Hobo Bologna: APPUNTI SULLA CRISI DELLA MILITANZA

Possiamo definire la crisi odierna come una doppia crisi: del capitale e della militanza o soggettività politica antagonista.

Molto si è parlato della prima, troppo poco della seconda.

Cosa intendiamo per crisi della militanza? Intendiamo una crisi della composizione politica nell’intreccio tra forme di militanza, organizzative e di vita, che va di pari passo con la crisi della politica istituzionale.
Per questo motivo, potremmo parlare di una crisi della dimensione politica in generale e per come l’abbiamo conosciuta.

Come si può ben immaginare, crisi del capitale e crisi della dimensione politica sono strettamente legate. Infatti, dopo anni di politiche di impoverimento e precarizzazione, all’interno della composizione sociale si è sviluppata una certa diffidenza da ogni tipo di rappresentanza politica. Questa diffidenza è stata spesso definita, soprattutto in senso negativo, come antipolitica, senza tenere in conto del potenziale che portava in grembo tale malcontento diffuso.

L’antipolitica non è stata altro che un sintomo, una reazione nella sua parte distruttiva alla crisi del capitale, la quale ha prodotto una composizione sociale ambivalente e intrisa di contraddizioni proprio perché colpita materialmente.

È stato purtroppo l’incompreso degli ultimi 10 anni: durante il movimento dell’Onda tutti i media parlavano di antipolitica, e se da una parte i militanti non avevano avuto la capacità di rapportarsi con essa e di interpretarla, di dargli una direzione, dall’altra l’odio contro il ceto politico corrotto venne direzionato verso la cosiddetta tecnocrazia, ovvero se i politici sono corrotti mandiamo al governo i professori.

Intanto anche la nostra forma militante e organizzativa veniva travolta da quella del ceto politico: i militanti venivano infatti visti come dei rappresentanti politici, e le assemblee di movimento come dei piccoli parlamenti.

Invece di fungere da stimolo per cercare nuovi strumenti per rapportarsi con la composizione sociale, il sentimento di antipolitica ha piuttosto provocato degli effetti di verso opposto: quando questa era diretta contro la politica istituzionale, veniva interpretata come una sorta di nichilismo verso l’intera società, mentre quando era diretta contro le stesse organizzazioni di movimento veniva a sua volta vista con diffidenza.

Se già le forme organizzative di movimento, prima fra tutti quella dei centri sociali, stava pian piano esaurendo la propria forza, questo odio contro la politica in generale contribuì ad aumentare le distanze tra militanti e composizione di classe.

Molte organizzazioni si rinchiusero sempre più verso l’interno, pensando a come far sopravvivere il proprio giardinetto piuttosto che spingersi verso l’esterno e affrontare queste nuove soggettività che esprimevano comportamenti ambigui, mentre i militanti si facevano rappresentanti di un movimento che li guardava con scetticismo.

La militanza divenne dunque sinonimo di gestione routinaria dell’esistente, e si venne a formare quello che potremmo chiamare “ceto politico di movimento”.

Questo è stato forse l’errore più grande degli ultimi anni: siamo stati incapaci di radicarci nei processi sociali, nella composizione di classe, e di costruire organizzazioni protese verso l’esterno. Ci siamo arroccati invece nelle nostre organizzazioni interne come se fossero porti sicuri, per poi scoprire che non lo erano affatto.

Possiamo oggi continuare a parlare di antipolitica in questi termini? Probabilmente no.

Non siamo di fronte ad una fase di antipolitica, o meglio, questa viene nominata proprio da chi finora ha appoggiato le tecnocrazie e le politiche neoliberali. Sul livello della composizione sociale sembra invece che siano in atto dei processi di politicizzazione che sicuramente assumono tratti ambivalenti.
Assistiamo per esempio al fatto che la gente inizia a contestualizzare il problema della propria condizione di vita, seppur non individuando nemici in particolare, individuando i nemici sbagliati, o ancora puntando il dito contro chi non ci aspettavamo.

Nella doppia crisi del capitale e della militanza i problemi per noi sono tanti: come affrontiamo la crisi rispetto alla composizione sociale? Come si struttura la soggettività militante tra crisi economica e crisi della militanza?

Anzitutto, dovremmo rifuggire due tendenze.

La prima è quella volontaristica, per cui il contesto è nulla e la volontà è tutto: ciò porta ad avere inizialmente una dose di insensato entusiasmo che poi si scontra con la realtà.

