CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA. CON IL DONBASS CHE RESISTE

L’imperialismo maschera le proprie peculiari aspirazioni –

la conquista delle colonie, dei mercati, delle fonti di materie prime, delle sfere d’influenza –

con idee come “la salvaguardia della pace contro gli aggressori”, “la difesa della patria”,

“la difesa della democrazia”, ecc.Queste idee sono false da cima a fondo.

Compito di ogni socialista non è supportarle ma, al contrario, smascherarle davanti al popolo.

V. Lenin

 

Hanno destato molto stupore le notizie riguardanti la presenza di soldati italiani in Libia. Ufficialmente non vi è alcuna dichiarazione che attesti che l’Italia sia in guerra. La presenza dei militari è stata celata in quanto formalmente il loro status in Libia è quello di servizio di intelligence. Così come in altri contesti le truppe italiane si fregiano dello status di ricostruttori, ed in altre ancora quello di poliziotti di pace. Ma tutto ciò cambia forse la sostanza delle cose? L’Italia è nel pantano delle nuove imprese coloniali non solo con i piedi ma con tutte le gambe e in alcuni casi fino al collo. Lo è fin dal 1949, anno dell’adesione all’alleanza atlantica. Lo è perché, al di là delle retoriche deterministe borghesi secondo le quali sono gli “alleati” a tiraci in mezzo alle cose (francesi o americani a seconda del paese sul quale concentrare la nostra potenza di fuoco) o la violenza dei regimi a cui necessariamente contrapporsi che ci inducono alla partecipazione, lo è, dicevamo perché è il capitalismo italiano nella sua manifestazione imperialista a volerlo. Oppure ancora crediamo alla favoletta dell’Italia povera e proletaria utilizzata per giustificare l’adesione al secondo conflitto mondiale? Quale altra dimostrazione serve per comprendere il volto imperialista dell’Italia e dei suoi governi? Non è stata forse un aggressione imperialista quella del 1999 in Jugoslavia contro la Serbia, giustificata attraverso l’invenzione dello sterminio etnico dell’esercito serbo di Milosevic contro i musulmani bosniaci; o l’aggressione  in Afganistan subito dopo l’11 settembre 2001, o l’invasione dell’Iraq contro il tiranno Saddam e le sue armi di distruzione di massa; o l’attacco in Libia contro l’ex alleato Gheddafi, o l’appoggio, il finanziamento e la copertura ai nazisti ucraini?

Siamo in guerra e non da oggi. Siamo in guerra e non siamo certo noi le vittime.

Da quasi tre anni a qualche migliaio di km di distanza ad est dal nostro bel paese si combatte una guerra che non fa notizia. Una guerra sottaciuta dai media mainstream. Una guerra, che miete feriti, distruzione e morti come tutte le guerre, ma che non fa lo stesso share televisivo del conflitto Libico o Siriano.

Forse perché a sventolare minacciose in questo caso non sono le bandiere nere dello stato islamico contro cui si sono schierate a difesa degli ideali liberal-democratici gli eserciti occidentali responsabili diretti della destabilizzazione di vaste aree di interesse geopolitico.

Forse perché in Ucraina gli attori in campo (la Russia tra gli altri) non permettono una veloce conduzione delle operazioni militari segnate dalla strategia Nato del peace keeping  e della guerra asimmetrica.

Forse perché in Ucraina viene molto più difficile distorcere la realtà dei fatti e cioè che l’Unione Europea e la Nato sono i diretti responsabili di questa guerra civile, avendo orchestrato l’ennesima riproposizione della pantomimica rivoluzione arancione, che questa volta contrariamente dal 2004, non si è limitata al solo finanziamento economico, ma ha avuto concreto appoggio politico e militare nell’addestramento delle formazioni neonaziste, nella fornitura di armi ed equipaggiamento bellico, nella copertura politica fornita.

