le diverse disponibilità finanziarie dei bilanci dei singoli Stati.</p>



<p>Per questo motivo, ad oggi, &nbsp;il 52% degli aiuti approvati riguarda la sola Germania, quasi mille miliardi di euro su 1.900 erogati. Più in giù nella classifica ci sono Italia e Francia appaiate al 17% e poi via via gli altri Stati.</p>



<p>Il campanello d’allarme è suonato per la commissaria che paventa un risultato asimmetrico dello strumento nella già fortemente sperequata classifica europea dei ricchi e dei poveri. Stati più forti economicamente possono infatti elargire contributi maggiori alle proprie aziende che ne avrebbero un vantaggio non indifferente sulle concorrenti con sede in altri Stati con detrimento alla concorrenza nell’ambito del mercato Europeo.</p>



<p>Ma l&#8217;enorme mole di liquidità che Ue e stati membri stanno immettendo nel circuito economico cosa andrà ad alimentare e soprattutto cosa rivendicano le associazioni industriali e di categorie sul piano nazionale? </p>



<p>Proprio ieri Carlo Bonomi, presidente di Confindustria,  ha tenuto a sottolineare che “<em>lo Stato chiede all&#8217;Europa trasferimenti a fondo perduto, mentre a noi (industriali, n.d.r.) chiede di continuare a indebitarci per pagare le tasse allo Stato”</em> che in soldoni significa <strong>trasferite, a fondo perduto, i soldi alle imprese</strong>.</p>



<p>Dopo aver attaccato frontalmente il governo sulla possibilità di un intervento statale diretto in economia afferma, senza troppi giri di parole, che &#8220;<em>la tentazione di una nuova stagione di nazionalizzazioni è errata nei presupposti e assai rischiosa nelle conseguenze, sottraendo risorse preziose alle aziende per soli fini elettorali</em>&#8221; e coglie l&#8217;occasione per affondare un ulteriore colpo alle già precarie garanzie sindacali: &#8220;<em>Il Governo agevoli quel confronto &#8230;. necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero e giorni di lavoro &#8230; in questo 2020, da definire in ogni impresa, settore per settore, al di là delle norme contrattuali” </em>Anche qui il messaggio ci sembra abbastanza chiaro: sospendere l&#8217;efficacia e le (scarse) tutele che garantiscono i contratti collettivi nazionali procedendo ad una rinegoziazione su base aziendale e territoriale.</p>



<p>L&#8217;informazione mainstream ha definito Bonomi un falco per la sua determinazione a perseguire gli interessi padronali ma di fondo fa il suo (sporco)mestiere. Accettare questa definizione però ci pone in condizioni di perenne sconfitta e subalternità. Il falco non ha molti nemici all&#8217;interno della catena alimentare e quando muore, viene mangiato da piccoli animali  e decomposto da batteri che sono esseri molto più piccoli di lui. Qui allora si apre una biforcazione: essere batteri o piccoli animaletti ed aspettare che il falco muoia per poterlo decomporre oppure cercare con intelligenza le linee di tendenza per costruire le soggettività necessarie per risalire la catena alimentare e incrinare gli attuali rapporti di forza?</p>



<p><em>Malanova Vostra!</em></p>
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		<title>COVID: I LEADER EUROPEI SANNO MA NON FANNO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/04/covid-i-leader-europei-sanno-ma-non-fanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 09:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; di ieri un messaggio a firma di Giuseppe Conte, presidente del governo della Repubblica italiana, Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, Angela Merkel, cancelliere federale della Repubblica federale di Germania, Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Erna Solberg, Primo Ministro del Regno di Norvegia e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>E&#8217; di ieri un messaggio a firma di Giuseppe Conte, presidente del governo della Repubblica italiana, Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, Angela Merkel, cancelliere federale della Repubblica federale di Germania, Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Erna Solberg, Primo Ministro del Regno di Norvegia e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Un messaggio che in parte sembra adottare una visone diversa, finalmente, nella politica europea. Sappiamo che sono solo parole e che la realtà è molto distante ma è utile sottolineare che alcune volte i governanti colgono l&#8217;essenza delle cose, non sono sprovveduti, solo che poi alla fine adottano misure in aperta contraddizione.</p>



