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	<title>debito pubblico Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>debito pubblico Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>L’ITALIA TRA DEBITO E SPECULAZIONE: COSA CI ATTENDE COL GREEN DEAL</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/02/19/litalia-tra-debito-e-speculazione-cosa-ci-attende-col-green-deal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 08:19:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati attualmente disponibili consentono di elaborare solo alcune ipotesi su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri legati ai progetti di spesa del PNRR.[1] In una rivista nella quale si propongono inchieste e analisi socio-politiche dei fenomeni in atto, è utile non sconfinare mai nel campo dell’immaginario “complottardo”. Se da un lato questo potrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/02/19/litalia-tra-debito-e-speculazione-cosa-ci-attende-col-green-deal/">L’ITALIA TRA DEBITO E SPECULAZIONE: COSA CI ATTENDE COL GREEN DEAL</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>I dati attualmente disponibili consentono di elaborare solo alcune ipotesi su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri legati ai progetti di spesa del PNRR.[1] In una rivista nella quale si propongono inchieste e analisi socio-politiche dei fenomeni in atto, è utile non sconfinare mai nel campo dell’immaginario “complottardo”. Se da un lato questo potrebbe essere forse più divertente e potrebbe attrarre qualche lettore in più, dall’altro verrebbe meno l’obiettivo che la redazione si è data ossia quella di analizzare un’evidenza e non congetturare liberamente sul nulla.</p>



<p>Questo prologo è necessario in quanto quelli che seguiranno sono dei tentativi di estrapolare una visione del futuro prossimo, in conseguenza dell’accelerazione fornita dalla transizione green, innestata in una situazione senza precedenti come quella creata dalla pandemia. Quindi da un lato abbiamo un processo già ben strutturato che è quello del Green Deal, dall’altro una congiuntura difficilmente immaginabile che ha fatto piombare nel panico e nell’indigenza milioni di persone, attività, aziende o intere comunità.[2] Questo aspetto è di fondamentale importanza da un punto di vista psicologico, per far digerire ogni tipo di politica economica; un po’ come un ammalato grave o una persona in astinenza che accetta di tutto pur di lenire la sofferenza.</p>



<p>Sembra quasi la condizione perfetta per una applicazione da manuale della shock therapy.[3] Ma andiamo per ordine, in questo caso cronologico. Il Green Deal europeo che fa il paio con il Green New Deal degli Stati Uniti, è stato varato verso la fine del 2019, quindi la sua gestazione preesisteva alla pandemia. Questo pacchetto di investimenti messo a disposizione dall’UE espressamente per la transizione ecologica, nei fatti segna l’investimento pubblico per traghettare il capitalismo dall’era del fossile all’era delle rinnovabili, del digitale e dell’economia “smart”.[4] i costi di tutto l’affare sono ovviamente scaricati sulle casse dei singoli Stati, dal momento che non si parla di regali che l’UE elargisce in maniera allegra. Sono obbligazioni, che daranno origine ai finanziamenti vincolati e vincolanti. Primo inghippo lessicale della potenza di fuoco messa in campo dall’UE, 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come <em>trasferimenti</em> che qualcuno si ostina a definire “a fondo perduto” e 360 come prestiti.</p>



<p>Quello che dovrebbe preoccupare realmente non è tanto il debito in sé e per sé, quanto tutto quello che concerne le riforme strutturali propedeutiche all’accesso ai finanziamenti e ai prestiti. Qui entrano in gioco i meccanismi ben oleati e sempre più agili e veloci (e voraci) della finanza. Tutto questo immenso carrozzone verde ha un solo ed unico scopo, pompare linfa in verdoni reali in un mercato che vaporizza miliardi in un batter d’occhio. Ogni obbligazione “sovrana” &#8211; ossia avallata dalle casse statali &#8211; viene poi ad essere inglobata in una nuvola di prodotti finanziari assai meno tossici di quella paccottiglia che ha dato origine alla crisi del 2008. Se i mercati hanno imparato una lezione è quella di speculare su chi è veramente troppo grande per fallire, e non sono le big corps, ma i singoli Stati e le Unioni.</p>



<p>Il gioco è quindi quello di riuscire a salvare capre e cavoli ma non affamare neanche il lupo. Si stanno letteralmente facendo i salti mortali per tenere in piedi il meccanismo di riproduzione del capitale, cambiando semplicemente il carburante che lo fa andare avanti. Cerchiamo di schematizzare nella maniera meno banale ma più esplicativa possibile la faccenda. Abbiamo tre fattori da tenere in equilibrio dinamico tra loro, se si fermano casca tutto il carosello. Abbiamo la produzione (merci e servizi), abbiamo il complesso dell’apparato finanziario (il sistema bancario a copertura pubblica o privata che sia e tutti i soggetti che determinano i flussi finanziari ad ogni livello) e abbiamo chi è in grado di generare debito garantito gli Stati per l’appunto. Già questa prima approssimazione semplifica di molto la faccenda e chiediamo venia agli addetti del settore se stiamo procedendo un po’ con l’accetta.</p>



<p>Bene, il green deal fornisce il quadro preciso rispetto a dove devono finire gli investimenti. Non è stato sicuramente elaborato da dame di carità ma segue una esigenza specifica, fornire la base economico-normativa, per favorire ad esempio il revamping di strutture obsolete, la rigenerazione di produzioni onerose e la riconversione di aree inquinate in zone ad interesse immobiliare. In pratica si prende tutto il comparto manifatturiero o quel che ne resta in Europa e a spese dello Stato si finanziano, bonifiche, implementazioni tecnologiche (industria 4.0), innovazione e ricerca su nuovi materiali, digitalizzazione dei processi, in un turbinio di miliardi di euro iniettati direttamente nel circuito economico finanziario, dal momento che tutto il denaro dovrà necessariamente transitare dai circuiti bancari.</p>



<p>Si rimette in piedi la manifattura implementata con l’uso di nuove tecnologie, si rinnovano i processi produttivi con la robotica e la logistica integrata, nel frattempo ci si sbarazzerà della manodopera a bassa specializzazione o a specializzazione 2.0 o 3.0, si spenderanno le briciole per corsi di formazione in alfabetizzazione digitale e si “accompagnerà” alla porta una generazione di operai non più necessari ricollocandone qualcuno nella giostra della rigenerazione dei territori o delle bonifiche. La traiettoria è ben delineata già da un po’ di tempo. L’occidente non ha più bisogno di tenersi in casa la produzione di massa, quella la ricolloca altrove con ampi margini di guadagno, in casa si preferisce tenere i servizi e i processi ad altissimo valore aggiunto e lo sfruttamento <em>sine die</em> delle risorse locali e i territori. Si avvia la macchina degli investimenti infrastrutturali o il loro potenziamento.</p>



<p>Se ci si prende la briga di spulciare i capitoli salienti del piano europeo denominato “The Recovery and Resilience Facility” si apprenderà che quattro dei sette “drivers” riguardano l’evoluzione digitale, dal potenziamento di reti a banda larga per facilitare il trasferimento dati (probabilmente in vista di e-learning, e-commerce e smart working come orizzonte permanente), digitalizzazione della pubblica amministrazione, aumento della capacità di immagazzinamento nei cloud virtuali e processori sostenibili (rapporto costo/durata, rapporto costo di produzione/smaltimento ecc.) e infine potenziamento e rieducazione per i saperi informatici. Questo la dice lunga su quelle che sono le basi su cui poggia il Green Deal: innovazione tecnologica e digitale massiva e la necessità di educare la popolazione all’approccio integrato con le nuove tecnologie.</p>



<p>Un premio Nobel dell’economia Michael Spence, in un interessante rapporto dal titolo “The Impact of Globalization on Income and Employment –the downside of integrating markets” sosteneva, a ragion veduta, il cambiamento profondo del tipo e della quantità di forza lavoro negli Stati Uniti.[5] Spence analizzando l’andamento occupazionale e la progressiva delocalizzazione delle attività produttive di massa, specialmente manifattura legata ad oggetti d’uso comuni e componentistica a basso costo, arriva alla conclusione che l’occidente è destinato a gestire servizi e le uniche attività manifatturiere che rimarranno localizzate entro i confini nazionali saranno quelle ad altissimo valore aggiunto. Di fatti sopravvivono le grandi cordate legate all’industria aeronautica e navale, tutto quello che è legato ai beni di lusso o alle nicchie di mercato estremamente remunerative. Tutto il resto viene trasferito in aree nelle quali le normative su lavoro, ambiente e inquinamento sono molto “lasche” e nelle quali la forza lavoro a bassa specializzazione è presente in quantità.</p>