Quello che sta avvenendo in Ucraina è un’operazione imperialista a tutti gli effetti. Un’operazione condotta in una regione apparentemente periferica ma in realtà strategicamente centrale per quello che rappresenta dal punto di vista politico ed economico. L’allargamento della Nato ad est con la cooptazione nelle fila dell’alleanza atlantica di ex stati sovietici e dei paesi baltici ha le molteplici funzioni di: arginare la sfera di influenza politica ed economica che la Russia esercita ancora su alcuni di questi stati nonostante la dissoluzione del gigante sovietico, installare basi militari NATO a pochi km dal territorio russo, avere a disposizione governi ed eserciti dai tratti fortemente russofobi.

Per quanto riguarda gli interessi europei,  quelli della locomotiva tedesca prevalentemente, l’Ucraina al pari dei paesi baltici e dei paesi ex sovietici, rappresenta un gigantesco bacino di reclutamento di manodopera qualificata a basso costo, nonché fonte di sfruttamento delle risorse energetiche e terreno di delocalizzazione dell’apparato produttivo tedesco, che negli anni è sempre stato strategicamente spostato ad est, fin dai tempi dell’annessione della DDR. Operazione funzionale a garantire i margini di profitto del capitalismo renano. Inoltre la compartecipazione franco-tedesca nel conflitto sponsorizzato e militarmente guidato dagli strateghi militari americani ha la funzione di consolidare l’alleanza atlantica, di gran lunga ridimensionata alla luce delle aspirazioni di potenza del costituente polo imperialista europeo e della formazione del suo nuovo esercito.

Il colpo di Stato che ha spodestato Viktor Janukovyč e insediato il nazionalista filo europeista Petro Poroshenko ha di fatto determinato lo smembramento del territorio ucraino in due zone: la zona ovest, sotto l’influenza europeista, e la zona est che dal maggio del 2014 ha proclamato l’indipendenza da Kiev, con la secessione della penisola di Crimea che sempre nel 2014 dopo una consultazione referendaria ha formalmente votato per l’annessione alla federazione russa.

Il nuovo governo ucraino, contornato da settori ultra nazionalisti anti russi, dichiaratamente filo nazisti, equipaggiati e finanziati dall’UE e dalla Nato ha iniziato una guerra fratricida contro le popolazioni russofone dell’Ucraina ed in particolare contro  i territori liberati del sud-est costituitisi in repubbliche popolari autonome. Le nuove riforme liberali di kiev hanno sancito la messa fuorilegge delle organizzazioni sindacali di sinistra e dei partiti comunisti. La nuova legge è stata annunciata dal ministro della Giustizia, Pavlo Petrenko, come una svolta storica, una nuova fase di pace e modernizzazione per il paese. Il Comunismo in ucraina viene equiparato al nazismo. Peccato che nell’Ucraina liberal-europeista, il nazismo, i suoi simboli ed i suoi uomini vengano riabilitati e la peste bruna dilaghi incontrastata. Svoboda il neo partito nazista può contare su quattro ministri nel nuovo governo. Pravy Sektor, l’ala militare,  i figliastri di Bandera, capo dell’UPA, organizzazione militare dei nazionalisti ucraini che durante l’invasione sovietica da parte delle truppe naziste si schierarono al fianco delle SS, sguazzano in maniera incontrastata, rendendosi responsabili dell’abbattimento delle statue di Lenin e di qualsiasi altro monumento che richiama alla storia sovietica, compiendo pogrom contro i russofoni e contro i settori politicizzati della classe operaia. La strage di Odessa del maggio del 2014 rappresenta il crimine più infame compiuto dalla feccia neonazista di kiev. Crimine sottaciuto dai democratici mezzi di comunicazione occidentali. Il 2 maggio del 2014 alcuni manifestanti anti-fascisti (numero non del tutto definito) nel tentativo di trovare difesa dalle violenze delle squadracce nere, si ripararono all’interno della casa dei sindacati ad Odessa. Palazzo dato alle fiamme sotto il silenzio dei reparti di polizia del neo governo Poroshenko che assistettero alla scena senza muovere dito. Molti morirono arsi vivi, altri trovarono la morte nel tentativo di sfuggire alle fiamme lanciandosi dalle finestre, altri ancora furono trucidati mentre cercavano di scappare o rispediti tra le fiamme.  Odessa rappresenta solo uno dei tanti episodi di violenza condotti dalle formazioni nazifasciste contro le stesse popolazioni dell’Ucraina, contro i pensionati e reduci della grande guerra patriottica, contro i manifestanti non-allineati di Maidan, contro gli ormai pochi oppositori politici in parlamento, contro studenti, operai, sindacalisti, comunisti.