Sicuramente nell’immediato il discorso è più attraente visto che quantomeno si prova ad agire in modo attivo; tuttavia, in questo caso il militante non tiene affatto in considerazione il contesto materiale in cui il capitale produce soggettività accettanti, e crede che la propria condizione possa rappresentare un punto di vista imparziale per misurare la medietà dei soggetti sociali.

La seconda tendenza è quella oggettivista, per cui la volontà è nulla e il contesto è tutto: in questo caso, la crisi della militanza è considerata come un dato di fatto da imputare a fattori totalmente esterni, per cui si pensa di gestire l’esistente aspettando che le lotte bussino alla porta.

Il militante non interroga se stesso e le proprie forme di organizzazione, e considera la composizione tecnica, ad esempio perché più povera o più sfruttata nelle sue condizioni oggettive, come già in sé antagonista.

Partendo da presupposti diversi, entrambe le tendenze portano agli stessi risultati: depressione e ritorno al privato a volte, ma nella maggior parte dei casi assistenzialismo e trasformazione della militanza in un servizio.
Tali visioni estetizzanti della realtà sviano la soggettività militante e creano cortocircuiti autoreferenziali. Basti pensare alla questione dei linguaggi e delle pratiche: ci ripetiamo da anni che abbiamo bisogno di nuovi linguaggi e nuove pratiche, quando la realtà è che nessuno di noi può inventarseli, sono le singole soggettività a farlo.

La nostra sfida, nel mezzo di queste due tendenze, sta nel mettere la volontà sui piedi del materialismo, creare un rapporto dialettico tra volontà e contesto.

Dovremmo a tal proposito agire contemporaneamente su due versanti.

Uno esterno, che ci porti ad individuare delle scommesse per dar corpo a dei tentativi di trasformazione dell’esistente. Ciò è possibile solamente a partire dall’utilizzo dell’inchiesta.

In altre parole, dobbiamo ammettere in modo schietto che non conosciamo i desideri di questa nuova soggettività prodotta in un contesto di crisi permanente e politiche di austerity.

Quello che scopriremo potrà anche non piacerci, anzi, potrebbe a volte suscitare qualche timore, ma più l’idea che ci eravamo fatti risulta lontana dalla realtà e più ci accorgeremo che la direzione in cui procediamo è quella giusta.

Ciò che conta, infatti, non è se il desiderio di un soggetto sia più o meno puro, più o meno simile al nostro, ma se quel desiderio produce una mobilitazione reale, una volontà di riscatto.

Ad esempio, partendo dall’antipolitica, la sfida che ci attende potrebbe essere quella di ribaltare questo odio contro la rappresentanza, rivendicare le promesse che ci hanno fatto in questi anni, e provare a creare processi di controsoggettivazione a partire dal tradimento di tali promesse.

Una volta individuate delle scommesse su cui agire, non dobbiamo avere la presunzione che possano essere corrette a priori, verificandole di volta in volta. Perché se qualcosa non va, la colpa non è sicuramente della composizione con cui proviamo ad interagire, ma esclusivamente nostra.

L’altro versante è quello interno, e riguarda il come si struttura la soggettività dentro la doppia crisi di cui abbiamo parlato.

Ci deve essere sempre un nodo di collegamento tra il versante esterno e quello interno, bisogna essere sempre protesi all’esterno nella propria forma organizzativa e di militanza, senza aver paura di ribaltarla completamente da un giorno all’altro quando non funziona più. Anzi, il problema maggiore è se mai l’opposto: è quando si inizia a pensare che la propria forma organizzativa possa rimanere immutata per sempre, che si perde qualsiasi possibilità di incidere sul reale e la spinta rivoluzionaria che inizialmente si aveva muore lentamente.

Insomma, è arrivata l’ora di strapparci di dosso una volta per tutte le solite etichette e appellativi che ci diamo solamente per sentirci confortati ideologicamente, per nominarci rappresentanti di segmenti sociali che non esistono più da anni. Queste cose le lasciamo tranquillamente alla sinistra.

Per concludere, vogliamo sottolineare che queste considerazioni e critiche le facciamo a partire da noi stessi, da chi quelle esperienze le ha vissute in prima persona, con tutte le ricchezze e i limiti del caso. Non esistono analisti di movimento che danno giudizi a posteriori e dall’esterno, e chi lo fa è perché non vuole mettersi in gioco fino in fondo.

La crisi della soggettività politica antagonista ce la portiamo tutti dentro, è inutile negarlo; sarebbe però ora di andarle incontro, non limitarsi a descrivere la situazione che stiamo vivendo, ma iniziare a trasformarla.

D’altronde, lo abbiamo già detto, la militanza non è una medaglia da attaccare sulla felpa per esibirla in giro, ma un modo di guardare e di stare al mondo.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni