LA SALUTE NON È IN VENDITA!

Il Ministero della Salute ha reso noti in questi giorni i risultati contenuti nelle griglie di valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), sigla che indica le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento del ticket, con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale.

I dati pubblicati collocano, per l’ennesima volta, la Calabria all’ultimo posto con un punteggio (136) addirittura inferiore rispetto a quello dello scorso rapporto ministeriale (144) nonostante il commissariamento regionale del settore doveva porre riparo proprio a questo grosso ed annoso deficit.

Qui la prima considerazione: quando gli interventi di “risanamento” sono solo di natura economica e mirano al paraggio del bilancio di settore, il risultato è questo! Soldi a pioggia ai privati e carenza nel servizio fornito ai cittadini. Si privatizzano, come al solito, i profitti e si socializzano le perdite e gli effetti del mal governo!

La sanità calabrese, è inutile ribadirlo, è tra le più care ed inefficienti d’Europa perché depredata da interessi privati: migliaia le morti (evitabili) che si sono verificate in questa situazione deficitaria e molte altre arriveranno finché questa logica continuerà a dominare.

In barba all’art. 32 della Costituzione, i cittadini calabresi hanno minore aspettativa di vita rispetto al resto d’Italia e d’Europa perché sono penalizzati da situazioni ambientali e sociali di grave rischio, una povertà diffusa e una sanità data in pasto al malaffare e alla clientela corporativa.

La salute e la sanità sono sottoposte a ripetuti attacchi e a tagli di spesa pubblica che producono e favoriscono diseguaglianze nella tutela e nell’accesso alle cure. Contemporaneamente viene incentivato l’ingresso in sanità di gruppi privati, con un obiettivo chiaro: fare profitto sulla nostra salute.

Come in tutta Europa, anche in Italia assistiamo a un sistematico definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale: piccoli ospedali e servizi territoriali vengono chiusi o depotenziati; la moltiplicazione di visite ed esami, favorita dal pagamento a prestazione, produce liste d’attesa che rendono difficile ottenere in tempi opportuni le cure realmente utili e non garantiscono l’accesso a migliaia di persone; le condizioni di lavoro di chi opera in ambito sanitario peggiorano.

L’attuale proliferazione di coperture sanitarie assicurative private o mutualistiche – purtroppo inserite anche nei contratti collettivi di lavoro – indebolisce ulteriormente il sistema, creando una situazione a due velocità: un servizio sanitario pubblico “al ribasso” per i meno abbienti (o per chi non ha una sufficiente tutela contrattuale) e una sanità privatizzata differenziata per chi se la può pagare (o a seconda dei diversi benefit previsti dal proprio ruolo lavorativo).

Un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, come dimostrano tutti gli studi comparativi internazionali, è invece meno caro e tutela tutta la popolazione.

Sul fronte regionale, i passati interventi (decreto n. 64 /2016 ed il n. 30/2016) dell’ex commissario ad acta alla sanità, Massimo Scura, hanno mirato ad una riorganizzazione delle reti assistenziali con nuovi ed ulteriori tagli ai servizi sanitari e favorendo al contempo un modello di sanità privata; tutto questo nonostante le evidenti carenze del sistema sanitario regionale, come evidenziato, ad esempio, da un recente studio condotto dall’università svedese di Göteborg sulla qualità della sanità in Europa, che colloca la Calabria all’ultimo posto tra le 172 regioni europee.

Ma anche i dati sulla qualità dei servizi delle pubbliche amministrazioni prodotti del famigerato Cnel non smentiscono la tendenza confermando, ancora una volta, che il sistema sanitario calabrese è il peggiore che ci sia in Europa.

A chi, allora, conviene privatizzare e commercializzare la salute?

Sicuramente all’industria farmaceutica e ai produttori di apparecchiature sanitarie, ai grandi gruppi di cliniche e case di riposo private (che in Calabria sono oltre 450) e alle compagnie assicurative, che fanno profitti con i nostri soldi (ticket, compartecipazione alla spesa, rette, premi).

Da poco più di un mese sono stati nominati, alla guida del sistema sanitario regionale, il nuovo commissario, il generale dei Carabinieri Saverio Cotticelli e il subcommissario Thomas Schael.

Ci sembra troppo presto per esprimere un giudizio sul loro operato.