<p>Cosa rimane ancora come forza lavoro di massa nei paesi occidentali o occidentalizzati? I nuovi operai digitalizzati, persone specializzate nell’uso di qualche software, istruite il minimo indispensabile per star dietro a qualche macchina o per dare i giusti input. L’e-commerce al di là del facchinaggio, è tutto un turbinio di lettori ottici e codici da inserire e procedure di sblocco da attuare in caso di arresto di un programma o di un nastro trasportatore. Sequenze via via sempre più complesse man mano che il guasto si fa più complesso e che richiedono di volta in volta la mano di un semplice operatore, o di un responsabile di linea fino ad arrivare alla ditta dell’assistenza, e il carosello riparte con addetti addestrati ad operare su quei determinati software. Addetti appunto, tecnici, non ingegneri o programmatori. Persone con qualificazioni ibride, smanettoni che hanno accumulato una certa esperienza spesso anche al di fuori di un titolo di studio.</p>



<p>Forse per fornire addetti con uno standard base si è optato per una alfabetizzazione progressiva della forza lavoro ancora in grado di reggere il cambio di tecnologia, per il resto c’è il percorso di allontanamento soft. Ed è forse per questo che, nei capitoli di spesa dei fondi europei, le ICT e il digitale in genere ha tutto questo peso. Per ogni euro di debito garantito dallo Stato, col quale si intende rilanciare un territorio, sono pronti una serie di prodotti partoriti dall’ingegneria finanziaria per moltiplicarne la resa. Che poi le opere si realizzino o no è un fatto non fondamentale, l’importante è che l’euro sul quale è stato costruito il castello speculativo sia garantito e tanto basta. Ma questo euro come viene garantito? Leggendo quanto riporta il sito dell’UE circa la base finanziaria dei prestiti, si legge che “per finanziare la ripresa, l&#8217;Unione Europea assumerà prestiti sui mercati finanziari a tassi più favorevoli rispetto a molti Stati membri e ridistribuirà gli importi. Perché ciò sia possibile, tutti gli Stati membri dovranno ratificare la nuova decisione relativa alle risorse proprie, conformemente alle rispettive norme costituzionali.”[6]</p>



<p>Facciamo due conti e tiriamo due somme, I finanziamenti saranno raccolti sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond da parte della Commissione Europea, che metterà a garanzia di tali prestiti il bilancio stesso dell’Unione Europea, più o meno come fa una SpA, avvia un grosso giro di investimenti e aumenta il capitale societario. Quindi il bilancio dell’Unione Europea verrà aumentato, ma questo significa che ogni singolo Stato deve mettere la sua parte, dal momento che il bilancio UE non si crea dal nulla. L’Italia dovrà versare 96.3 miliardi di euro per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 14,9 miliardi che l’Italia mette in più, togliendole dal suo bilancio, rispetto a quelli che riceve come “trasferimento”, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito.[7]</p>



<p>Ossia versiamo denaro esente da debito e ne prendiamo una vagonata a prestito. Sembra una follia ma è perfettamente coerente con quello che “serve” al sistema. Il denaro non frutto di debito non agisce come leva speculativa, in pratica non servendo ai mercati finanziari non serve a nulla. L’Italia gioca un ruolo chiave in questo meccanismo, dal momento che pur essendo una delle nazioni più indebitate d’Europa è anche quella il cui debito è più affidabile, ma non si può affidare ovviamente la gestione del pacchetto di finanziamenti al primo che capita, serve un uomo fidato al governo, uno che possa mettere a punto un PNRR a prova di bomba e blindarlo contro eventuali ripensamenti dei vari partiti così ben disposti a fare passi indietro o di lato, in un valzer armonioso pur di restare in parlamento. Quindi è chiaro che il Governo Conte non dava queste garanzie. Lo Stato che più di tutti acquisirà debito sovrano non può tentennare davanti alle riforme e agli adeguamenti richiesti. Quindi la logica conseguenza è che vi sia Draghi alla regia, con un assist di un utile idiota come Renzi.</p>



<p>Ma il capitale sorride e ringrazia. Cosa succederà invece alla società nel suo complesso? Questa è ovviamente un’ipotesi, ma chi segue queste pagine e rammenta gli articoli già pubblicati su investimenti territoriali, turistificazione, infrastrutture e aree depresse, potrebbe immaginare quale potrebbe essere uno scenario possibile per il tessuto sociale. Intanto possiamo enucleare le invarianti del sistema, ossia la scarsità, e la necessaria diseguaglianza che innesca il bisogno. I bisogni collettivi legati alla necessità di reddito sono il carburante inesauribile per giustificare investimenti pubblici e quindi mantenere attivo il sistema finanziario legato al debito. Ma forniscono storicamente la forza lavoro più ricattabile.</p>



<p>Al di là delle parolone altisonanti e delle mission che compaiono nelle varie bozze del PNRR, che a questo punto andrà probabilmente rivisto in salsa Draghi, è probabile che vedremo i soliti avvoltoi fiondarsi rapacemente sui territori per fare incetta di finanziamenti e investimenti. Vedremo l’alta velocità portata avanti come vettore del progresso, dimenticandosi le ferrovie ad un binario sparse nel meridione, vedremo attraverso il Giubileo l’ennesimo maldestro tentativo di rimettere in piedi le sorti della “città eterna”, vedremo le ex aree industriali diventare innovation districts e vedremo il valore immobiliare dello squallore circostante schizzare alle stelle. Non abbiamo certamente la sfera magica ma semplicemente questo è il protocollo standard applicato in lungo e in largo nel mondo occidentalizzato.</p>



<p>L’economia green, gli investimenti in criptovalute, le attività smart, le trasformazioni urbane ecc.. ecc.. non mitigheranno i problemi sociali, forse potrebbero nella migliore delle ipotesi mitigare quelli ambientali (ma nutriamo serissimi dubbi in proposito), ma gli squilibri sociali sono necessari al capitale per continuare a riprodursi. Non sarà un Green Deal a spazzare via le prevaricazioni o la segregazione socio-culturale, al massimo renderà la miseria sociale un po’ più smart, invece che avere la tessera per il pane avremmo l&#8217;app sul telefonino.</p>



<p><strong>La Redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>NOTE</p>



<ol class="wp-block-list"><li>Articolo completato il 14-02-2021</li><li>L&#8217;obiettivo generale del Patto Verde è rendere l&#8217;Unione europea il primo &#8220;blocco climaticamente neutro&#8221; entro il 2050. Gli obiettivi si estendono a molti diversi settori, tra cui l&#8217;edilizia, la biodiversità, l&#8217;energia, i trasporti e il cibo. Il piano include, inoltre, possibili tasse sul carbonio per i Paesi che non riducono le loro emissioni di gas ad effetto serra alla stessa velocità degli altri e tassazioni speciali sugli imballaggi non riciclati o non riciclabili.</li><li>La locuzione <em>shock therapy</em> qui usata ha la valenza di richiamo alla teoria della shock economy elaborata da Naomy Klein. La tesi consiste nell’evidenziare alcune politiche economiche radicali, che prevedono privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazioni dei salari, siano state intraprese sempre senza il consenso popolare, ed imposte come “necessarie” approfittando di uno shock causato da un evento contingente, provocato ad hoc per questo scopo, oppure generato da incapacità politiche o da cause esterne.</li><li>Cfr. Per uno sguardo sull’economia smart: J.R., <em>Il nuovo significato dell’esclusione sociale</em>, Umanità Nova, url: <a href="https://www.umanitanova.org/?p=13357">https://www.umanitanova.org/?p=13357</a> e J.R., <em>Contraddizioni e speculazioni</em>, Umanità Nova, url: <a href="https://www.umanitanova.org/?p=13357">https://www.umanitanova.org/?p=13357</a></li><li>M. Spence, <em>The Impact of Globalization on Income and Employment – The downside of integrating markets, </em>Foreign Affairs, July/August 2011</li><li>Cfr. <em>Piano per la ripresa dell&#8217;Europ</em>a <a href="https://ec.europa.eu/info/strategy/recovery-plan-europe_it">https://ec.europa.eu/info/strategy/recovery-plan-europe_it</a></li><li>Cfr. M. Bersani, <em>Recovery Fund: è tutto oro (o tutto loro) quello che luccica?</em>, url: <a href="https://www.ilcambiamento.it/articoli/bersani-di-attac-recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica">https://www.ilcambiamento.it/articoli/bersani-di-attac-recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica</a></li></ol>
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		<title>RECOVERY PLAN O PIANO DI RICOVERO?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/12/11/recovery-plan-o-piano-di-ricovero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2020 16:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Marco Bersani* Senza parole Leggendo il Recovery Plan predisposto dal Governo, non si può non rimanere sbigottiti. Chi si aspettava che la messe di denaro in arrivo permettesse finalmente di avviarsi, dopo anni di scelte politiche dettate dal mercato e dentro una pandemia che ne ha disvelato le insuperabili contraddizioni, verso una nuova visione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di <em>Marco Bersani<strong>*</strong></em></p>