<p>La pandemia globale avrebbe aperto nella mente dei &#8220;nostri&#8221; uno spiraglio di luce, l&#8217;idea che la storia del mondo ci interessa in maniera comune e collettiva; i popoli sono più connessi che mai e gli avvenimenti non tengono conto delle miserie dei nostri confini. Così mentre alcuni territori escono dalla fase più acuta causata dal virus altri ci entrano mettendo a dura prova   i propri medici ed infermieri e se uno dei sistemi sanitari risulta debole, indebolisce inevitabilmente la risposta al Covid di tutto il mondo. Tutto ciò li spinge ad azzardare che:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Ciò significa che tutti noi siamo interessati da questa vicenda. Nessuno di noi è immune alla pandemia e nessuno di noi <strong>può battere il virus da solo</strong>. In realtà, non saremo veramente al sicuro <strong>finché non saremo tutti al sicuro &#8211; in ogni villaggio, città, regione e paese del mondo</strong>. Nel nostro mondo interconnesso,<strong> il sistema sanitario globale è forte quanto la sua parte più debole</strong>. Dovremo proteggerci a vicenda per proteggerci.&#8221;</p></blockquote>



<p>Peccato che le politiche passate sono tutte andate nel senso dei tagli lineari al sistema sanitario, alla scuola, ai diritti, al welfare, nel nome della correttezza dei conti ed alla loro sostenibilità. Peccato che &#8220;fino a ieri&#8221; il comandamento era si salvi chi può! Ma per carità tutti si possono redimere. Ed ecco l&#8217;idea: un fondo mondiale da destinare alla ricerca per liberarci dalla pandemia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Ciò significa riunire le migliori e più preparate menti del mondo per trovare i vaccini, i trattamenti e le terapie di cui abbiamo bisogno per rendere di nuovo sano il nostro mondo, rafforzando al contempo i sistemi sanitari che li renderanno disponibili per tutti, con particolare attenzione all&#8217;Africa. Il nostro obiettivo è semplice: il 4 maggio vogliamo raccogliere, in una conferenza di impegno online, un iniziale di 7,5 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) per compensare il deficit di finanziamento globale stimato dal Global Preparedness Monitoring Board (GPMB) e altri&#8221; .</p></blockquote>



<p>Tutto ciò insieme al G20, all&#8217;Organizzazione mondiale della sanità e (<em>sic!</em>) a fondazioni private come la Bill e Melinda Gates Foundation, Wellcome Trust. I fondi andranno ad organizzazioni con partenariato pubblico-privato come il GAVI, CEPI nonché Global Fund e Unitaid. Tutto ciò, sembrerebbe, per far si che il pubblico riesca a mettere le mani su un vaccino prima dei privati e della loro speculazione che renderebbe particolarmente esoso il rimedio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Se riusciamo a sviluppare un vaccino <strong>prodotto dal mondo, per tutto il mondo</strong>, questo sarà <strong>un bene pubblico globale unico del 21 ° secolo</strong>. Insieme ai nostri partner, ci impegniamo a renderlo disponibile, accessibile e alla portata di tutti.&#8221;</p></blockquote>



<p>Nel frattempo però, sappiamo che gli unici a testare vaccini e a prepararne la somministrazione sull&#8217;uomo sono gruppi legati agli ambienti delle Big Pharma come vi mostravamo in un articolo precedente.</p>



<p>Ma non basta questo, i leader europei sembrano essere stati sorpresi sulla via di Damasco e così fulminati dal benecomunismo radicale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Questo è un momento decisivo per la comunità globale. Radunando attorno alla scienza e alla solidarietà oggi semineremo i semi per una maggiore unità domani. Guidati dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile, possiamo <strong>ridisegnare il potere della comunità, della società e della collaborazione globale</strong>, per garantire che nessuno rimanga indietro&#8221;.</p></blockquote>



<p>Sappiamo già che alle parole non seguiranno i fatti, ma è bello vedere che le cose più o meno le sanno anche se, come scolari inquieti, non si applicano abbastanza per renderle reali. </p>



<p><strong>Malanova vostra!</strong></p>
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