Di certo non ci ha mai convito – e questo in generale – la logica del commissariamento che, di fatto, priva un’intera Regione dei poter decisionali e deresponsabilizza il ceto politico dalle loro responsabilità politiche, amministrative e governative riducendo, nella fattispecie, il settore sanitario ad un mero settore tecnico; come se, appunto, l’eterna crisi del sistema sanitario in Calabria fosse solo una questione di bilanci da sistemare e non invece una scelta di indirizzo politico e sociale da parte di chi ci governa.

E qui, a nostro avviso, entrano in gioco quelli che vengono definiti i determinanti socio-sanitari.

I determinati socio-sanitari sono tutti quei fattori, ordinati gerarchicamente, che stabiliscono l’incidenza di una determinata malattia su un individuo. Ad esempio, prima troviamo il contesto politico e socio-economico generale, ossia la società capitalista in cui viviamo, poi i determinanti strutturali del singolo individuo (classe sociale, razza, genere etc.), ed infine l’accesso alle risorse e gli stili di vita individuali.

A tar riguardo un recente studio pubblicato in Francia dall’Agenzia Nazionale di Salute Pubblica mette in risalto un dato sconvolgente: quindici mila casi di cancro ogni anno sono attribuibili alla sola classe sociale del malato.

In questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di “sensibilizzazione” (spesso colpevolizzanti e paternaliste) per far cambiare alle persone le loro “cattive abitudini” alimentari o legate al consumo di alcol e tabacco ma ancora una volta viene evidenziato che il problema si trova altrove ossia nei determinanti socio-sanitari che influenzano in maniera decisiva l’emergere di patologie gravi e mortali.

È ovvio quindi che i singoli comportamenti sono fondamentali ma sono fortemente influenzati dalla collocazione sociale delle persone. Junk food, cibi troppo salati o dolci, stile di vita irregolare non sono solo scelte dettate dai gusti ma dalla disponibilità di soldi e di tempo, le due cose che mancano a chi si trova in basso alla piramide sociale.

Lo studio francese evidenzia inoltre che le classi popolari sono maggiormente vittima in particolare di cancro alle vie respiratorie e digestive: inquinamento atmosferico, consumo di tabacco e malattie professionali sono direttamente legate a questa “sovra-rappresentazione” delle popolazioni precarie tra i malati. C’è poi la questione lavoro: usurante quando lo si trova, stressante quando non lo si trova, tutte situazioni tipiche di chi vive una situazione di precarietà.

Anche il luogo di residenza conta molto, vivere in prossimità di strade trafficate o luoghi inquinati sono altrettanti fattori di rischio che possono avere effetti devastanti, un recente studio di Lancet, che ha avuto una larga eco sulla stampa italiana e internazionale, ha messo in evidenza che vivere vicino alle strade principali aumenta significativamente il rischio di malattie neurologiche. E non sono certo i ricchi a vivere costantemente esposti a smog e clacson.

I nessi quindi tra questioni ambientali e diritto alla salute ed alle cure sono del tutto evidenti in una regione in cui, tra l’altro, non esiste uno studio sistematico tra lo sviluppo di alcune malattie e i determinanti socio-ambientali.

Ma un altro aspetto che spesso viene sottaciuto è quello legato al meccanismo che genera la cosiddetta povertà sanitaria. Più i soldi mancano e meno si fanno visite mediche, e anche qualora si facciano spesso non ci sono le risorse per curarsi.

In Italia, secondo una ricerca del Censis, nel 2016 sono 11 milioni le persone che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie a causa delle difficoltà economiche, 2 milioni in più di quanti se ne contavano quattro anni prima.

Inoltre sempre più famiglie si rivolgono agli enti assistenziali per le medicine di cui hanno bisogno e la loro percentuale è salita dell’8,3% nel 2016 rispetto all’anno precendente.

Nel recente Rapporto Donare per curare: Povertà sanitaria e Donazione Farmaci, promosso dalla Fondazione Banco Farmaceutico si può leggere che in 3 anni la richiesta di farmaci è salita del 16%. Gli utenti complessivi sono cresciuti nel 2016 del 37,4% con i 1.663 enti sostenuti da Banco Farmaceutico che hanno aiutato oltre 557mila persone, il 12% dei poveri italiani. Gli aumenti maggiori si evidenziano al Nord Ovest (+90%) e al Centro (+84%). La crescita più significativa è tra gli stranieri (+46,7%), i maschi (+49%) e le persone sopra i 65 anni di età (+43,6%).