<p><strong><em>Senza parole</em></strong></p>



<p>Leggendo il Recovery Plan predisposto dal Governo, non si può non rimanere sbigottiti. Chi si aspettava che la messe di denaro in arrivo permettesse finalmente di avviarsi, dopo anni di scelte politiche dettate dal mercato e dentro una pandemia che ne ha disvelato le insuperabili contraddizioni, verso una nuova visione del mondo e della società, non può che rimanere senza parole. Centoventicinque pagine di parole, dati, tabelle, comparazioni per dire nulla di nuovo. Al contrario, per ribadire concetti che la pandemia avrebbe dovuto spazzare via.</p>



<p>Siamo ancora all’illusione della crescita economica come unico traino per aumentare il benessere della società e siamo ancora appesi a una visione del mondo dettata dalle imprese. Come pazienti compulsivi, gli estensori del piano dedicano il 20% del rapporto a descrivere in ogni dettaglio gli aumenti di Pil (peraltro modesti) attesi da ogni singola misura proposta.</p>



<p>Giustizia climatica, diseguaglianza sociale, conversione ecologica, società della cura..nessuna di queste definizioni trova il benché minimo spazio, mentre tutto si incentra sull’idea di modernizzare il Paese, come se quello che sta succedendo non richiedesse alcun cambio di paradigma.</p>



<p><strong><em>Promemoria: Recovery Fund, non Babbo Natale</em></strong></p>



<p>Prima di entrare nel merito di quanto è scritto nel piano, appare doveroso ricordare di cosa stiamo parlando. Il Recovery Fund è un fondo di 750 miliardi, utilizzabili in parte sotto forma di sovvenzioni e in parte sotto forma di prestiti.</p>



<p>I soldi verrebbero raccolti attraverso obbligazioni emesse dalla Commissione Europea e garantite dal bilancio Ue, cui gli Stati concorrono, versando una quota corrispondente all’1% del Pil (12 miliardi per l’Italia). Nell’ultima suddivisione -ancora non definitiva- all’Italia spetterebbero 193 miliardi (127,6 sotto forma di prestiti e circa 65,4 sotto forma di sovvenzioni).</p>



<p>Occorre qui ricordare che i prestiti vanno restituiti con gli interessi (per quanto probabilmente bassi) e che <em>“l’insieme del dispositivo -prestiti e sovvenzioni- sarà integrato nel semestre europeo”,</em> che, nel linguaggio tecnocratico dell’Unione Europea, significa che l’accesso a questi finanziamenti sarà subordinato<em> “al rispetto delle regole che disciplinano il ciclo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nell’ambito dell’Ue”</em>.</p>



<p>Poiché il lessico oligarchico è duro a morire, occorre un’ulteriore traduzione per capire su quali pilastri si fondino le regole da rispettare:</p>



<p><strong>a)</strong> prevenzione degli squilibri macroeconomici (ovvero, conti in ordine);</p>



<p><strong>b)</strong> bilancio sano (ovvero, avanzo primario, entrate dello Stato superiori alle uscite);</p>



<p><strong>c)</strong> riforme (che ormai sappiamo voler dire deregolamentazione del lavoro, tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni).</p>



<p>Vero è che i vincoli finanziari imposti dall’Unione Europea sono temporaneamente sospesi, ma il telaio resta e la spada di Damocle è sempre pronta a colpire.</p>



<p><strong><em>Il piano in pillole</em></strong></p>



<p>Il piano presentato dal Governo, dopo una lunga premessa che riguarda la riforma della giustizia, è diviso in sei missioni. </p>



<p><strong><em>La prima missione</em></strong> si intitola <strong>“Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” (48,7 miliardi)</strong> e si divide in tre settori che riguardano la Pubblica Amministrazione (10,1 mld), il mondo delle imprese (35,5 mld) e i settori della cultura e del turismo (3,1 mld).</p>



<p>Niente da dire, naturalmente, sulla necessità di un piano di digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma, senza un’inversione di rotta rispetto alle politiche imposte dal patto di stabilità interno in questi ultimi venti anni, si rischia di fare un ragionamento astratto.</p>



<p>Grazie al blocco del <em>turn over,</em> oggi l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici fra le più basse in Europa e, soprattutto, con una media d’età fra le più alte (56 anni): quale innovazione è possibile senza un massiccio piano di assunzioni di giovani, peraltro già strutturalmente digitalizzati?</p>



<p>Per quanto riguarda la digitalizzazione del mondo delle imprese agricole e industriali, ciò che continua a mancare è un disegno complessivo di indirizzo, come se la digitalizzazione potesse produrre di per sé una trasformazione, senza indicare verso quale modello di agricoltura e verso quale modello di industria si intende dirigere il Paese.</p>



<p>Stesso discorso per quanto riguarda i due settori forse maggiormente colpiti dalla crisi prodotta dalla pandemia, il turismo e la cultura, rispetto ai quali nel piano, oltre a prevedere risorse quantitativamente ridicole, non vi è alcuna visione su quale tipo di turismo si voglia favorire né quali politiche culturali si vogliano attuare; coerentemente con l’assunto di base per cui il problema è solo la modernizzazione dell’esistente, tutto viene affidato alle capacità taumaturgiche della digitalizzazione.&nbsp; Anche perché l’obiettivo di fondo resta l’aumento della competitività del Paese.</p>



<p><strong><em>La seconda missione</em></strong> si intitola “<strong>Rivoluzione verde e transizione ecologica” (74,3 miliardi)</strong> e dovrebbe costituire, come indicato nel titolo e nelle risorse previste, il cuore del piano.</p>



<p>Sfogliando le pagine, ci si accorge tuttavia come cuore e mente restino saldamente ancorati ad un’idea di realtà interamente legata all’idea del <em>greenwashing</em> come fattore per l’aumento della crescita e della competitività.</p>



<p>E’ così che nel capitolo <em>“Impresa verde ed economia circolare”</em> (6,3 mld), si riesce a riproporre una gestione dei rifiuti che preveda la termocombustione, mentre nel settore agricolo si propongono misure di efficientamento logistico legate all’obiettivo del miglioramento dell’export. Poiché da sempre il diavolo si nasconde nei dettagli, è disvelante il passaggio nel quale per il settore zootecnico, apertamente dichiarato nel piano come “responsabile di circa il 50% delle emissioni di gas clima-alteranti” si propone “l’efficientamento energetico e la coibentazione degli immobili adibiti ad uso produttivo” (!!).</p>



<p>Ma è nel secondo capitolo <em>“Transizione energetica e mobilità locale sostenibile”</em> (18,5 mld) che spunta la parolina magica delle lobby dell’energia fossile che ci accompagnerà nei prossimi anni: l’idrogeno. Come con usuale precisione viene spiegato da Re: Common (<a href="https://www.recommon.org/quattro-scomode-verita-su-idrogeno/">https://www.recommon.org/quattro-scomode-verita-su-idrogeno/</a>) si tratta in gran parte del prolungamento dell’estrattivismo (grandi impianti e grandi reti di trasmissione) per la quasi totalità basato sulle fonti fossili e riverniciato di verde.</p>



<p>Qualcosa di buono si intravede nel terzo capitolo <em>“Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”,</em> sia per le intenzioni di pianificazione, sia per le risorse previste (40,1 mld).</p>



<p>Mentre si torna al buio nel capitolo <em>“Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica” </em>(9,4 mld), quando, riguardo al riassetto idrogeologico del territorio si parla di “potenziamento” di quanto già fatto (?) in un Paese dove il 90% dei Comuni sono a rischio frane e alluvioni, con danni già costati 70 miliardi di euro; e quando, rispetto al tema dell’acqua, si dice tra le righe che toccherà al pubblico garantire gli investimenti e ai privati di continuare ad estrarre profitti, completando le operazioni di privatizzazione con l’assalto all’acquedotto pugliese e all’acqua del sud.</p>



