di Dario Oropallo*

Che la fase 2 fosse cominciata con un po’ di anticipo, nel capoluogo campano, era evidente: già il 20 aprile un gruppo di militanti, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate coglieva l’occasione delle spese di solidarietà per svolgere uno striscione in una semi-deserta piazza del Plebiscito, ai piedi della Prefettura. Quello striscione invitata a creare un vero reddito di emergenza o, come si era inizialmente ipotizzato, di quarantena, e di estendere e rendere più chiari i meccanismi di accesso alle varie tipologie di bonus introdotti dallo Stato e a disposizione delle istituzioni comunali e regionali. Delle circa venti persone presenti, la metà è stata multata per violazione del dcpm e delle misure anti-contagio.

Il 25 aprile, giornata simbolica in cui si è sempre cercato di unire l’azione con l’immaginazione, si concordò di intervenire nei quartieri e nei territori delle “periferie” della città e dell’area metropolitana – è opportuno ricordare come, quando si parla di “periferie”, Napoli rappresenti un caso specifico: parte del suo Centro Storico e dei quartieri limitrofi, nonostante la trasformazione del turismo di massa degli ultimi dieci anni, è e continua ad avere abitanti per lo più “periferici” e rientranti in categorie fortemente deprivate. Sia nel quartiere di Bagnoli (periferia occidentale), che al Centro Storico, i e le militanti sono stati multati e denunciati: alla sopraccitata multa di violazione anti-Covid, si aggiunge quella di manifestazione non autorizzata. Se la risposta degli e delle abitanti a Bagnoli scoraggia qualsiasi atto di forza delle ffoo, al centro si sfiora quasi una carica. Pochi giorni dopo anche a Quarto, nell’Area Flegrea, un presidio sostenuto dalle brigate di solidarietà del territorio – determinato dalla mancanza di chiarezza e dal non aver erogato i fondi previsti per i buoni spesa da parte dell’amministrazione comunale – diviene occasione per commissionare una serie di accuse gravi (tra cui anche violenza e adunata sediziosa), oltre a imporre i 14 gg di quarantena fiduciaria ai e alle militanti presenti.

Il 1° maggio le azioni sono leggermente ridimensionate: complice l’avvicinarsi di un primo allentamento delle misure, ci si concentra su forme di controinformazione attraverso le brigate di solidarietà. Intanto, però, sui luoghi di lavoro comincia a montare la protesta. I sindacati di base del Si Cobas e dell’Adl Cobas dichiarano 48 ore di agitazione, dando inizio a un domino che porterà a una serie di azioni che sfoceranno nello sciopero nazionale della TNT-FedEx. In prima linea ci sono i lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento di Teverola (CE). Dal punto di vista nazionale, invece, sono la campagna di reti sociali Vogliamo Tutto e la costruzione del cd Patto d’azione per un fronte unico anticapitalista a impegnare la maggioranza dei e delle militanti.

Nel frattempo la maggioranza delle vertenze metropolitane, in particolare quelle inerenti il lavoro e il Movimento di Lotta – Disoccupati 7 Novembre, sembrano essere arrestate. Nonostante il progressivo aumento delle libertà concesse, con anche le prime riaperture effettive, le risposte delle istituzioni locali continuano a mancare. Quest’assenza di chiarezza trasversale ha portato circa trecento persone – lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, disoccupati e disoccupate, militanti e abitanti – a sostenere una prima manifestazione collettiva sabato 23 maggio. Emblematico lo striscione aperto in piazza Dante: “la crisi è vostra e non la pagheremo”.

La piazza, prevalentemente composta da lavoratori e lavoratrici dei sindacati di base (SiCobas e Adl Cobas), disoccupati e disoccupate (7 Novembre e Bros), militanti delle reti solidali e dei collettivi napoletani, abitanti delle periferie e del Centro Storico, chiedeva una serie di prese di posizione alle istituzioni e mira a creare un’alternativa anticapitalista nello spazio di possibilità aperto dalla crisi socio-sanitaria. Proprio l’assenza di risposte concrete aveva spinto i e le manifestanti a chiedere di raggiungere – in forma di passeggiata e senza assembramenti – la sede del comune di Napoli, in piazza Municipio. Dopo una serie di provocazioni, che avevano spinto a formare un corteo selvaggio tra le strade di Montesanto e dei Quartieri Spagnoli, successivamente le ff.oo. avevano provocato i e le manifestanti nell’attraversamento della centrale via Toledo, dove erano state respinte con irremovibile freddezza. Arrivati in piazza Municipio e ottenuto un incontro, conclusosi poi in serata, le realtà in piazza avevano ottenuto un’apertura di un dialogo tra i percorsi sociali e le istituzioni.

