Il Donbass, l’avvenire e noi

_GQ9k5A poco meno di un mese dallo scioglimento della InterUnit, il reggimento internazionalista di partigiani di vari paesi europei e non, stanziato in Novorossia a difesa delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, si inaspriscono gli attacchi condotti dall’esercito governativo ucraino appoggiato dalle milizie dichiaratamente nazifasciste di Svoboda e Pravy Sektor. La InterUnit aveva optato per la smobilitazione a metà gennaio perché allora si registrava una riduzione degli scontri, tale da far parlare di “nessuna guerra, nessuna pace”, fiduciosi nel lavoro delle diplomazie per riaprire la trattativa che se pur con tante contraddizioni si era aperta con il trattato di Minsk due anni fa e coscienti della necessità di dover favorire in Donbass la costituzione di un esercito regolare alla luce degli avanzamenti registrati nel percorso di consolidamento delle esperienze di governo del territorio. Ma è del tutto evidente come la strategia di Kiev piuttosto che orientata al dialogo e alla tregua sia quella di annientare la resistenza popolare del Donbass ed il tentativo di autogoverno democratico sperimentato nell’est del paese, minacciare attraverso vili atti terroristici come quelli  ripetuti contro i capi delle formazioni partigiane, la delicata normalità che le milizie popolari nuovorusse stanno cercando di ristabilire tra la popolazione, nonché riappropriarsi di una porzione di territorio che è poi la più ricca sia dal punto di vista energetico che industriale.

Gli scontri degli ultimi giorni hanno causato oltre trenta morti tra civili e militari e la distruzione di diverse infrastrutture strategiche per la vita delle comunità della Novorossia, impianti elettrici ed idrici. Dal canto suo Kiev, forte dell’appoggio delle consorterie occidentali, che presiede proprio in questi giorni il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha perso tempo per puntare il dito contro Mosca additandola come responsabile dell’escalation di violenze e richiedendo l’intervento dei caschi blu dell’ONU.

Ma le pallottole e le bombe sganciate dall’esercito ucraino sui civili e sulle infrastrutture del Dondass portano il marchio della Nato e dell’UE e ciò è difficilmente controvertibile. UE ed USA dopo che in maniera spudorata hanno finanziato e promosso i velati tentativi di regime-change   attraverso l’appoggio di fantomatiche rivoluzioni arancioni, ora passano dalla propaganda politica al sostegno diretto alle operazioni militari, addestrando reparti nazifascisti in ucraina, equipaggiandoli di artiglieria pesante, concentrando in funzione anti-russa lungo i confini baltici dispiegamenti di truppe e mezzi militari. Dalla critica delle armi sono passati alle armi della critica, con effetti di gran lunga più efficaci, ahinoi.

Gli scenari di guerra ormai dispiegatisi tutto intorno ai confini europei, Ucraina, Libia, Siria e la polveriera mediorientale non fanno prefigurare nulla di buono. Oggi come cent’anni fa, favoriti dalla crisi strutturale propria a questo sistema economico e politico si fanno sempre più forti le tendenze imperialiste delle potenze mondiali, si palesano i volti aggressivi e sanguinari delle democrazie occidentali, si inaspriscono le contraddizioni sociali all’interno dei vari paesi, foraggiate da retoriche scioviniste e nazionaliste, spianando la strada a derive reazionarie e xenofobe.

I muri (non solo metaforici) alzati via mare e via terra lungo i confini europei e nord americani, ostacolo alla fuga di uomini dagli scenari di guerra e miseria, sono stati reintrodotti anche a protezione delle merci e dei capitali. Una revanscismo protezionistico, un crack nel paradigma liberista del laissez-faire laissez-passer come quello verificatosi proprio nelle ultime ore tra la nuova giunta a stelle e strisce e i paesi dell Nafta (l’accordo di libero scambio con i paesi centro americani). L’ultimo e nuovo sintomo di un sistema economico-politico e sociale al collasso. Del vecchio che sta per morire ma allo stesso tempo del nuovo che fatica a nascere.

Rispetto a cento anni fa, compito delle organizzazioni comuniste e progressiste è non cadere nelle vuote retoriche borghesi e nelle sterili prediche populiste appoggiando i proclami in difesa della patria che poi si traducono in sempre maggiori marce-indietro per le condizioni delle classi popolari. L’obiettivo è smascherare ed isolare il falso che si annida anche nelle nostre fila, lavorare a ricomporre l’unità delle classi popolari e dei settori operai che i padroni contribuiscono a disgregare, praticare forme di solidarietà ed internazionalismo proletario. Organizzare e organizzarsi con gli sfruttati di oggi in una sola mano con milioni di dita stretta in un unico minaccioso pugno per schiacciare i rigurgiti della nuova peste bruna che avanza e rispedire al mittente le politiche di lacrime e sangue che governi e padroni calano sulle teste dei settori popolari. Lavorare alla contaminazione delle vertenze e alla ricomposizione di una soggettività all’altezza della sfida in campo, certi che battaglie spontanee, movimenti frammentati e frammentari per quanto con tenacia e grande abnegazione, tra mille difficoltà  continuano quotidianamente nelle loro importantissime battaglie (sindacali, studentesche, territoriali, di settore), ben poco possono incidere contro un nemico di gran lunga più attrezzato e consapevole dell’altezza della sfida in campo.

Diffondere e moltiplicare gli esperimenti militanti come la carovana antifascista promossa dalla banda bassotti in Donbass, promuovere forme solidaristiche e cooperativistiche, perché la solidarietà è un’arma, l’arma più efficace nelle mani del proletariato.

Rivoluzione è il senso del momento storico diceva il Lider Maximo ed è questo il compito non più rimandabile: porre le basi per praticarla, la rivoluzione, piuttosto che limitarsi a decantarla.

Contro vecchi e nuovi colonialismi, sempre al fianco dei popoli resistenti

Col Comandante Mozgovoi nel cuore

 

 

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