<p><strong><em>Nella terza missione,</em></strong> intitolata <strong>“Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (27,7 miliardi), </strong>il paradosso diviene evidente già dalle prime righe, laddove si cita espressamente il principio <em>“do not significant harm”</em> (“non nuocere”) approvato dal Consiglio Europeo, che, in ottemperanza all’”European Green Deal”, chiede di escludere dai finanziamenti opere che siano clima-alteranti e dannose per l’ambiente, per poi sciorinare un lungo elenco di grandi opere ferroviarie e autostradali, con in testa <em>-ca va sans dire-</em> la Torino-Lione.</p>



<p><strong><em>Con la quarta missione,</em> </strong>intitolata <strong>“Istruzione e ricerca” (19,2 miliardi)</strong>, l’ideologia che sottende il piano emerge con particolare evidenza già nei titoli di testa, laddove al capitolo<em> “Potenziamento della didattica e diritto allo studio”</em> (10,1 mld) segue il capitolo <em>“Dalla ricerca all’impresa”</em> (9,1 mld). In un paese dove l’abbandono scolastico, la povertà educativa e, specularmente, la fuga dei cervelli hanno raggiunto picchi drammatici, le misure proposte sono a dir poco ridicole e, ancora una volta, dettate da una pervasiva ideologia economicista.</p>



<p><strong><em>La quinta missione, </em></strong>intitolata “<strong>Parità di genere, coesione sociale e territoriale” (17,1 mld)</strong>&nbsp; è paradigmatica della totale impermeabilità del piano agli insegnamenti della pandemia in corso. Bastano i numeri delle risorse richieste per i singoli capitoli, in proporzione all’ammontare dei finanziamenti, a declinare la considerazione con cui si intende intervenire su problemi come la <em>“Parità di genere”</em> (4,1 mld), <em>“Giovani e politiche del lavoro”</em> (3,2 mld), <em>“Vulnerabilità, inclusione sociale, sport e terzo settore”</em> (5,9 mld) e <em>“Interventi speciali di coesione territoriale” </em>(3,8 mld).</p>



<p><strong><em>Con la sesta e ultima missione,</em></strong> intitolata <strong>“Salute” (9 miliardi),</strong> si raggiunge l’apoteosi, ricollocando i “santi” di questo tremendo 2020 al loro ordinario posto di “dannati”.</p>



<p>Dopo i 37&nbsp; miliardi di tagli alla sanità operati nell’ultimo decennio, la drammatica situazione in cui è stato portato il Servizio Sanitario nazionale (abbiamo il record dei morti da Covid in proporzione alla popolazione) viene descritta nel piano come<em> “elementi di relativa debolezza”</em> per quanto riguarda l’assistenza territoriale e <em>“nel complesso una buona capacità di risposta e di tenuta”</em> per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera (!!!). Nessun accenno al piano da 68 miliardi presentato a settembre dallo stesso Ministero della Salute, perché il rimedio resta uno solo, la magica digitalizzazione, per la quale nove miliardi sono più che sufficienti.</p>



<p><strong><em>Chi decide e chi controlla</em></strong></p>



<p>Stiamo parlando di un piano di quasi 200 miliardi, ovvero di una delle maggiori iniziative in termini economici messe in campo dalla nascita della Repubblica e che si inserisce dentro un quadro di pesantissima crisi ecologica, sanitaria, economica e sociale.</p>



<p>Logica vorrebbe che, di fronte a una sfida di tali proporzioni, si coinvolgessero e si mobilitassero le migliori risorse sociali per costruire, con la partecipazione di tutt*, un nuovo modello di società.</p>



<p>Quanto questo sia oscuro agli estensori del piano lo dimostra l’ultima pagina dello stesso, nel quale, oltre a prevedere come massima forma di partecipazione delle persone una <em>“Piattaforma di open-government per il controllo pubblico”</em> si precisa, di fianco e fra parentesi, che l’argomento è “da completare” (!!).</p>



<p>Sarà sicuramente perché tutte le energie sono ora concentrate sulla <em>governance</em> del processo, con uno scontro all’arma bianca su chi dovrà comporre la task force dei sei Responsabili di Missione previsti per una gestione che, coprendo il periodo 2021-2026, sarà di fatto un meta-governo a cavallo di più legislature.</p>



<p>Già definito è invece il Comitato Esecutivo, che, alla faccia della rivoluzione ecologica e sociale annunciata, sarà composto dal Presidente del Consiglio, dal Ministro dell’Economia e delle Finanze e dal Ministro dello Sviluppo Economico.</p>



<p>Giova infine ricordare che chiunque sarà posto al comando del bastimento carico di miliardi, potrà dirigere il tutto senza ostacoli di alcun tipo, siano essi le procedure previste di valutazione di impatto ambientale, siano esse le proteste delle popolazioni.</p>



<p>Infatti, tutta l’attuazione del piano non solo si avvarrà del famigerato e già approvato Decreto Legge n.76/2020 (c.d. decreto Semplificazioni), ma, come è ben specificato a pag. 96, <em>“tutte le opere e i progetti rientranti nel PNRR assumono carattere prioritario e rilevanza strategica”</em> e, pertanto, <em>“la procedura di valutazione di impatto ambientale relativa a progetti ed opere rientranti nel piano si dovrà svolgere secondo un iter ulteriormente accelerato e semplificato rispetto a quello previsto dal Decreto Legge n. 76/2020 e concludersi entro tempi certi”,</em> nonché dovrà essere prevista <em>“l’automatica conforme variazione degli strumenti urbanistici vigenti in conseguenza dell’approvazione di un progetto rientrante nel piano”.</em></p>



<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>



<p>Sembra evidente come la strategia proposta da Governo e poteri forti dell’industria e della finanza sia orientata ad un unico obiettivo: chiudere immediatamente tutte le faglie aperte dalla pandemia nella narrazione liberista, accaparrandosi tutte le risorse pubbliche che saranno messe in campo per ridare fiato (e profitti) al modello dominante, questa volta dentro un contesto molto più autoritario del precedente.</p>



<p>Sembra altrettanto evidente come chiunque abbia a cuore la giustizia sociale e ambientale non possa più limitarsi alla, pur necessaria, difesa dell’esistente, ma debba porre la sfida sull’alternativa di società.</p>



<p>Contro l’economia del profitto e per una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.</p>



<p>Quella che in tante e tanti abbiamo iniziato a chiamare<strong><em> la società della cura.</em></strong></p>



<p>*<strong><em>Attac Italia</em></strong></p>
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		<title>RECOVERY FUND: É TUTTO ORO (O TUTTO LORO) QUELLO CHE LUCCICA?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/07/23/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2020 13:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA MONDIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Bersani* Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare&#160; il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo. Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco Bersani*</p>



<p>Spiace ancora una volta dover smentire la narrazione massmediatica dominante, pronta ad assegnare&nbsp; il Pallone d’oro 2020 al premier Conte per l’accordo siglato in merito al Recovery Fund, dopo un aspro confronto di quattro giorni nell’Eurogruppo.</p>



<p>Con questo correrò il rischio di suscitare qualche irritazione nei molti che, in totale buona fede, accarezzano da tempo l’immagine di un Paese che finalmente rialza la testa e porta a casa dei risultati per migliorare la loro condizione. E di suscitare accuse di lavorare per il nemico nei pochi, in cattiva fede, per i quali è vietato disturbare il manovratore. Ma, poiché i fatti non corrispondono al racconto che ne viene tramandato, a questi occorre attenersi e così farò.</p>



<p><strong>I numeri dell’accordo</strong></p>



<p>Il Recovery Fund sarà dotato di 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come trasferimenti (erroneamente definiti “a fondo perduto”) e 360 come prestiti. Rispetto alla proposta iniziale, che prevedeva 500 miliardi come trasferimenti e 250 miliardi di prestiti, l’accordo ha dunque modificato la ripartizione.</p>



<p>Di questa somma, l’Italia porterà a casa 81,4 miliardi di trasferimenti e 127,4 di prestiti. Sono indubbiamente cifre importanti, ma da dove arrivano?</p>



<p>Saranno raccolte sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond da parte della Commissione Europea, che metterà a garanzia il bilancio dell’Unione Europea.</p>



