REDDITO DI INCLUSIONE?

Secondo il report dell’ISTAT, la condizione di povertà assoluta interessa quattro milioni e 598mila italiani. Quasi l’8% per cento della popolazione residente in Italia nel 2015 è risultato sotto la soglia reddituale minima (circa 1,6 milioni di famiglie). Il report evidenzia che il fenomeno è in aumento al Nord, mentre al Sud permane la tragicità e l’ampiezza che il disagio economico ha da sempre.

Come risposta a questa grave situazione il Governo decide di varare il cosiddetto Reddito di inclusione, uno strumento molto diffuso in Europa e che mancava praticamente solo in Italia

Le risorse stanziate – 1,6 miliardi di euro che comprendono anche i fondi non spesi l’anno scorso – secondo alcune stime saranno sufficienti per alleggerire, non certo per risolvere, la condizione drammatica di soli 600mila nuclei familiari. Nessun paragone è possibile con la proposta redatta dall’Alleanza contro la povertà (Caritas, associazioni, sindacati ed enti locali) in cui si calcola, infatti, che occorrerebbero risorse ben più cospicue – circa 7 miliardi – per dare un aiuto minimo a tutti i 4,6 milioni di poveri assoluti.  I numeri salgono ulteriormente se prendiamo in considerazione la proposta di “Reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle che prevede un beneficio di circa 720 euro al mese, anche se condizionato alla disponibilità a lavorare e a uno stato di bisogno, per una spesa stimata di oltre 15 miliardi di euro l’anno.

Quindi si tratta solo di bruscolini, un aiuto che va dai 200 ai 500 € mensili per nucleo familiare e che interesserebbe solo il 30% degli italiani in condizioni di bisogno economico.

A ridimensionare ulteriormente il reale impatto che questo strumento avrebbe sulla vita reale arriva anche la denuncia de “il Fatto Quotidiano” che evidenzia come “nel frattempo sono stati tagliati di ben 310 milioni due Fondi con cui vengono finanziati servizi destinati proprio alle fasce più deboli della popolazione. Una beffa: mentre il ministro del Lavoro e del Welfare Giuliano Poletti rivendica il ‘passo storico’ rappresentato dall’introduzione di “una misura universale fondata sull’esistenza di una condizione di bisogno economico e non più sull’appartenenza a particolari categorie (anzianidisoccupati, disabiligenitori soli, ecc.)”, si sottraggono risorse agli interventi di welfare destinati a quelle stesse “particolari categorie”. Oltre che ai centri antiviolenza e ai servizi per la prima infanzia, per l’inclusione sociale e per la presa in carico da parte della rete assistenziale. Con una mano, dunque, il governo si prepara a distribuire 1,6 miliardi a 1,77 milioni di poveri, con l’altra toglie finanziamenti all’assistenza a persone e famiglie.”

Siamo ancora lontanissimi, dunque, dal “reddito di cittadinanza universale”, da uno strumento che possa effettivamente e concretamente combattere il dramma di tante esistenze precarie costrette nell’inferno della “povertà assoluta” e realizzare una più equa distribuzione della ricchezza.

MALANOVA VOSTRA!

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