BISOGNA ODIARLI PER AMARE.

Michele, 30 anni, precario, si è ucciso.
Ha abbandonato l’insostenibile pesantezza di una vita precaria che consuma la dignità, la speranza. Michele è solo l’ultimo delle tante vittime di questo sistema, l’ultimo delle vittime della crisi infinità iniziata nel 2008 che ha moltiplicato il disagio sociale. Il male di vivere è una patologia dalle molteplici facce: l’aumento del disagio mentale, degli psicofarmaci, il tunnel della depressione e il suicidio sono solo alcuni dei mille volti individuali in cui si esplicita un male collettivo. Michele è scappato della vita perché il neoliberismo ha compiuto la sua operazione più ambiziosa e difficile. Il neoliberismo non è solo la religione fasulla di un libero mercato che non concepisce lo stato se non nell’aiuto ai più ricchi, non è semplicemente la mercificazione dell’esistente per cui natura, affetti e vita diventano oggetto di profitto, non è solo il furioso azzeramento delle conquiste passate e dei diritti sociali, non è solo l’austerità e quella lotta di classe dall’alto travestita da scienza esatta delle finanze. Il neoliberismo è il progetto di un “uomo nuovo” cosi diverso dal nostro.
Un uomo prigioniero della solitudine e di una “società che non esiste”, capace di cogliere le meravigliose sorti del libero mercato oppure perdente, in grado di abituarsi ai decibel del frastuono consumista oppure condannato all’oblio dell’anonimato, furioso nelle mille vite virtuali che si può costruire ma novello schiavo del potere infinito di pochi nel mondo reale.
La precarietà come forma attuale dello sfruttamento capitalista non viene percepita livello popolare, non esiste lo sfruttatore e lo sfruttato ma siamo noi bamboccioni, sfatigati e sfigati l’unica causa dei nostri mali.
Il nostro compito, infinito e necessario, è riscrivere un alfabeto del presente capace di mostrare lo sfruttamento, di odiare gli sfruttatori, di combatterli.

Michele non ha scritto un atto d’accusa al capitalismo ma a noi comunisti.
Perchè nella nostra incapacità di costruire una prospettiva rimane la fuga nella morte, nella nostra debolezza nel costruire un noi collettivo in cui non esiste la solitudine la prigionia della depressione.
Bisogna odiarli di nuovo per amare la rivoluzione. Per ogni singolo Michele che fugge e Abdel che affoga bisogna odiare. Per ogni volta che lo sguardo inquieto verso il mondo di occhi intolleranti al cinismo diventa debolezza, che la sensibilità diventa patologia bisogna odiare per amare la rivoluzione.
E la nostra rivoluzione non è lontana utopia ma un mondo all’altezza della maggioranza dell’umanità che lo abita, sottratta alla minoranza che lo consuma. Divisi siamo niente, uniti siamo tutto.

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