<p>Di conseguenza, il bilancio dell’Unione Europea verrà aumentato, e, poiché, il bilancio dell’Ue è formato dai finanziamenti quota parte di ogni singolo Stato, occorre tener conto della cifra che il nostro Paese dovrà versare, per permettere l’avvio del Recovery Fund.</p>



<p>E qui troviamo un primo dato sorprendente, perché la quota parte aggiuntiva che l’Italia dovrà mettere corrisponde a 96,3 miliardi<a href="https://www.attac-italia.org/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/#_ftn1">[1]</a></p>



<p>Riassumendo: <em>l’Italia verserà 96,3 miliardi per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 14,9 miliardi che l’Italia mette in più rispetto a quelli che riceve come “trasferimento”, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito.</em></p>



<p>A basso tasso di interesse, ma, come chiunque può constatare, Babbo Natale non esiste.</p>



<p><strong>Quando arrivano i soldi</strong></p>



<p>Il Recovery Fund sarà incardinato nel bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea. La Commissione potrà quindi effettuare la raccolta sui mercati finanziari a partire dal gennaio 2021. L’accordo prevede che il 70% dei fondi siano erogati nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. Tornando ai conti italiani, il nostro Paese dovrebbe quindi ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023.</p>



<p>La parte dei soldi presa a prestito (che, come abbiamo visto, è l’unica che realmente arriverà all’Italia, dato il saldo negativo del dare-avere sulla parte legata ai trasferimenti) dovrà essere gradualmente rimborsata a partire dal 2027 e fino al 31 dicembre 2058.</p>



<p>E’ previsto dall’accordo un pre-finanziamento pari al 10% -per l’Italia 20,9 miliardi- che dev’essere utilizzato per destinazioni in linea coi programmi generali dell’Unione Europea.</p>



<p>Stiamo di conseguenza parlando di risorse che non saranno disponibili prima della tarda primavera 2021, tempi non certo adatti ad interventi di emergenza.</p>



<p><strong>Le condizionalità dell’accordo</strong></p>



<p>Il pasto non è gratis, tocca ripeterlo. E per ottenere i soldi del Recovery Fund (tutti a prestito, a questo punto credo sia chiaro) il percorso è irto di ostacoli, le famose condizionalità.</p>



<p>Per poter accedere ai fondi Ue l’Italia, così come gli altri Stati membri, deve predisporre un Recovery Plan, un piano triennale (2021-2023), che andrà presentato in autunno. E che, se anche verrà giudicato idoneo, sarà sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche di fondi 2023.</p>



<p>I piani andranno predisposti, tenendo conto che il punteggio più alto di valutazione <em>“deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese”</em> (punto A19 dell’Accordo).</p>



<p>Le raccomandazioni cui si fa riferimento sono quelle del 2019, essendo saltate, causa pandemia, quelle del 2020 e, per quanto riguarda l’Italia, sono: <em>riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito cui vanno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del Pil.</em></p>



<p><em>Ovvero, il ritorno in grande spolvero della trappola del debito pubblico e delle politiche di austerità.</em></p>



<p>Se questa è una vittoria, meglio non pensare a quando arriverà una sconfitta.</p>



<p><strong>Chi giudica e decide</strong></p>



<p>Su indicazione della Commissione Europea, che avrà due mesi di tempo per valutare i piani presentati dagli Stati, sarà il Consiglio Europeo a decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione) se approvare il piano. Il via libera è un atto di esecuzione che il Consiglio adotta entro un mese dalla proposta. Ma bisogna soddisfare i target intermedi e finali. Perciò la Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario se questi target vengono conseguiti. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà interrompere l’erogazione dei finanziamenti, chiedendo di affrontare la specifica questione in una riunione apposita del Consiglio Europeo. E’ il famoso “freno a mano” ottenuto dal ‘paradiso fiscale frugale’ dei Paesi Bassi per dare il via libera.</p>



<p><em>Un percorso sorvegliato passo dopo passo, che per un Paese come il nostro, che già oggi ha un rapporto debito/pil intorno al 150%, rischia di riservare più di una brutta sorpresa.</em></p>



<p><strong>Prima considerazione</strong></p>



<p>Se è vero che in Europa si è finalmente aperto uno scontro sul profilo dell’Unione Europea, occorre constatare come tale conflitto sia rimasto totalmente all’interno di una visione liberista della dimensione europea.</p>



<p>Prova ne è il fatto che nessuno abbia posto la necessità di affrontare il nodo principale: il ruolo della Banca Centrale Europea e la sua cosiddetta indipendenza (dall’interesse generale, non da quello dei mercati).</p>



<p>Rivendicare un carattere pubblico della Banca Centrale Europea (analogo a quello di tutte le banche centrali del mondo), avrebbe permesso a tutti gli Stati di dotarsi delle risorse necessarie, senza ulteriori gravami sul debito pubblico e soprattutto senza le famigerate condizionalità.</p>



<p><strong>Seconda considerazione</strong></p>



<p>Se è vero che l’Unione Europa ha evitato il tracollo arrivando a sottoscrivere, dopo quattro giorni, un accordo, occorre constatare come tale risultato ne peggiori il profilo di comunità politico-sociale e le capacità d’intervento strategico sulle grandi sfide di questo tempo.</p>



<p><em>Sotto il profilo politico,</em> basti la concessione ai cosiddetti Paesi di Visegrad (Ungheria e Polonia in primis) di svincolare gli aiuti finanziari dal rispetto dello stato di diritto.</p>



<p><em>Dal punto di vista della strategia d’intervento,</em> basti pensare che, con la nuova ripartizione fra trasferimenti e prestiti (che abbassa notevolmente i primi e aumenta i secondi), vengono tagliati fondi cruciali ai programmi congiunti europei, a partire da quelli relativi alla transizione eco-sostenibile.</p>



<p><em>Dal punto di vista decisionale,</em> si riafferma, di fatto, un’Unione europea come mera giustapposizione di Stati, ciascuno interessato al proprio interesse nazionale e in diretta competizione con gli altri.</p>



<p>Contrariamente a quanto racconta la narrazione massmediatica, non siamo di fronte a nessun cambio di paradigma nelle nostre istituzioni europee.</p>



<p>Perché, dopo la pandemia niente sia davvero più come prima, diviene urgente, per il prossimo autunno, <em>&nbsp;predisporre un Recovery Plan delle mobilitazioni sociali.&nbsp;</em></p>



<p><em><strong>*Attac Italia </strong></em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="https://www.attac-italia.org/recovery-fund-e-tutto-oro-o-tutto-loro-quello-che-luccica/#_ftnref1">[1]</a> È scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al “<a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/assessment_of_economic_and_investment_needs.pdf">Commission Staff Working Document</a>“, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final).</p>
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		<title>LA GRANDE TRAPPOLA DELLA RINEGOZIAZIONE DEI MUTUI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/25/la-grande-trappola-della-rinegoziazione-dei-mutui/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2020 12:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un recente intervento ponevamo l’accento sulla necessità − ineluttabile visti gli effetti della crisi pandemica – di un orientamento complessivo verso una «società della cura» come possibilità sostanziale di rottura del paradigma della messa a valore imposto dal dogma produttivista. Affinché questo sia possibile devono innanzitutto saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In un <a href="http://www.malanova.info/2020/06/01/riprendiamoci-la-cassa-un-confronto-con-marco-bersani/">recente intervento</a> ponevamo l’accento sulla necessità − ineluttabile visti gli effetti della crisi pandemica – di un orientamento complessivo verso una «società della cura» come possibilità sostanziale di rottura del paradigma della messa a valore imposto dal dogma produttivista. Affinché questo sia possibile devono innanzitutto saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che non permettono agli enti locali di garantire pari opportunità e pari diritti a tutti.</p>



<p>Ma la recente soluzione, proposta dal Governo e attuata da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di rinegoziazione dei mutui ha soltanto traslato il peso del problema debitorio sulle future generazioni. Un&#8217;operazione semplice quanto pericolosa: Il debito non è scomparso, ma è stato semplicemente spalmato su più anni con un meccanismo che non farà altro che accrescere il valore complessivo degli interessi sul mutuo. È vero: la rinegoziazione ha prodotto della liquidità immediata che le amministrazioni locali potranno utilizzare, ma è il classico cane che si morde la coda perché il fardello finanziario legato alla rimodulazione degli interessi colpirà inesorabilmente la futura capacità di spesa delle amministrazioni facendo gravare il tutto, ancora una volta, sulle spalle delle comunità.</p>