Un “vecchio saggio” diceva che la storia si ripete sempre due volte, una volta in tragedia, l’altra in farsa. Sembra paradossale, se non fosse per la tragicità degli eventi in corso e per la distruzione che sta riversandosi contro un’intera popolazione, che le democrazie occidentali sorte e consolidatesi nella guerra di liberazione contro il nazifascismo, siamo oggi, a distanza di quasi 50 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, i più strenui sostenitori e promotori dell’avanzare della nuova pesta bruna. La mozione russa approvata il 21 novembre del 2014 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che condannava i tentativi di glorificazione dell’ideologia nazista ha registrato il rifiuto di USA ed Ucraina e l’astensione di molti paesi dell’UE, Italia inclusa. Ma anche di questo nessuno ne parla. Non ci sorprende molto la cosa, dopotutto per le borghesie ai governi dei vari paesi europei, in particolar modo per l’Italia, lo sdoganamento del fascismo e la collusione con i reparti fascisti ha rappresentato una costante fin dal 1945. L’antifascismo, svuotato all’indomani della fine della resistenza partigiana dal suo forte contenuto di classe è stato presto ricondotto a vuoto proclama istituzionale, i fascisti in doppio petto ricollocati ai posti di potere, quelli con spranghe e bastoni usati come strumento di contenimento dell’avanzata proletaria.

Tornando al conflitto ucraino, le milizie ribelli che combattono lungo il fronte delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk rappresentano oggi l’unico argine all’avanzata del nazifascismo. Non esageriamo nell’affermare che in Donbass oggi si giocano i destini non solo dell’Ucraina e delle neonate Repubbliche Popolari della Novorossija, ma dell’intera Europa e sul nostro versante il futuro del fronte comunista e antifascista. Al pari della guerra civile spagnola, oggi sul fronte ucraino registriamo la stessa recrudescenza del fronte nazifascista e degli attori imperialisti in campo. Al contrario invece sul fronte di classe dobbiamo registrare un forte passo indietro delle sinistre. Quelle parlamentari ormai schiacciate al solo piano istituzionale hanno sacrificato la lotta politica al solo momento elettorale, mentre altre, abbagliate dai fuochi dei riot, più di una volta hanno scambiato fischi per fiaschi, dalle primavere arabe a piazza Maidan.  Così come la Spagna del ‘36 fu l’apripista al secondo conflitto mondiale che avrebbe sconvolto il mondo nei dieci anni successivi, oggi le guerre in corso dal bacino del mediterraneo alla periferia dell’Unione Europea potrebbero rappresentare il preludio ad un nuovo scontro interimperialistico di portata mondiale. Necessario come nell’Europa del ’36 consolidare un forte fronte di classe continentale solidale con la resistenza popolare ucraina, e con le milizie partigiane delle repubbliche popolari affinché l’internazionalismo proletario fulcro della storia del movimento operaio e punto di forza storicamente dato non si limiti a sterili dichiarazioni d’intenti  ma si concretizzi in parola d’ordine e metodi d’azione.

La guerra non rappresenta l’eccezione, l’intoppo, all’ordinaria e pacifica dialettica politica, ma la continuazione della politica con mezzi di sangue. La guerra ha sempre rappresentato lo sfogo dalle crisi capitaliste, strumento di distruzione di capitale variabile e costante per permettere attraverso la ricostruzione la ripresa dei margini di profittabilità capitalista. Sta alla soggettività comuniste ed anticapitaliste che si pongono l’obiettivo dell’alternativa, oggi come  100 anni fa trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria.

Al fianco del Donbass e dei popoli in lotta contro fascismo e imperialismo. NO PASARAN

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