La settimana successiva, tra il 25 e il 31 maggio, era stata contraddistinta da un’azione presso la principale sede INPS partenopea e, poi, da una doppia manifestazione in piazza del Plebiscito. Nella prima una serie di famiglie e di brigate solidali cittadine avevano strappato un incontro con l’INPS locale, ottenendo che si facesse chiarezza sui motivi per cui circa mille nuclei famigliari non avessero ricevuto né aiuti per l’emergenza, né il reddito di cittadinanza. Il secondo, invece, aveva visto confluire da una parte un flash mob dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo e la piazza di “cerchi tematici” del coordinamento metropolitano nato nei giorni del confinamento fisico. Il flash mob appariva come una realtà composita ed eterogenea in cui, oltre ad azioni più spettacolari come silenzio e cori, si sono “sfiorati” anche chi era ed è realmente precario (attori/attrici, tecnici audiovisivi, operai, costumisti/e e scenografi/e) e coloro che finora si erano arricchiti sfruttando quest’ultimi (in particolare l’intervento della FEDAS, emblematicamente conclusosi con il fallimentare tentativo di lanciare un coro «Tutti a Roma»).

La seconda parte della giornata, invece, ha visto un vivace confronto ripartito per “cerchi tematici”: una pratica già adoperata in passato nella discussione e nella costruzione di percorsi collettivi metropolitani, che ha saputo far emergere le principali criticità dell’attuale fase e della gestione cittadina istituzionale. L’assemblea, conclusasi solo nella prima serata, ha così deciso di riaggiornarsi tra due sabati con una nuova tornata di cerchi presso il Bosco di Capodimonte – il principale parco di Napoli, al centro di un’aspra polemica tra il direttore/sceriffo Sylvain Bellenger, sostenitore di una campagna di fortissime e persecutorie restrizioni nell’accesso al bosco post-emergenza, e gli e le abitanti dell’omonimo quartiere. Anche nelle periferie e nelle città limitrofe, come Quarto, si comincia ad agire: a Pozzuoli le reti sociali hanno costruito una giornata di pulizia delle (poche) spiagge pubbliche che, anche per la risonanza territoriale, sembrerebbe aver strappato il placet delle istituzioni locali a una loro riapertura – inizialmente limitata ai soli lidi a causa del Covid.

Sabato 6 giugno, ancora una volta, due piazze si “alterneranno” sul palcoscenico di Napoli: la mattina ci sarà il primo atto del Fronte Unico, una realtà nazionale che mira a riunire reti sociali, come la campagna di Vogliamo Tutto, e lavoratori/lavoratrici politicizzati, in particolare dei sindacati base; il pomeriggio un gruppo di studenti e studentesse dell’Università Orientale, il principale ateneo di relazioni internazionali, lingue e lettere comparate della città, hanno invece convocato un presidio di solidarietà con i e le manifestanti statunitensi, in lotta contro il razzismo e il classismo di Stato degli USA.

La sensazione è che si stia creando una sorta di ritualità nell’azione e che, anche se con realtà, visioni e protagonisti/e profondamente differenti, quelli costruiti dalla metà di aprile fino a maggio possano essere definiti dei veri e propri act. Come gli act, infatti, questi non sono immediatamente “etichettabili” ma sembra che, tra di essi, si aggiri uno spettro: è lo stesso spettro che spinge a dire che la crisi sanitaria non può trasformarsi in crisi sociale; che la fase 2 non può costruirsi sui diktat di Confindustria o sul desiderio individualista di evasione; che i lavoratori e le lavoratrici, di qualsiasi settore, non sono carne da macello. È impossibile pronosticare quali sviluppi possano esserci nelle prossime settimane e se queste mobilitazioni riusciranno a “uscire” dalla loro dimensione vertenziale per costituire quel “patto d’azione” necessario a qualsiasi livello – dall’internazionale al territoriale. Eppure mi sento di affermare che quanto accaduto finora appaia, in retrospettiva, come una possibile “fase di premonizione” prima di una nuova eruzione.

*Redazione Malanova

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