<p>Nonostante sia evidente la trappola del debito, questa operazione è stata salutata positivamente da migliaia di amministratori locali, tant’è che proprio ieri Fabrizio Palermo, amministratore delegato di CDP, ha dichiarato che «circa un ente su due ha rinegoziato le proprie posizioni: un dato che testimonia il successo dell’iniziaitiva». Regioni ed enti locali hanno rinegoziato il 60% dei loro mutui rivedendo 80mila contratti con Cassa Depositi e Prestiti (su un totale di 135mila) per un debito residuo che si attesta sui 20 miliardi di euro.</p>



<p>Questa operazione, che ha interessato 3100 amministrazioni locali, per l’anno corrente ha liberato risorse per 800 milioni di euro. Il dato regionale è decisamente sopra la media nazionale con moltissimi enti che hanno aderito all’iniziaitiva di CDP: 292 enti locali calabresi hanno rinegoziato oltre 8300 mutui per un debito residuo complessivo di 1,5 miliardi liberando risorse per oltre 55 milioni di euro per interessi non pagati nell’immediato ma che, come si accennava sopra, verranno restituiti a caro prezzo perché semplicemente posticipati con il meccanismo finanziario della distribuzione degli interessi sugli anni residui di vita del mutuo contratto.</p>



<p>Spingere il problema più in là negli anni non è certamente la soluzione migliore perché vuol dire trasferire i problemi economico-finanziari alle future generazioni. Avrebbe avuto molto più senso una richiesta allo Stato di poter accendere, per tutto il prossimo biennio, mutui a tasso zero, sulla falsariga di quelli concessi alle imprese private.</p>



<p>In soli due giorni, e per giunta con la garanzia dello Stato, il Governo ha dato il via libera all’erogazione di un prestito del valore di 6,3 miliardi a FCA (che ha sede fiscale all’estero), ma non si capisce perché – con altrettanta solerzia − non si riescano a reperire analoghe risorse per i Comuni, al fine di farli uscire dall’emergenza con una possibilità concreta di spesa ordinaria e straordinaria.</p>



<p>Sono proposte che ogni Sindaco dovrebbe considerare come prioritarie per la propria azione di governo senza ipotecare il futuro di una intera comunità territoriale ai meccanismi perversi del debito.</p>



<p><strong><em>Redazione di Malanova</em></strong></p>
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		<title>PIANO COLAO? DA CESTINARE, SENZA SE E SENZA MA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/15/piano-colao-da-cestinare-senza-se-e-senza-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 16:06:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco BERSANI* Bisognerebbe sinceramente ringraziare il manager Vittorio Colao che, in mesi di duro lavoro nella clausura del suo loft nella city londinese, ha prodotto un piano per la rinascita dell’Italia chiaro, netto, senza fronzoli più del necessario e comprensibile a tutti. Un piano che ha un grande pregio: se, come tutti hanno affermato, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco BERSANI*</p>



<p>Bisognerebbe sinceramente ringraziare il manager Vittorio Colao che, in mesi di duro lavoro nella clausura del suo loft nella city londinese, ha prodotto un piano per la rinascita dell’Italia chiaro, netto, senza fronzoli più del necessario e comprensibile a tutti.</p>



<p>Un piano che ha un grande pregio: se, come tutti hanno affermato, la drammatica esperienza della pandemia rappresenta un monito e uno stimolo a rimettere in discussione un modello economico e sociale che ha dimostrato di non garantire protezione ad alcuno,<strong> il piano Colao è la <em>summa </em>di tutto ciò che NON si dovrebbe fare.</strong></p>



<p>A tutti quelli che in questi mesi da una corsia di ospedale, da un reparto di produzione, da una consegna dettata da un algoritmo, da un portone di scuola sbarrato, dalla solitudine di una finestra hanno gridato<em> “Mai più come prima!”,</em> il pool di manager ha detto a chiare lettere non solo che tutto sarà <em>“come prima, più di prima!”</em>, ma che <strong>sulla destinazione delle risorse non faranno prigionieri.</strong></p>



<p>Nei suoi sei paragrafi e 121 progetti concreti, il piano Colao è attraversato da due chiavi di lettura inequivocabili.</p>



<p><strong>La prima è l’identificazione della società con l’impresa</strong>, per cui sono gli utili di quest’ultima a determinare il benessere della prima. Da questo punto di vista, l’elenco di provvedimenti finanziari, fiscali e normativi proposti per liberare le imprese dai cosiddetti <em>“lacci e lacciuoli”</em> è sterminato. Si va dalla “sburocratizzazione” della pubblica amministrazione, con la proposta di abolizione del codice degli appalti (un primo passo verso la legalizzazione delle mafie?) alla totale deregolamentazione dei contratti e delle condizioni di lavoro (imprenditori e lavoratori sono o non sono entrambi parte dell’Azienda Italia?) ; dagli aiuti finanziari a totale carico dello Stato (è chiaro chi pagherà l’ulteriore aumento del debito pubblico?) all’azzeramento di ogni contributo fiscale delle imprese alla collettività (si sa, gli imprenditori sono illuminati solo se sono gli altri a pagare la bolletta della luce). A dimostrazione che nessun dettaglio è stato trascurato, basti pensare che, fra le proposte, si chiede la defiscalizzazione delle indennità per turni aggiuntivi o per lavoro notturno e festivo.</p>



<p><strong>La seconda chiave di lettura è l’identificazione della rinascita con l’idea del “grande e competitivo è bello”.</strong> Il piano è un profluvio di lodi alle grandi opere digitali (5G) e materiali (Tav, Tap, chi più ne ha più ne metta, fino al Ponte sullo Stretto), per la realizzazioni delle quali va tuttavia superata la notoria resistenza delle comunità territoriali: ecco allora la proposta di <em>“leggi o protocolli nazionali di realizzazione non opponibili da enti locali”</em>.</p>



<p>Poteva, dentro questo contesto, mancare l’idea che i servizi pubblici locali (acqua, energia, trasporti, rifiuti) devono essere accorpati in grandi multiutility finanziarizzate e competitive? Certo che no, fino a citare&nbsp; espressamente la necessità di modernizzare (leggi: privatizzare) l’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa.</p>



<p>Dal gigantismo non si sottraggono neppure le piccole e medie imprese, perché la proposta del piano Colao è di destinare la gran parte delle risorse disponibili alle grandi aziende multinazionali, che potranno, grazie alla proposta di modifica della legge sui fallimenti, assorbire le piccole maggiormente remunerative, lasciando al naufragio tutte le altre.</p>



<p>Molto si potrebbe aggiungere, ma bastano due definizioni per condensare l’humus che fertilizza il piano: dentro il contesto di rinascita dell’economia, <strong>l’ambiente diventa un “volano per il rilancio”</strong>, mentre <strong>l’arte e la cultura costituiscono un “brand del Paese”</strong>.</p>



<p>Se la pandemia ci ha posto di fronte alla necessità di scelte radicali di fuoriuscita dal modello capitalistico per costruire collettivamente una società diversa, basata sulla cura di sé, degli altri e dell’ambiente, il piano Colao ci proietta dentro la riproposizione in salsa autoritaria della società fondata sull’ideologia del profitto.</p>



<p>Non sappiamo se e quanta parte di questo piano verrà assunta dal governo come linea guida delle scelte politiche di risposta all’emergenza sanitaria, economica e sociale.</p>



<p>Un’idea la vorremmo suggerire: cestinare il piano<em> senza se e senza ma,</em> rispedirne l’autore al suo soggiorno londinese.</p>



<p>Se così non sarà, dovranno essere le piazze d’autunno a porre con determinazione il problema.</p>



<p><strong><em>*Attac Italia</em></strong></p>
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		<title>RIPRENDIAMOCI LA CASSA. UN CONFRONTO CON MARCO BERSANI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/01/riprendiamoci-la-cassa-un-confronto-con-marco-bersani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 11:28:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo slogan &#8220;nulla sarà come prima&#8221; è vuoto se non lo si relaziona a quel &#8220;prima&#8221; che ha generato la crisi della pandemia. Il Corona virus non è estraneo al sistema economico-produttivo di tipo capitalistico, primo responsabile della rottura degli equilibri ambientali. Prima del virus infatti si parlava della crisi climatica generata dall&#8217; iper sfruttamento [&#8230;]</p>
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<p>Lo slogan &#8220;<em>nulla sarà come prima</em>&#8221; è vuoto se non lo si relaziona a quel &#8220;prima&#8221; che ha generato la crisi della pandemia. Il Corona virus non è estraneo al sistema economico-produttivo di tipo capitalistico, primo responsabile della rottura degli equilibri ambientali. Prima del virus infatti si parlava della crisi climatica generata dall&#8217; iper sfruttamento delle risorse mondiali e si parlava di una nuova crisi sistemica quando ancora non eravamo usciti da quella del 2008.</p>