I dati appaiono quindi abbastanza trasversali tra il Nord e il Sud del Paese, con un nord colpito maggiormente dalla crisi e dai processi di impoverimento e “decetomedizzazione” (o proletarizzazione se vogliamo) nonostante i livelli LEA pongono le strutture sanitarie del nord ai primissimi posti in termini di prestazioni e qualità.

Ad ogni modo sono sempre e comunque le fasce sociale deboli o indebolite ad essere colpite dalla mala sanità e dai processi di privatizzazione nel settore.

A dare conferma di tutto ciò, una recente inchiesta de l’Espresso ha portato alla ribalta dati preoccupanti circa la mancanza, per molti abitanti, dell’accesso al medico di base.

Sono Italiani privi di domicilio o che vivono in case occupate, figli di immigrati irregolari che frequentano le nostre scuole, lavoratori comunitari con permesso di soggiorno scaduto: circa 500mila persone non hanno una regolare iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Tra queste una larga parte sono bambini a cui viene negato l’accesso alle cure riconosciuto dalla Costituzione.

Una situazione che il cosiddetto decreto Lupi ha inumanamente esasperato solo per la becera volontà di contrastare le occupazioni a scopo abitativo, mettendo la residenza al centro di tutte le procedure burocratiche.

Per le cure urgenti quindi rimane solo il pronto soccorso: una sorta di take-away della salute a cui ci si rivolge nell’85% dei casi per ricevere cure “non essenziali”. Ma anche qui il servizio sanitario, nel tentativo di ridurre le spese, ha eretto una giungla normativa e burocratica, esasperata dal federalismo sanitario, creando differenze abissali fra regione e regione.

Si è stimato, ad esempio, che il costo di un intervento medio in pronto soccorso si aggira sui 250 euro, con punte di 400 euro e un minimo di 150 euro. Una cifra che fa paura se moltiplicata per i grandi numeri che oggi aziende ospedaliere registrano.

Tutto questo perché la logica dell’accentramento geografico delle strutture sanitarie, il taglio lineare alle spese sanitarie e le privatizzazioni spinte producono una massa enorme di poveri, di senza tetto e fasce impoverite che ricorrono appunto a quello che abbiamo definito l’ultima spiaggia, il Pronto Soccorso.

Per contrastare questa deriva noi, e tutte le persone che difendono una sanità pubblica di qualità, solidale, gratuita e universale, lavoriamo per delle politiche alternative: per un finanziamento del sistema adeguato, per la scelta di servizi di cure primarie, per l’attenzione ai determinanti sociali della salute (lavoro, reddito, educazione, ambiente), per i farmaci generici. Le persone devono poter contare e poter decidere le priorità per tutelare la salute.

Una adeguata politica sanitaria che ridii dignità al malato, garantisca un accesso alle cure e soprattutto che metta al centro una politica sanitaria basata sul benessere e la prevenzione, non può far a meno di alcuni passaggi fondamentali tra i quali:

 

  • la centralità della prevenzione e della promozione della salute in tutti gli aspetti della vita e del lavoro;
  • prestazioni sanitarie efficaci e, soprattutto, accessibili a tutte e a tutti, senza vincoli di cittadinanza;
  • un finanziamento del settore sanitario basato sulla fiscalità generale;
  • protezione della sanità da logiche di mercato;
  • ruolo attivo delle persone nei propri percorsi di cura e nella definizione delle politiche di salute.

 

Vogliamo poi una sanità che non si limiti a erogare passivamente servizi e prestazioni, ma che sia attiva nel comprendere i bisogni di salute della popolazione e nel garantire programmi condivisi di prevenzione e promozione della salute.

Vogliamo che la presa in carico della persona sia multiprofessionale e multidisciplinare, integrando sistema sanitario e socio-assistenziale.

Crediamo, in fine, che sia indispensabile ripartire dalla formazione dei futuri professionisti e delle future professioniste sociosanitarie, per sviluppare contenuti e competenze per un approccio globale al la persona.

Niente su di noi, senza di noi!

Salute per tutte e tutti e accesso universale alle cure!

Diritti sociali, economici, culturali e ambientali per tutte e tutti!

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Gennaro MONTUORO

12.01.2019