<p>Questa fase rappresenta un po&#8217; il 1989 per il sistema neoliberale: questo significa che le crisi non sono un qualcosa di accessorio ma rappresentano dei momenti di rottura strutturali sempre più radicali e profondi del meccanismo capitalista. Ma come sempre, giunti al capolinea si aprono due vie: la <strong>prima</strong> è quella della prosecuzione delle politiche di austerità ma dentro un telaio molto più autoritario di quello precedente, come ha mostrato il lockdown; la seconda è quella della presa di coscienza che i nodi sono tutti venuti al pettine e c’è bisogno di un cambio radicale di paradigma. Questo modello ha dimostrato di non proteggere nessuno. Il virus ha spiazzato completamente coloro che avevano costruito perimetri di illusoria protezione (&#8220;prima il Nord&#8221; o &#8220;Prima gli italiani&#8221;), mettendo a nudo la profonda precarietà della vita di molti, anche di quelle categorie come gli autonomi e le Partite Iva. Allora, un primo cardine di un&#8217;alternativa do società non può che passare dall&#8217;eliminazione della precarietà.</p>



<p>Un <strong>secondo</strong> aspetto è che se la pandemia è endogena al modello capitalistico, allora è dall&#8217;<strong>ecologia</strong> che bisogna ripartire per superare questo modello e costruire un&#8217;alternativa.</p>



<p>La pandemia, inoltre, dà profondamente ragione al <strong>pensiero femminista</strong> che ha sempre sottolineato la preminenza della riproduzione sociale sulla produzione economica. Il lavoro di cura, il lavoro domestico, messi sempre in secondo piano dal lavoro di fabbrica, sono diventati evidentemente le basi imprescindibili per ogni discorso sulla possibilità stessa di un meccanismo economico produttivo. C’è dunque necessità di contrappore alla società del profitto, una società della cura di sé, degli altri e dell&#8217;ambiente.</p>



<p>La <strong>territorialità</strong> assume, in questo contesto, un significato completamente inedito. Il virus si è moltiplicato e diffuso così velocemente perché ha utilizzato i binari dell&#8217;iperglobalizzazione che permettono alle merci, alle persone ed ai capitali di muoversi a velocità supersoniche dentro il mito di una crescita infinita. I corpi di manager e tecnici specializzati, lavoratori di trasporti e logistica, turisti sono stati i canali utilizzati dal Covid-19 per moltiplicare in brevissimo tempo il contagio. Se per bloccare la pandemia si devono bloccare questi flussi globali bisognerà anche pensare ad una riterritorializzazione della produzione. Così i Comuni e gli enti locali divengono sempre più centrali. Non solo sono quelli chiamati ad assistere i cittadini nelle emergenze a causa della prossimità ma saranno sempre più investiti dell&#8217;organizzazione dei sistemi produttivi riterritorializzati. Chiaramente sarebbe razionale, una volta investiti di queste nuove funzioni di coordinamento economico-produttivo, che recuperassero anche una capacità di scelte politiche e di indirizzo autonome. Bisogna ripensare dal basso, dalle comunità territoriali, come si costruisce un altro modello che sia socialmente ed ecologicamente orientato.</p>



<p>Da qui nasce la necessità di &#8220;<strong>riprendersi il comune</strong>&#8221; in una duplice accezione. La prima nel senso della riappropriazione sociale di tutto quanto ci appartiene, contrastando la privatizzazione e la svendita della ricchezza collettiva, ma anche superando la logica del pubblico così come l&#8217;abbiamo storicamente conosciuto dato che non deve coincidere necessariamente con lo statale e con il burocratico; si tratta si immaginare e sperimentare un autogoverno partecipativo delle comunità locali. La seconda nel senso della riappropriazione degli enti locali, in quanto i luoghi della democrazia di prossimità non possono più essere semplicemente i terminali che eseguono le politiche di austerità liberiste stabilite dall&#8217;alto (Unione Europea, Governo italiano) ma vanno ripensati come luoghi di resistenza all&#8217;interno dei quali le comunità territoriali rivendicano la tutela dei diritti umani fondamentali e sperimentano un altro modello sociale e democratico.</p>



<p>Per andare in questa direzione, occorre che tutti i comitati ed i movimenti territoriali facciano un <strong>salto di qualità</strong>. Assistiamo oggi ad una proliferazione di vertenze in campo su temi specifici che rischiano l’inefficacia se non si approcciano al modello comune in termini sistemici. Dal livello locale a quello nazionale, occorre uscire da quella che noi chiamiamo la trappola del debito, dell&#8217;austerità, dei vincoli di bilancio. Significa affermare, nell&#8217;ottica della società della cura, che l&#8217;obiettivo degli enti locali non può essere il pareggio di bilancio finanziario ma deve diventare il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere. L&#8217;obiettivo di un <strong>autogoverno delle comunità locali</strong> deve essere quello di colmare il disavanzo sociale garantendo a tutti i diritti fondamentali, colmare il disavanzo ambientale modificando l&#8217;impronta ecologica della produzione territoriale e colmare il disavanzo di genere ed il suo portato di discriminazione. L&#8217;orientamento alla società della cura ci fa pensare che debbano saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che non permettono agli enti locali di garantire pari opportunità e pari diritti a tutti e tutte.</p>



<p>Sono le vie diametralmente opposte percorse da Firenze e Napoli in questa fase di crisi pandemica. Il Sindaco di Firenze, partendo dal dato vero del rischio di default del Comune, ha esternato di voler fare tutto il possibile per salvarlo anche se questo dovesse significare indebitarsi mettendo a garanzia tutte le proprietà pubbliche compresi i musei, i mercati, i monumenti. Il problema che si pone è cosa voglia dire &#8220;salvare la città&#8221; se la si consegna in toto alle banche.</p>



<p>Napoli sta tentando con molta difficoltà una strada diversa. È stata recentemente approvata una delibera, alla fine di un percorso partecipativo all&#8217;interno della <strong>Consulta Pubblica per l&#8217;Audit sul debito</strong>, ai cui lavori hanno partecipato esperti, associazioni e cittadini, che pone la città in aperto conflitto con le istanze superiori. Napoli non ha fatto altro che chiedere, e resto stupito dell&#8217;immobilismo degli altri comuni, la sospensione del patto di stabilità interno, così com&#8217;è stato sospeso il patto di stabilità per gli Stati in Europa. Inoltre, a gennaio, il governo ha approvato all&#8217;interno della legge &#8220;Milleproroghe&#8221; la possibilità di accollarsi i mutui degli enti locali contratti con Cassa Depositi e Prestiti per tagliare drasticamente i tassi di interesse dovuti. Purtroppo non è mai stato deliberato il decreto attuativo, e ancora oggi i Comuni pagano a Cassa Depositi e Prestiti interessi intorno al 4-6%, assolutamente esorbitanti rispetto all&#8217;attuale costo del denaro che si attesta ad una percentuale vicina allo 0%. Ora, sapendo che l&#8217;81% della CDP è del Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze, ci troviamo in una situazione paradossale, dentro la quale lo Stato fa usura sugli enti locali!</p>



<p>L&#8217;attuale soluzione in campo, proposta da Cassa Depositi e Prestiti, rimane quella della rinegoziazione che significa semplicemente spalmare il debito su più anni accrescendo ancora di più il valore degli interessi che alla fine saranno pagati dai Comuni. Un&#8217;ultima via segnalata dalla riflessione della Consulta Pubblica per l&#8217;Audit sul debito è la richiesta allo Stato di poter accendere, per tutto il prossimo biennio, mutui a tasso zero, sulla falsariga di quelli concessi alle aziende. Si è data in soli due giorni la garanzia dello Stato a un prestito di 6,3 miliardi concesso a FCA, per altro con sede fiscale all’estero, e non si capisce perché non si riescano a reperire analoghe risorse per i Comuni al fine di uscire dall&#8217;emergenza. Sono proposte che ogni Sindaco di buon senso dovrebbe considerare come prioritarie.</p>



<p>I movimenti territoriali proprio in questo dovrebbero fare un salto di qualità, sostituendosi ai Sindaci dormienti, costringendoli al conflitto con le istanze superiori, chiedendo con forza che le risorse per uscire dalla crisi arrivino subito senza aspettare la marea di sussidi <em>ad personam</em> che nella maggior parte dei casi non risolvono i problemi dei cittadini.</p>



<p>In questa fase sostanzialmente non democratica dove la rappresentanza è destituita di ogni significato reale, <strong>la mobilitazione sociale è l&#8217;unico motore</strong> che può in qualche modo sperare di trasformare i rapporti di forza e, se è una mobilitazione ampia e consapevole, anche riuscire a cambiare le istituzioni.</p>



<p><strong>Oggi chi pensa di entrare nelle istituzioni perché quello è il luogo in cui si possono rappresentare le comunità fa un errore di visione storica</strong>. Chi pensa di entrare nelle istituzioni per sopperire alla frustrazione dell&#8217;incapacità di essere presente all&#8217;interno della società e della comunità fa un&#8217;operazione di tipo opportunistico. Si può pensare di “prendere le istituzioni” dopo che si è riusciti a creare una mobilitazione sociale capace di produrre una gigantesca energia collettiva capace di irrompere per trasformare le stesse. Senza questo valore aggiunto si entra nelle istituzioni con l’intento di cambiarle dal di dentro ma si finisce ogni volta per esserne cambiati non avendo le forze necessarie per attuare questa irruzione trasformatrice.</p>



<p>Il <strong>conflitto sociale</strong> che inevitabilmente si svilupperà nel <strong>prossimo autunno</strong>, a causa dei drammatici problemi economici e sociali legati alla crisi non si risolverà all&#8217;interno delle istituzioni ma nelle piazze. Per questo occorre costruire convergenza tra le tante e anche approfondite piattaforme rivendicative sui diversi aspetti della crisi; servono mobilitazioni ampie e consapevoli per trasformare i rapporti di forza. Anche storicamente le tante conquiste degli anni 50, 60 e 70 del secolo scorso arrivarono da movimenti di massa extra parlamentari e con un Partito Comunista all&#8217;opposizione.</p>



<p>Se non saremo capaci di imporre le rivendicazioni attuali attraverso le piazze, il rischio di un&#8217;uscita a destra diventerà più che concreto e potremmo trovarci a sperimentare un moderno fascismo incarnato da istituzioni autoritarie che imporranno con maggiore violenza le ricette antipopolari calate dall&#8217;alto e che continueranno ad espropriare la ricchezza collettiva a vantaggio dei pochi.</p>



<p><strong><em>Documento di sintesi della diretta in <a href="https://www.facebook.com/malanova.info/videos/291364085229988/">streaming live di Malanova</a> con Marco BERSANI di Attac Italia </em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/06/01/riprendiamoci-la-cassa-un-confronto-con-marco-bersani/">RIPRENDIAMOCI LA CASSA. UN CONFRONTO CON MARCO BERSANI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>LA CITTÀ DI NAPOLI ANNULLA I DEBITI INGIUSTI E ILLEGITTIMI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/26/la-citta-di-napoli-annulla-i-debiti-ingiusti-e-illegittimi/</link>
		
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 09:13:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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<p>Il 24 aprile, la Giunta comunale di Napoli ha approvato, su indicazione della <strong>Consulta Audit sulle risorse e il debito del Comune di Napoli</strong>, una delibera per l&#8217;annullamento dei debiti ingiusti/illegittimi. «<em>È la prima delibera del genere predisposta non solo in Italia ma in Europa</em> – afferma Vittorio Lovera di Attac Italia – <em>e può essere il segnale di una nuova Liberazione, quella dalla mortale trappola del debito. Con questo atto amministrativo si crea una prima crepa nel muro del debito, fenditura che può significarne la sua progressiva demolizione. Con l&#8217;occasione permettetemi di ringraziare di cuore l&#8217;impegno, la dedizione e le competenze di <a href="https://it-it.facebook.com/attacnapoli/">Attac Napoli</a> e di <a href="http://www.massacriticanapoli.org/">Massa Critica</a>: solo con il loro costante pressing è stato possibile insediare la prima consulta audit istituzionale, pre-requisito necessario per il risultato oggi conseguito</em>».</p>



<p>La Consulta è stata istituita nel 2018 e rappresenta il primo esempio in Europa di un organismo istituzionale sui temi del debito. È composta da venti componenti, dei quali undici nominati dal Sindaco (anche fuori dal contesto territoriale napoletano) con comprovate competenze in diversi campi: giuridico, economico, sociale, ambientale, lavoristico e dell&#8217;attivismo sociale. I restanti nove sono stati individuati mediante avviso pubblico.</p>



<p>Con l&#8217;istituzione della Consulta, l’amministrazione ha provato ad avvicinare le istituzioni ai cittadini ed abitanti per promuovere la “<em>democrazia di prossimità</em>” che significa, nell’esperienza napoletana, “<em>creare spazi che rendano possibile l’iniziativa e la presa di decisioni diretta dei cittadini sulle questioni che li riguardano più da vicino, in primo luogo sull’amministrazione della città</em>”. Alla Consulta vengono, dunque, attribuite le funzioni relative allo “<em>studio, all&#8217;inchiesta e alla predisposizione di linee di azione relativamente alle risorse sulle quali poggiare lo sviluppo cittadino e sulle strategie per impedire che il debito “ingiusto”, perché maturato in grande parte durante i diversi commissariamenti che hanno riguardato la Città di Napoli, continui a produrre effetti pesantemente negativi per la nostra città”</em>. Questo afferma il decreto sindacale n.228 dell’11 luglio 2018 che l’ha istituita.</p>



<p>Ma ritorniamo alla Delibera dello scorso 24 aprile. Marco Bersani di Attac Italia sintetizza in <strong>5 punti</strong> i contenuti saliente dell’atto amministrativo; in particola la delibera chiede:</p>



<p><strong>a)</strong> la sospensione del patto di stabilità interno e del pareggio di bilancio per i Comuni, analogamente a quanto fatto dall&#8217;Ue per gli Stati;</p>



<p><strong>b)</strong> l&#8217;approvazione del decreto attuativo dell&#8217;art. 39 delle Legge di Bilancio 2020, che prevede l&#8217;accollo allo Stato dei mutui in essere con Cassa Depositi e Prestiti, al fine di ridurne drasticamente i tassi di interesse;</p>



<p><strong>c)</strong> di opporsi alla proposta di rinegoziazione dei mutui fatta da Cdp (si tratta di un semplice procrastinamento nel tempo del pagamento, con relativo aumento degli interessi) e di rivendicare per il biennio 2020-2021 mutui a tasso zero per gli investimenti dei Comuni;</p>



<p><strong>d)</strong> di annullare tutti i debiti dovuti a derivati;</p>



<p><strong>e)</strong> l&#8217;apertura del Fondo nazionale di solidarietà per i Comuni -sulla base dell&#8217;attuale Fondo di solidarietà comunale- per garantire a tutti i Comuni tutte le risorse necessarie per l&#8217;emergenza economica e il riavvio delle comunità locali.</p>



<p>L’importanza di questa atto deliberativo ha immediatamente avuto un’eco di rilevanza internazionale tant’è che lo stesso <strong>Eric Toussaint</strong>, presidente del <strong><a href="https://www.cadtm.org/">CADTM International</a></strong>, ha reputato necessario inviare un messaggio di congratulazione alla città di Napoli e alla sua amministrazione:</p>



<p><em>«In qualità di portavoce di CADTM International ed ex membro della Commissione di controllo del debito dell&#8217;Ecuador (2007-2008) ed ex coordinatore scientifico della Commissione di controllo del debito istituita dal Presidente del Parlamento greco nel 2015, desidero congratularmi con il Comune di Napoli per l&#8217;enorme lavoro svolto per prendere decisioni chiare ed eque sui debiti illegittimi rivendicati dalla popolazione napoletana. Il lavoro che avete svolto è un esempio per altri comuni in Europa e altrove».</em></p>



<p><strong>Redazione Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/04/26/la-citta-di-napoli-annulla-i-debiti-ingiusti-e-illegittimi/">LA CITTÀ DI NAPOLI ANNULLA I DEBITI INGIUSTI E ILLEGITTIMI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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